(512) Misericordia

Per rendere meglio l’idea avrei dovuto metterci un punto esclamativo finale: Misericordia! Ecco, così è perfetto.

Oggi mi sono dedicata a un pensiero (tra le mille cose a cui devo pensare trovo pure il tempo di evadere inseguendo un pensiero assurdo, lo so, me ne rendo conto) che ha i suoi bei perché (ne sono certa) anche se magari al momento mi sfuggono per buona parte, ovvero: l’imprecazione – origini, usi, abusi, colori e buongusto. Sì, tutto questo in un solo pensiero, piuttosto affollato lo so ma una cosa tira l’altra e alla fine lasciare fuori qualcuno è cattiva educazione per cui tutti dentro e avanti.

Per farmi capire devo proprio iniziare dalle origini: perché scatta l’imprecazione? Perché qualcosa o qualcuno ti urta il nervo scoperto. A me scatta ogni tre secondi, implicita o esplicita che sia, tre secondi è la cadenza di una giornata lavorativa normale. C’è chi fa di meglio, chi di peggio, non è questione di essere Illuminati o meno – non soltanto – il come ti gestisci l’imprecazione dipende anche dalla capacità di tenere calmi i nervi. Certi giorni ce la si fa, altri no, semplice. 

Passiamo al concetto successivo: usi. L’imprecazione la uso per dare sfogo all’irritazione, che non è fastidio, è fastidio sublimato all’ennesima potenza. Quando proprio ti manca la motivazione per morderti la lingua, perché ormai si è proprio andati oltre, ecco… l’imprecazione ti permette di soddisfare quel gap tra il dire e il pugno che ti potrebbe partire se non dici.

Andiamo avanti: abusi. L’abuso di imprecazioni – purtroppo – ne dimezza la portata e l’effetto. Purtroppo. Non è che più ne dici e più risolvi, no. Più ne dici e più chi ti ascolta si abitua, c’è una sorta di assuefazione che fa andare tutto in malora. Con questa consapevolezza, le mie imprecazioni sono per lo più intime, sussurrate tra me e me, per la maggior parte delle volte.

I colori di un’imprecazione, ecco questo dettaglio è importante: se usi le imprecazioni più terra-terra, quelle che usano tutti, ti fai un torto e lo fai anche al Signore-delle-Imprecazioni che ovunque impera (ma con pudore e umiltà). Bisognerebbe regalarsi una nuova imprecazione al giorno, una cosa di fantasia, un guizzo di creatività, un’impennata geniale capace di elevare l’imprecazione a piccola opera d’arte (i romani sono dei Maestri in questo).

La cosa da cui non si può prescindere, invece, è proprio il buongusto. Cioé, non ci possiamo permettere di eccedere con il veleno, con il sarcasmo, con la cattiveria. No, non sarebbe più un’imprecazione, cambierebbe di sostanza. Per non parlare della bestemmia che è l’antimprecazione per eccellenza, quando passi alle bestemmie hai già perso.

Quindi, tirando le somme, ammetto che ultimamente mi sono adagiata su uno standard piuttosto triste, per nulla adatto alla mia professione creativa e dovrò impegnarmi prossimamente per rendere più colorite e più fantasiose le mie imprecazioni. Una cosa, però, mi piacerebbe: vorrei che i motivi per imprecare si riducessero a un paio al giorno. Sono sicura che due imprecazioni al giorno le posso gestire bene, rimarrebbero terapeutiche ed efficaci. So che dipende da me, so che mi devo irritare di meno, eppure faccio fatica a gestire le faccende che mi girano attorno. E poi come si fa a rimanere calmi davanti a certe cose?

Misericordia!

 

  

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(451) Tappabuchi

tappabuchi s. m. e f. [comp. di tappare e buco]. – Persona a cui si ricorre per rimediare alla momentanea assenza di altri (spesso con riferimento a brevi supplenze scolastiche): fare da t.; mi hanno invitata all’ultimo momento, come tappabuchi.

Che ci vogliamo fare, sono una persona suscettibile. Prendo atto della cosa e vado oltre, perché è un difetto che mi so perdonare. Non è che pretendo che mi venga perdonato anche dal resto del mondo, infatti il resto del mondo neppure se ne accorge che lo sono e solitamente mi smazzo le conseguenze emotive – caso per caso – senza battere ciglio e senza grosse conseguenze sociali.

