(754) Tunnel

Stai parlando e a un certo punto ti accorgi che hai preso un tunnel. Una strada che non ti permette distrazioni, né di paesaggio né di umanità sparsa. e che ti obbliga a focalizzarti su quello che stai facendo, ovvero: parlando.

Quindi sei costretto ad ascoltarti. Ascolti il suono dei pensieri, che anticipano l’emissione vocale, e ti rendi conto della densità di ciò che stai comunicando.

Se ti stai davvero ascoltando e ti accorgi che la comunicazione ti sta sfuggendo di mano, dovresti chiudere la bocca. Prendere un bel respiro. Resettare i pensieri. Capire cosa è il caso di dire. Dirlo. In questa sequenza precisa o diventa un casino ancora peggiore. Il tunnel non ti permette vie di fuga, o procedi o procedi. Fare inversione è da pazzi, mettere la retro è da pazzi, fermarsi è da pazzi.

Ritornare ai propri pensieri per salvare il salvabile è l’unica via possibile. Se non lo fai son cazzi tuoi. Ecco perché quando chi mi sta di fronte prende il tunnel io aspetto. Aspetto di vedere come va a finire. Sono davvero interessata, mi metto proprio tutta intera a guardare quel che accadrà. Non resto mai delusa. Nel senso che succede sempre qualcosa che mi fa capire meglio certe dinamiche bastarde della comunicazione. Imparo sempre. 

I miei tunnel sono spesso illuminati da una luce fioca, rallento per non andare a sbattere, ma di solito procedo senza intoppi. O non li vedo proprio o li salto. Non so neppure io come faccio, ma lo faccio. Succede anche che mentre focalizzo l’attenzione sui miei pensieri, la voce mi si impiglia o che il respiro mi manchi all’improvviso. Questo perché dappertutto non riesco a esserci e qualche cosa mi scappa sempre. Se mi accorgo che sto deragliando, che i pensieri vanno da una parte e il suono dall’altra inizio a preoccuparmi. Mi zittisco e cerco di riprendere il filo del discorso. Una cosa ho imparato a fare, e a farla bene: se mi sto sbagliando lo dichiaro.

“Scusa, non ho capito”

“Scusa, non volevo dire questo”

“Scusa, ho ascoltato soltanto una parte del tuo discorso e penso di avere frainteso”

Ecco, queste frasi aiutano me a fermarmi e a chi mi sta parlando a capire dove mi sono fermata. Sono sempre nel mio tunnel, ma mi sono dovuta fermare. So che non si dovrebbe fare, ma sono pronta per rimettere la prima e ripartire. Nella giusta direzione, con la giusta velocità e la giusta concentrazione.

Quando non mi riesce mi sento malissimo. Proprio malissimo.

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(711) Presupposti

A volte penso che siamo fatti di anelli, come gli alberi. Ogni persona vive la propria vita a periodi e ogni periodo si sviluppa allo stesso modo: inizio-crescita-apice-decrescita-fine. Un anello. 

Se facessimo attenzione a questo particolare ci renderemmo conto che non è affatto facile leggere gli anelli che compongono una persona, non sono evidenti sulla pelle che la ricopre, bisognerebbe far entrare il nostro sguardo fin nelle viscere e allora sì potremmo avere una mappa veritiera del suo Sé, potremmo dichiarare: la conosco.

Ogni anello è una storia, una storia lunga anche anni perché non tutti i cicli hanno la medesima durata. Ogni storia parte da premesse conosciute per incasinarsi con incidenti di percorso e sorprese varie, leggere ogni anello comporta una conoscenza intima del Essere Umani. Solo pochi possono affrontare un’impresa del genere.

Quando raccontiamo agli altri i nostri anelli ne dobbiamo per forza fare un riassunto, tralasciamo le cose che non ci sembrano importanti e magari ci dilunghiamo su particolari che amiamo o che riteniamo fondamentali. Non siamo obiettivi, non possiamo esserlo. Mettiamoci poi il carico del pudore, della cautela, del buonsenso, del buongusto ecc. – tutto sacrosanto e lecito – come possiamo pensare che il nostro modo di raccontarci sia verosimile? In tutta buona fede, sarebbe comunque impossibile.

Chi riceve il nostro racconto si porta appresso i suoi anelli e il suo modo unico di mettersi all’ascolto – chi più distratto, chi meno – e anche lì in tutta buona fede, come possiamo pensare che riescano a leggerci in modo verosimile?

