(679) Bussare

Prima si bussa, anche se la porta è aperta, poi si chiede permesso e si aspetta la risposta. Se la risposta è positiva si entra, altrimenti no. Semplice, lineare logica comprensibile a chiunque.

Soltanto che ormai non si bussa più, non si chiede permesso e non si aspetta alcuna risposta. Si entra e basta. Semplice, becera logica praticata da chiunque.

Abbiamo dimenticato le buone maniere, abbiamo permesso a chiunque di calpestare il nostro spazio e così facciamo noi con gli altri. Non ci domandiamo se siamo inopportuni, se siamo invadenti, se siamo indesiderati. Ce ne freghiamo, tanto gli altri fanno lo stesso con noi.

Così domandiamo quando dovremmo stare zitti, diciamo la nostra quando non ci viene richiesta, ci infiliamo in feste a cui non siamo invitati, interveniamo con il nostro agire irruente nella vita altrui senza alcuno scrupolo.

Guai a chi osa interferire con le nostre decisioni, ma noi ci sentiamo in diritto di farlo con chi ci sta accanto. Noi sappiamo come vanno le cose e consigliamo per il meglio affinché le cose vadano come devono andare.

Toc-toc. Chi è?

Sono Cappuccetto Rosso.

Entra pure che ti mangio.

Grazie Lupo, non vedevo l’ora.

Ognuno di noi è una porta che non dovrebbe essere varcata senza permesso. Siamo Esseri vulnerabili e delicati, anche se ci gestiamo come dei panzer e fingiamo di poter affrontare tutto. Se siamo così offesi quando entrano senza bussare né chiedere permesso è perché lo sappiamo che è una violenza. Spesso non diciamo niente, ma lo è e lo rimane, forse si amplifica nel silenzio. Dovremmo mettere serrature possenti alle nostre porte, dovremmo comprarci dei chiavistelli, dovremmo pensarci prima.

Eppure ci fidiamo, ci affidiamo, ci facciamo invadere.

E poi pensiamo che come è stato fatto a noi ora possiamo farlo agli altri. No, non possiamo, nessuno può. Dobbiamo fermarci prima. Dobbiamo fermarli prima. Dobbiamo.

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(531) Scandalo

scandalo /’skandalo/ s. m. [dal lat. tardo scandălum, gr. skándalon “ostacolo, insidia”]. – 1. [offesa della coscienza e della serenità altrui, provocata da azione, fatto o parola che offra esempio di colpa, malizia e sim.: dare, suscitare s.; essere causa, motivo di s.] ≈ ‖ disgusto, sconcerto, turbamento. ● Espressioni: dare scandalo ≈ scandalizzare; pietra dello scandalo → □. 2. (estens.) [parola, azione o fatto che offende o turba la coscienza, che presenta un’esagerazione intollerabile rispetto a una norma e sim.: sorprende che le autorità permettano un simile s.] ≈ indecenza, oscenità, sconcezza, vergogna. □ pietra dello scandalo [espressione di origine biblica con cui ci si riferisce a chi per primo dà motivo di scandalo] ≈ cattivo esempio, mela marcia, pecora nera.

L’aver tolto alle parole il potere originale è un gesto scellerato. Abbiamo svuotato di colpo le parole dalla loro purezza. Era questa purezza a farci vibrare la coscienza, a farci pungere l’amor proprio, a farci muovere per la vergogna in direzione salvezza. Uno scempio. Lo ripeto: uno scempio scellerato.

L’offesa della coscienza altrui, della serenità altrui, è uno scandalo. Il significato di scandalo è questo. Un’esagerazione intollerabile rispetto a una norma, questo è uno scandalo. Ma se la parola scandalo viene utilizzata in modo improprio e sposata a idiozie di vario genere, senza arte né parte, a martello, le nostre orecchie ci slittano sopra. Non se ne curano affatto, la ignorano bellamente, e il danno è fatto.

Il mordente di una parola sulla nostra coscienza è l’unica arma che la parola ha. Quando si dice che “ne uccide più la lingua che la spada”, è vero. Allora cosa hanno fatto quelli che preferiscono la spada perché temono la parola? L’hanno neutralizzata. L’hanno brualizzata enfatizzandola a sproposito, spingendola oltre ogni limite, l’hanno sbattuta in faccia a chiunque senza alcun discernimento per renderla inoffensiva.

Ma hanno sbagliato a sottovalutare la forza intrinseca di una parola, che è anche suono e non solo significato. La vibrazione di una parola – anche quando è muta – entra in risonanza con il nostro sangue e lì agisce. In segreto agisce. In silenzio agisce. E fa muovere qualcosa che sembra non avere nome, finché un nome se lo prende perché si è fatta forte e può uscire allo scoperto.

Non si soffocano le parole che sanno parlare al nostro subconscio per muoverci al buonsenso, alla ragione. Non si fa e basta. Perché? Perché anche le parole si incazzano, e che noi ancora non ce ne vogliamo rendere conto è – sotto tutti i punti di vista – uno scandalo.

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(522) Voto

Potrebbe non valere nulla. D’accordo.

La scelta sarà la meno peggio, niente di troppo entusiasmante. D’accordo.

Andrà a finire che mi incazzerò tantissimo per chi si prenderà più voti – ma non il mio – e dovrò ingoiare il rospo. D’accordo.

