(724) Tocco

Basta un tocco e tutto può cambiare. Un tocco di fortuna o di sfiga e tutto può cambiare. Anzi, tutto cambia. Perché cambi tu dentro, anche se non te ne accorgi, anche se ti sembri sempre la stessa, ma non è così. Te ne accorgi col tempo, quando si è sistemato un nuovo equilibrio, migliore o peggiore non ha importanza, è comunque un’altra cosa, anche se nel minuscolo e nell’intangibile.

Un tocco di gentilezza migliora la tua giornata. Un tocco di ironia solleva la situazione, un tocco di speranza ti fa guardare al domani con un sorriso. Quando nelle cose ci metti un tocco di rabbia si rompono i bicchieri e si rompono i legami e anche certi cuori, quelli che non sanno difendersi e che si affidano ingenui.

Noi siamo fatti di tocchi, miliardi di tocchi in una giornata, e non ce ne accorgiamo. Pensiamo sempre che le cose siano grandi, specialmente quelle che contano, e invece le cose sono sempre piccole, piccolissime. Piccoli tocchi che si sommano uno all’altro e che producono grandi spostamenti e – spesso – grandi danni. Perché non ce ne curiamo, perché non pensiamo abbastanza, perché non ci prendiamo carico delle conseguenze e tanto meno della materia delicata con cui è fatto l’animo umano – che ricorda tutto il male e dimentica tutto il bene.

Se riuscissimo a contare i tocchi che in una giornata diamo agli altri e quelli che riceviamo ne rimarremmo impressionati. Ci verrebbe quasi da chiederci: “Come ho potuto ignorare tutto questo fino a oggi e comunque sopravvivere?”. Ma non lo faremo mai, è troppo rischioso e noi non abbiamo voglia di menate perché già la vita è così complicata che farsi passare il mal di testa è un’impresa. Allora continuare a toccare senza grazia, senza cura, senza bene, il nostro prossimo diventa una scelta obbligata, e continuare a vivere una vita arida e spinosa diventa il nostro unico destino.

No, non è questione di karma, quello viene dopo. Per tutti.

 

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(696) Palindromo

Il numero 696 di questo ***Giorno Così*** rimane invariato anche se letto al contrario. Detto l’ovvio, stavo riflettendo su come io sia solita leggermi correndo all’indietro (nel tempo e nello spazio) per cercare di capirmi meglio. Questa pratica se da un lato m’ha dato più di una soddisfazione, ora sta perdendo la sua carica positiva. In poche parole: mi annoio.

Conosco i passaggi a memoria, mi sembra tutto banale e privo di significato.

Dovrò cambiare tattica. Anziché all’indietro potrei leggermi di traverso. Questa interessante intuizione comporta parecchi problemi d’equilibrio, sono ancora titubante sul da farsi, non vorrei amplificare certe mie deviazioni sinaptiche e non ritrovarmi più – magari pensandomi Marilyn Monroe (mica si possono prevedere le conseguenze di una autoletturatrasversale, eh!).

Un po’ mi dispiace, perché davvero la mia vita letta dall’anno 1972 al 2018 e dal 2018 al 1972 non cambia di una virgola e in questa perfezione di forma mi crogiolo da un bel po’. Certo, non ho un’esistenza da immortalare in un’autobiografia capace di scalare le classifiche di vendita di tutto il mondo, ma conosco persone che hanno avuto possibilità ben più ricche delle mie e quando raccontano di se stessi ti vien voglia di buttarli al macero per quanto siano riusciti a non capire una benemerita mazza riguardo la vita. Le mie persone preferite, invece, sono quelle che hanno capito tanto e senza bisogno di molto e te lo porgono come fosse un dono da niente, con umiltà. Vabbé, ora sto uscendo dal seminato però, ripigliamoci.

Diamo per scontato che cambiando punto di vista, cambiando prospettiva, potrei trovare angoli interessanti del mio vissuto di cui ancora non mi sono presa carico, varrebbe la pena tentare, ma dal basso ci sono già passata, dall’alto ormai è un’abitudine, all’indietro è cosa nota, in avanti è decisamente pericoloso – considerato che il mezzo del cammin di mia vita è stato superato da un po’ e l’idea di aver così pochi anni ancora da vivere non mi mette di buon umore – non mi resta che prenderla in trasversale – come dicevo qualche riga fa. Non so ancora cosa significhi nel concreto, ma mi sono ripromessa di pensarci in questi prossimi giorni per vedere se riesco a venirne a capo.