Eppure, arrivati a questo punto devo fare outing e dichiarare: “Io me ne accorgo”.

Mi accorgo che sto per essere usata come tappabuchi già dal primo squillo del telefono, già dal primo ciao su whatsapp, già dal che di “che fai oggi/stasera/domani/tra un mese”. Ecco proprio dall’inizio, credo dal momento in cui nella testa di quella persona, o quell’altra, nasce l’idea che io posso essere la tappabuchi perfetta per l’occasione.

Me ne accorgo anche se non dico niente, me ne accorgo anche se sembro calma e cado dalle nuvole, me ne accorgo anche quando evito di entrare in polemica o di fare domande imbarazzanti. Me ne accorgo.

La cosa non mi mortifica – non più, non mi addolora – non più, non mi sorprende – non più, mi rende semplicemente furiosa. Mi parte proprio l’embolo. E faccio una fatica bestia a stare calma, a dribblare la trappola, a mantenere ancora rapporti educati con chi si è appena rivelato essere un/una troglodita.

troglodita s. m. e f. [dal gr. trōglodýtēs, comp. di trglē “caverna” e tema di dýō “penetrare in un luogo”] (pl. m. -i). – 1. (etnol.) [uomo che in epoche preistoriche viveva nelle caverne] ≈ cavernicolo, uomo delle caverne. 2. (fig., spreg.) [persona molto rozza, incolta] ≈ bifolco, (region.) burino, buzzurro, cafone, (spreg.) cavernicolo, incivile, (spreg.) primitivo, selvaggio, (roman.) trucido, (scherz.) uomo delle caverne, zoticone.  

Sì, perché non mi sconvolge essere designata la Tappabuchi del Millennio, il mio ego dorme tranquillo comunque, ma mi indigna il fatto che mentre mi stai chiedendo cosa faccio questo pomeriggio – quindi tra mezz’ora – perché potremmo vederci per un caffè, mi fai anche sapere che porti l’auto dal meccanico vicino a casa mia (ma pensa!) e che mentre ti controlla la suddetta tu ti trovi improvvisamente vogliosa di vedermi (che fortuna!). Manco il pudore di mascherare la cosa, manco la delicatezza di celare la tristezza del tuo pensiero, manco l’educazione di evitare di rendere evidente la tua mancanza di stima nei miei confronti. Niente. Come se fosse normale trattare in questo modo qualcuno.

La ciliegina sulla torta? Tu pensi che io non me ne accorga. Oltre che fancazzista pronta a perdere tempo con te, credi che io sia anche idiota da non capire che razza di cavernicola sei. Eh, ma io me ne accorgo. Me ne accorgo, ti blocco e ti evito. E ringrazia il cielo che pratico la non-violenza, perché non sempre ti andrà così bene. Fidati.

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(444) Neve

Ci sono cose che non dovrebbero essere toccate. Cose che sono già perfette così, perché ci ha già pensato Madre Natura a farle per bene e non è richiesto nessun intervento umano aggiuntivo. Di nessun genere.

Anche certi pensieri non dovrebbero essere toccati. Nascono perfetti, come fiocchi di neve, e se li tormenti anche solo con la punta del polpastrello ti si sciolgono davanti agli occhi e basta, non rimane più nulla. La neve non dovrebbe essere calpestata, solo ammirata da lontano.

Ho imparato a non toccare certe cose, principalmente perché ne colgo la Bellezza e non voglio rovinarla. Stessa cosa per certi pensieri, con l’esperienza ho capito che quelli che ti sollevano il respiro non devono essere toccati né da me né da altri e preferisco lasciarli fluttuare nel mio Iperuranio in segreto, silenziosamente.

Forse si tratta di una certa forma di pudore, alcuni direbbero, ma io mi conosco bene e il mio senso del pudore – ben solido – non ha nulla a che vedere con questa scelta. Voglio solo tutelare il mio sacrosanto diritto al pensiero libero, non mi fido più degli umani e non conto più sulla delicatezza di alcuno.

Ci sono cose e pensieri che dovremmo proteggere da tutti, anche da noi stessi, per una forma di rispetto della Vita e del disegno del Creato. Liberi da un ipotetico sperato sostegno, liberi da un’utopica condivisione fraterna, liberi dal bisogno di popolarità: certe cose e certi pensieri sono già pieni, già forti, già liberi così come nascono. Se smettiamo di prendercene cura, li perdiamo. Per sempre.