Ma ci sono luoghi sulla Terra dove dire la tua non è possibile. Dove chi dice la sua ci lascia la vita. Dove chi dice la sua lo fa con la fame, la miseria, la disperazione. Dove chi dice la sua la dice al vento e il vento si porta via tutto senza lasciare traccia. Qui ancora no. Ancora non è così.

Il timore che lo diventerà mi fa alzare il culo per andare a votare. Sì, la paura di ritornare indietro e di essere intrappolata in un paese che di bello non ha più nulla, dove scappare rimane l’ultima soluzione, mi fa muovere e fare. Fare qualcosa che è semplice e ancora si può attuare con poco sforzo: votare.

Non vale a niente? D’accordo. Ma non è tanto il valore del mio voto a farmi sentire in pace con me stessa, quanto il fatto che ho esercitato in pieno un diritto che mi è stato donato da chi ha combattuto affinché fosse possibile per me agire in libertà. Libertà anche di dire stronzate, come tanti tanti tanti finti-politici e cialtroni sciagurati stanno facendo da anni. No, la democrazia non è una cosa comoda, lo sa bene il cinese e il russo e il nord-coreano e chi ne ha più ne metta – infatti loro gestiscono la cosa in modo diverso, lo sappiamo – ma essere uccisi per aver espresso se stessi senza far male a nessuno va oltre ogni limite. E ci sono limiti dannati che non devono essere superati. Non devono essere superati senza se e senza ma, è così e basta.

Va bene, idiota, puoi dire la tua, non ti ascolto più perché mi fai vomitare con tutto l’odio e l’ignoranza che fai uscire dai tuoi sporchi pori, eppure lo fai ugualmente e lo fai con la tracotanza e la prepotenza di un capetto di periferia e questo ti fa sentire Dio e la Legge Italiana te lo permette. Pensa te, te lo permette davvero. 

Io voterò contro di te. Voterò in modo che anche se sarai ancora libero di grugnire non sarai in grado di danneggiare me, la mia famiglia, la brava gente e il mio paese.

Paese che è vario, è complicato, è contraddittorio e mi fa incazzare, ma è sempre bello. Davvero bello. E ancora libero.

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(216) Saetta

Essere colti da folgorazione, una volta ogni tanto, è cosa da tutti. Ci capita e spesso non le diamo troppo peso, ma il suo bel peso ce l’ha. Se la saetta che ti ha colpito bene in fronte ce l’ha con te è perché hai bisogno di darti una svegliata.

Tu, non qualcun altro, proprio tu. E se fai finta di niente, magari la prossima volta la saetta ti sconquassa per bene così magari te ne accorgi meglio.

Rispetto molto l’impegno che la saetta si è presa in carico quando il buon Dio ha distribuito le mansioni ai diversi elementi. Lei avrebbe potuto ambire a ben altro e invece si è messa a disposizione del genere umano. Non solo: non al genere umano perspicace e agile, no, bensì a quella parte del genere umano che è fondamentalmente gnucco. De coccio, dicono a Roma.

Lei è precisa, è efficace, sa rendersi indimenticabile. Vorrei essere come lei, davvero.

Quando hai chiara la situazione, quando ti vedi così come sei e vedi quello che stai facendo senza poterti nascondere dietro scuse e disimpegni vari, quando capisci cosa manca o cosa è troppo, quando ti rendi conto che non dovresti essere lì o che ci dovresti essere ma non ci sei. Tutte saette.

Santa Saetta, ora pro nobis. Lei è la nostra arma segreta, basta farci caso e lei la giusta direzione ce la mostra senza mezzi termini. Lei sa. Dovremmo farcene una ragione e lasciarla lavorare in pace. La nostra esistenza ne trarrebbe grande giovamento, ne sono certa.

 

 

 

 

 

 

 

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(174) Superare

superare1.  ≈ oltrepassare, passare, sorpassare, valicare, varcare, scavalcare, (ant.) soverchiare, sorpassare, attraversare. 2. ≈ lasciare indietro, sopravanzare, sorpassare, ↑ subissare, surclassare ≈ battere, sconfiggere, vincere. ↑ annientare, (fam.) fare a pezzi, (fam.) polverizzare, sbaragliare, (fam.) stracciare, stravincere, surclassare, umiliare. 3. ≈ ‖ aggirare, bypassare, scavalcare, sormontare,  scampare.

Mi sembra una bella parola “superare”. Faticosa, faticosissima, ma bella. Ogni volta mi mette davanti qualcosa che, in realtà, è lì alla mia portata. Superabile. Certo, presuppone forza di volontà e energia, non ti viene regalato nulla, ma una volta che ci sei riuscito ti si apre il respiro.

Non uso questo verbo nell’intento di competere con i miei simili, la uso per misurarmi con me stessa. Non vinco mai veramente, non perdo mai del tutto. Rimane un confronto con quella parte di me che tende a lasciar stare perché non si sente abbastanza. Abbastanza cosa? Abbastanza tutto.

Conosco bene quella parte e per quanto io la possa capire e anche tollerare, non voglio più ascoltarla. Non è lei quella che deve attivarsi, quella che voglio spingere a superare se stessa e i propri limiti. L’altra, quella che è tenuta alla presenza, è quella che ora sta scrivendo e che trova sempre un buon motivo per farlo.

Superare. Per farlo bene ci vuole osservazione, calcolo dei tempi e rapida analisi del terreno e delle condizioni ambientali. Se azzardi è bene che tu sappia che non può andarti sempre dritta. Ma azzardare, alle volte, è l’unico modo per superare.

 

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