Non so di tutto questo a voi cosa possa interessare, voi che gentilmente e pazientemente mi state leggendo, ma spero che qualcosa di utile in tutte queste cialtronate voi possiate trovare e magari usare meglio di come sto facendo io.

In ogni caso: grazie.

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(564) Grinta

Oggi m’è saltato in mente una cosa e sto ancora facendomela girare di neurone in neurone per cercare di capirla meglio. Magari scrivendola qui mi riuscirà più facile. Tutto gira attorno a una parola: grinta.

La grinta è quella cosa che ti spinge avanti anziché fare un passo indietro. La grinta ti fa sembrare spavaldo, ma non è detto che tu lo sia. La grinta per alcuni è fastidiosa perché si veste, a volte, di aggressività, ma spesso è molto lontana dalla violenza essendo soltanto piena di esuberanza. La grinta di certe persone prende una piega brutta, ma in certe altre fa accadere cose molto molto belle. In effetti, la grinta come tutte le caratteristiche dell’animo umano la si può usare in diversi modi e non sempre vengono usate nel modo migliore, non sempre vanno bene per tutti.

Ecco, appurato questo, proprio ora mi sto rendendo conto che la mia grinta ha un sapore un po’ atipico. Mi passa dentro veloce, ma produce in concreto effetti lenti, visibili solo a lungo termine. La mia grinta non è fatta per spaccare, ma per avanzare gettando a terra una mattonella dopo l’altra finché non si arriva alla prossima spiaggia. E nonostante questa sua indole silenziosa e laboriosa, sta sulle palle a diverse persone, proprio quelle che usano la propria grinta per spaccare. Non è che pretendo di insegnare niente a nessuno, per l’amore del cielo, ma mi sono francamente rotta le scatole di parare i colpi di chi non sa gestire in modo produttivo la propria grinta e pensa che io c’entri qualcosa con questa loro mancanza.

No, non c’entro proprio niente, già faccio fatica a gestirmi la mia figurati se mi vado a intromettere in quella degli altri. Non ho tempo, né voglia, né energia sufficiente, sorry.

Non è una lamentela, è un pensiero assertivo che mi va di tradurre in parole per questo post serale, perché ogni tanto mi trovo nella condizione fortunata di capire qualche cosa e quando succede un piccolo salto quantico si esplicita qui davanti ai miei occhi e la mia grinta ritrova la sua forza.

Grinta è un modo cazzuto per definire un atteggiamento che è proprio di chi non è intenzionato a fermarsi soltanto perché qualcuno gli mette i bastoni tra le ruote. Ecco, io ce l’ho e credo che sia proprio questa caratteristica della mia anima a cui io debba dire grazie ogni mattina di ogni giorno della mia vita.

 

 

grinta s. f. [dal got. ✻grimmitha “che fa paura”]. – 1. (non com.) a. [di persona, faccia deforme o dall’espressione arcigna] ≈ [→ GRIFO¹ (2)]. b. [espressione corrucciata] ≈ (fam.) broncio, (lett.) cipiglio. 2. (estens., non com.) [predisposizione ad affrontare gli altri con eccessiva sincerità, senza vergognarsi di nulla] ≈ faccia di bronzo (o, volg., di culo), faccia tosta, sfacciataggine, sfrontatezza. ↔ discrezione, pudore, riserbo. 3. (estens.) [desiderio saldo e tenace di imporsi: un atleta che ha g.] ≈ carica, combattività, decisione, determinazione, energia, fermezza, forza, mordente, polso, risolutezza, volontà. ↑ accanimento, aggressività. ↔ arrendevolezza, debolezza, incertezza, indecisione, irresolutezza. ↑ remissività, soggezione.

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(121) Gentilezza

Quando puoi fare qualcosa, anche mettendo a rischio la tua faccia, per aiutare qualcun altro raggiungi in un colpo solo il livello massimo di gentilezza a cui sia possibile ambire. Quella che ti rende indimenticabile al cuore di chi ha potuto godere del tuo gesto.

Essere ricordato con un sorriso e un intimo grazie (eterno) credo sia il premio più dolce e gratificante che uno possa desiderare.

Oggi ho ricevuto una di queste gentilezze.

Non lo dimenticherò mai.

(sorriso——–grazie)

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