(686) Eco

Ci sono dei passi che hai fatto di cui ti porti ancora l’eco dentro, te ne sei accorto? Sono quelli che non finiranno mai, non importa quanto ci stai provando e da quanto tempo, non finiranno mai. Te li porterai dentro per sempre.

Non ho ancora capito se è perché dovevo fare altre scelte e il reminder diventa una sorta di punizione, o se è perché la scelta è giusta ma ancora non l’ho digerita. L’ho fatta, ma soltanto perché andava fatta nonostante il dolore che mi poteva causare. Soltanto che l’ho scoperto troppo tardi che l’eco del dolore non passa mai. Neppure quando non c’è più ferita, neppure se non c’è nemmeno una cicatrice. Mai. Rimane tatuato nel cervello e ti si ripresenta intatto anche a ricordarlo dopo un secolo. Questa è la vera maledizione del vivere.

L’eco stordisce, non sai da dove è partito il suono originale, non sei in grado di contare tutti i rimbalzi che ha fatto per arrivare a te, non sei nella condizione di poterlo schivare. Sei semplicemente sulla sua traiettoria e ti porterà con sé ovunque voglia andare. Mi piacerebbe poterlo prendere al volo, tenerlo in mano per guardare che faccia ha. Sono quasi certa che abbia la mia faccia, sì, non può essere altrimenti.

Penso anche all’eco di quel che ho fatto e ho detto in questi anni, sarà rimasto dentro a qualcuno? Non come una sottile vendetta per chissà quale peccato, no. Sarebbe terribile, non me lo perdonerei. Piuttosto come un’esortazione gioiosa, una richiesta al poter Essere-Presente, alla sostanza delle cose, dei fatti, delle persone, degli incontri. Questo sarebbe bello, fosse anche soltanto in una persona, sarebbe bello.

Chissà se l’eco di me, in qualche modo, riesce ad essere utile al mondo. Chissà.

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(593) Disfare

Non c’è niente da fare, mi rode. Mi rode prendere una cosa che ho fatto e distruggerla. Significa che ho perso tempo, che ho rovinato quello che nella mia testa era bellissimo e l’ho fatto diventare una schifezza. Preferisco aggiustarlo, sistemarlo in qualche modo, renderlo almeno decoroso.

Rimane, però, comunque un fallimento rispetto alle mie intenzioni. Vabbé.

Disfare ciò che è stato fatto, con impegno ed energia, è a volte indispensabile – mi han detto. Disfi e rifai. A dirla tutta, disfare non è la parte peggiore, il peggio è rifare. Infatti, succede che non rifaccio un bel niente: cambio progetto, cambio rotta, cambio e basta. Rifare è la cosa peggiore di tutte, non ho entusiasmo sufficiente per bypassare la mortificazione. Rifaccio solo se ho capito esattamente dove ho sbagliato e quindi posso rimediare, in linea di massima però non capisco subito dove ho sbagliato, ci metto un bel po’ a capirlo. Sono lenta di comprendonio, molto probabilmente.

Disfare, però, rimane indispensabile se non vuoi lasciare traccia dei tuoi errori.

Eppure, gli errori son fatti per restare. Restano nell’aura, restano nella memoria, restano sospesi sopra di te e ti impediscono di ricominciare. Quindi è meglio non disfare, lasciare su tutto e fare in modo che gli errori siano evidenti a tutti, e soprattutto siano evidenti a noi. Stanno lì, a testa alta e ti sorridono sornioni. Va bene, vi ho fatti io e vi guardo dritto negli occhi. Vi ho fatti anche un gran bene, direi, siete solidi e fastidiosi, meglio di così non avrei potuto.

Vi lascio lì, non disfo niente. Non vi permetterò di farvi leggeri come polvere per avvinghiarvi alla mia aura. Mi farete da reminder, fanculo.

 

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