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(362) Eludere

Col tempo ho imparato. L’Arte di Schivare è qualcosa che prima lo fai diventare bagaglio di conoscenza personale e meglio è. Non semplice da padroneggiare, bisogna dirlo, ci vogliono anni e anni di allenamento, ma la vita ti offre un milione di opportunità all’ora e anche a volerne pigliare una decina al giorno alla fine ce la si fa.

Senza mani e senza sensi di colpa, siòre e siòri!

Ammetto che disfarmi dei sensi di colpa non è stato automatico, sono pur sempre una brava bambina cresciuta negli anni 70-80 in solida terra friulana – dove dal prete al barista, tutti son pronti a dirti come gestire la tua coscienza. Proprio per questo sono piuttosto fiera di me stessa per aver saputo barcamenarmi tra abissi e colpi di coda e aver avuto la meglio.

Chi si appropria dell’Arte di Schivare, sa tenere a bada tutti coloro i quali si siano specializzati nell’Arte di Sfinire il prossimo – che consiste nel giocare sul senso di colpa per farti fare esattamente quello che vogliono loro. Questi sono individui senza scrupoli e senza pudore, travestiti in modo sopraffino per mimetizzarsi perfettamente e inserirsi in ogni anfratto della tua vita – e se li lasci fare anche della tua anima. Ricordiamoci che nessuno è immuno allo sfinimento. Nessuno.

Eppure, se eludi il rischio di sfinimento puoi dirti salvo. Non dal TIR che potrebbe centrarti in pieno giorno in ogni momento (e lo sappiamo bene per esperienza diretta, ormai), ma dalla manipolazione subdola di chi usa occhi da gatto gordo per manovrarti come se fossi un burattino.

Vade Retro!

 

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(359) Serratura

Non mi è mai piaciuto guardare attraverso il buco della serratura, forse perché già quello che vedo normalmente mi basta. Tutto quello che mi sfugge lo intuisco, lo immagino, lo fantastico. Mi viene molto meglio, la realtà spiata spesso è deludente.

C’è anche la questione del pudore, che sembra una brutta parola al giorno d’oggi eppure fa parte di me in modo consistente e non me la sento di rinnegarlo. Mi troverei snaturata, brutta brutta sensazione. Il pudore mi impedisce di ficcare il naso nell’intimità delle persone. Le mie domande si fermano ben prima del limite consentito, preferisco ricevere una confidenza che forzare la mano e invadere territori privati. Violare le persone non è contemplato nel mio DNA.

Va da sé che tendo a fidarmi. Voglio dire che non indago, non mi infogno in pensieri sospettosi a meno che non mi si renda evidente la menzogna. Quindi affronto la situazione e chiarisco. Non guardo senza essere guardata, è un gioco vigliacco che non mi diverte.

Tutto questo fa di me una persona con poco appeal, me ne rendo conto, ma me ne frego bellamente. Il rovescio della medaglia è: se vengo spiata, e me ne accorgo, si salvi chi può.

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(306) Commento

Tutti hanno sempre qualcosa da dire. Sempre e ovunque. Sul web e nella realtà quotidiana, tutti lì sempre a commentare qualsiasi cosa. Anche se non se ne sa niente di preciso, anche se non ci riguarda, anche se quello che vogliamo dire può offendere e ferire qualcuno.

Chissenefrega, io lo dico, è un mio diritto, questa è ancora una democrazia o no?

Ecco: per te che la pensi così vorrei rispondere NO. Perché non voglio leggere o ascoltare i tuoi commenti, assorbire il tuo veleno, cibarmi dei tuoi nonsense e pensare a quanto tu sia idiota. No, stai zitto. Zitto. La democrazia è un’altra cosa: è costruzione e non distruzione.

Al di là di questo, mi sono trovata mille volte provocata (in positivo e in negativo) da post su facebook o altrove dove mi scappava proprio di dire la mia. Eppure, ho saputo frenare l’impulso, rifletterci meglio per qualche secondo, prendermi un paio di bei respiri profondi e… rinunciarci.

Perché? Perché, in fin dei conti, del mio commento il mondo non se ne fa nulla. A chi potrebbe fregare di quello che penso degli spaghetti aglio-olio-peperoncino? O dell’accoppiamento delle ranocchie brasiliane dalla pancia nera?