La comunicazione tra Esseri Umani non si può basare sull’ascolto o sul raccontarsi, bisogna spingerla oltre, bisogna spingerla oltre con l’intento dell’incontro. I nostri anelli e quelli del nostro prossimo se confrontati risulteranno molto simili per forma, non per suono forse, ma per forma sì.

Ogni albero differisce dall’altro, per specie se non altro, ma se li tagli scopri che gli anelli sono gli stessi. Ogni albero è un magnifico esemplare di vita, esattamente come noi. Mi domando, quindi, se non sia una questione di presupposti quella che fa crescere alcuni di noi storti. Se così fosse è da lì che bisognerebbe iniziare a lavorare, sui presupposti. Sarebbe già qualcosa, no?

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(531) Scandalo

scandalo /’skandalo/ s. m. [dal lat. tardo scandălum, gr. skándalon “ostacolo, insidia”]. – 1. [offesa della coscienza e della serenità altrui, provocata da azione, fatto o parola che offra esempio di colpa, malizia e sim.: dare, suscitare s.; essere causa, motivo di s.] ≈ ‖ disgusto, sconcerto, turbamento. ● Espressioni: dare scandalo ≈ scandalizzare; pietra dello scandalo → □. 2. (estens.) [parola, azione o fatto che offende o turba la coscienza, che presenta un’esagerazione intollerabile rispetto a una norma e sim.: sorprende che le autorità permettano un simile s.] ≈ indecenza, oscenità, sconcezza, vergogna. □ pietra dello scandalo [espressione di origine biblica con cui ci si riferisce a chi per primo dà motivo di scandalo] ≈ cattivo esempio, mela marcia, pecora nera.

L’aver tolto alle parole il potere originale è un gesto scellerato. Abbiamo svuotato di colpo le parole dalla loro purezza. Era questa purezza a farci vibrare la coscienza, a farci pungere l’amor proprio, a farci muovere per la vergogna in direzione salvezza. Uno scempio. Lo ripeto: uno scempio scellerato.

L’offesa della coscienza altrui, della serenità altrui, è uno scandalo. Il significato di scandalo è questo. Un’esagerazione intollerabile rispetto a una norma, questo è uno scandalo. Ma se la parola scandalo viene utilizzata in modo improprio e sposata a idiozie di vario genere, senza arte né parte, a martello, le nostre orecchie ci slittano sopra. Non se ne curano affatto, la ignorano bellamente, e il danno è fatto.

Il mordente di una parola sulla nostra coscienza è l’unica arma che la parola ha. Quando si dice che “ne uccide più la lingua che la spada”, è vero. Allora cosa hanno fatto quelli che preferiscono la spada perché temono la parola? L’hanno neutralizzata. L’hanno brualizzata enfatizzandola a sproposito, spingendola oltre ogni limite, l’hanno sbattuta in faccia a chiunque senza alcun discernimento per renderla inoffensiva.

Ma hanno sbagliato a sottovalutare la forza intrinseca di una parola, che è anche suono e non solo significato. La vibrazione di una parola – anche quando è muta – entra in risonanza con il nostro sangue e lì agisce. In segreto agisce. In silenzio agisce. E fa muovere qualcosa che sembra non avere nome, finché un nome se lo prende perché si è fatta forte e può uscire allo scoperto.

Non si soffocano le parole che sanno parlare al nostro subconscio per muoverci al buonsenso, alla ragione. Non si fa e basta. Perché? Perché anche le parole si incazzano, e che noi ancora non ce ne vogliamo rendere conto è – sotto tutti i punti di vista – uno scandalo.

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(267) Gal

Ce l’ho tatuato sul polso destro. Non sapevo il suo significato, ho scelto due simboli che per me sono importantissimi per quello che contengono e ho scoperto solo dopo anni che quelle due lettere formano una parola e quella parola significa: onda.

M’è andata bene. Poteva esserci di tutto lì sotto, di tutto. Mi vengono i brividi se ci penso.

Fatto sta che quest’onda che mi guarda dal mio polso, in modo piuttosto elegante e misterioso, sembra parlarmi. Mi ricorda che l’acqua è l’elemento da cui proveniamo, di cui siamo fatti, da cui dobbiamo imparare.

L’onda arriva e si ritrae portandosi addosso la sua musica, la senti anche se ti tappi le orecchie. L’onda ti trasporta o ti ostacola. L’onda si solleva e ti sovrasta, se è di buonumore ti culla. L’onda sul mio polso ha un suono straniero: Gal.

Lo ripeto: m’è proprio andata bene.

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