Lo so io: N-E-S-S-U-N-O. Ed è sacrosanto che sia così. Chiudere la bocca per evitare di sparare idiozie o cose del tutto inutili e pure fastidiose è difficile, ma è necessario. Vitale!

Quello che poi resta di noi è soltanto l’opinione volatile di un istante, perché cambiamo spesso idea e perché la coerenza non sappiamo neppure dove sta di casa, è un dato di fatto. Quindi, in alto il pudore e teniamo il becco chiuso (almeno quando non sappiamo di cosa diavolo si stia parlando).

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(237) Pudore

Un senso di opportunità, di rispetto della sensibilità altrui: questo specifica il dizionario. Sinonimo di ritegno, vergogna, discrezione e in questo senso lo sto affrontando.

È un sentimento che mi appartiene profondamente e con diverse declinazioni: il ritegno come senso di opportunità, la discrezione come segno di rispetto della sensibilità altrui, la vergogna quando l’orrore si compie e mi ritrovo inerme e inutile e mancano le parole perché i pensieri si sono svuotati.

Apprezzo il pudore negli altri, quando lo incontro, ma lo incontro raramente. Si sbatte in faccia al nostro prossimo qualsiasi cosa ci riguardi, anche la più intima, la più segreta, come se fosse d’obbligo accoglierla, approvarla, celebrarla. Credo sia ripugnante.

Ci sono scelte delicate, condizioni delicate, posizioni delicate, emozioni delicate che non vogliono essere buttate in piazza alla mercé di chiunque passi. Distogliere lo sguardo, l’orecchio, l’attenzione è segno di rispetto, a volte. Quando è troppo e quando quello che si può fare è niente, l’opportunità del nostro esserci è opinabile.

Il pudore è quella cosa che si muove quando la commozione è profonda e la consapevolezza di ciò che È ti sovrasta. Un sorriso, se è cosa lieta, un abbassare il capo se è cosa greve. Cos’altro fare di più o meglio? Ritrarsi in silenzio, mi è sempre sembrata l’unica cosa possibile quando quello che È mi sovrasta con la sua grandezza, quando terribile e quando magnifica.

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(137) Domande

Le domande migliori sono quelle che non pretendono risposta. Se arriva, la risposta, arriva come un perfezionamento del pensiero, per un pensiero sempre in divenire – chiaramente.

Ci sono domande che rimandi per pudore, altre per paura, altre per disinteresse. Credo sia normale procrastinare, specialmente se c’è il fastidio di dover affrontare ciò che volentieri eviteresti. Evitarlo per lungo tempo, però, ti potrebbe far finire in un imbuto dove non puoi che uscirne rovinosamente strizzato. Spesso non ne vale la pena.

Sono una che sbatte addosso alle domande senza sosta, ammetto non sia un gran bel modo di averci a che fare. Eppure ciò che mi arriva è sempre utile, sempre importante, se non altro a farmi avanzare senza demordere.

Smettere di considerare le domande come un avanzare della propria consapevolezza è pericoloso. Non bisognerebbe mai zittire una domanda. Sono sensibili le domande, potrebbero non ripresentarsi più.

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(50) Energia

Quando non ti senti a bolla è meglio che te ne resti in disparte. Quando non funziona qualcosa nei tuoi pensieri e ti si inceppa il respiro e ti trovi sofferente, indolente, incazzato… ecco, restatene in disparte. Fai come sei il mondo non ci fosse e prenditi cura di te.

Sta succedendo qualcosa in quel momento, dentro di te, si sta mettendo apposto qualcosa, perché vedi? Sta uscendo qualcosa. Non bello, non piacevole, non caro. Sta uscendo il peggio per far posto a quello che è sicuramente meglio. Tienine conto, son cose tue, cose personali, cose di cui gli altri non devono sapere e non vogliono sapere. Quelle cose non sono fatte per essere buttate addosso a qualcuno, quelle cose sono fatte per essere buttate fuori, lontano da te e lontano da tutti.

Seguo questa regola da sempre e non me ne sono mai pentita. Va sempre bene, per me e per gli altri.

L’energia che siamo è energia sacra. Anche quando non ci piace, non ci fa comodo, non ci fa onore. Basta saperlo e ci si gestisce. Come?

Con pudore.

b__

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