(594) Coppia

Una coppia = due. Due che è 1 + 1. Quindi due che si sommano. Ecco, così mi piace. Ti sommo a me, in modo che la forza si raddoppi. Visto che non siamo uguali riusciremo anche a smorzare le reciproche debolezze, tu colmi le mie e io cerco di colmare le tue. Se lavoriamo insieme in questa direzione, possiamouna  andare lontano.

Sembra facile, ma è un casino. Il risultato ottenuto ogni volta è stato un dimezzamento delle mie forze e un rafforzamento delle mie debolezze. Com’è possibile? Non una, non due, non tre volte, sempre. Com’è possibile?

E star lì a pensarci non è che mi abbia portato a grandi illuminazioni, soltanto grande scoramento e questo non aiuta né l’autostima, né le speranze in una nuova possibilità – migliore, ovviamente, più fortunata. Eh.

Si riparte sempre dalla teoria, e la mia teoria non fa una piega. Una formula matematica, in realtà, non fa pieghe ed è per questo che ci si appiglia volentieri alla sua chiarezza e alla sua fermezza. E non mi funziona, però. C’è qualcosa che non funziona nella scelta, probabilmente, di una  metà della coppia. Io, per forza di cose e non per volontà – sia chiaro – non mi posso cambiare pertanto sono l’unico punto fermo della coppia (per me) e mi devo anche prendere la responsabilità delle scelte fatte. In poche parole: scelgo male. Scelgo proprio male. Non so perché e non so come, ma scelgo proprio proprio male. Avrei bisogno di un corso dal titolo accattivante, tipo: “Fai la scelta giusta, oh – tu – povera idiota!”.

Esisterà on-line qualcosa del genere? Ora cerco.

 

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(587) Lucidare

Succede che la ruggine si prende parti di te, mentre stai pensando ad altro. Non ti immaginavi fosse così subdola, ma lei è paziente, sa dove colpire e sceglie il momento in cui sei proprio altrove e non puoi controllare nulla. Brava. Tsé!

Quindi tu te ne accorgi e pensi “che ci vuole? Due minuti e la tolgo!”. Sbagliato. La ruggine è maledetta, non se ne va con una passata di detersivo. La ruggine è lì per restare e te lo dimostrerà. La cosa da fastidiosa diventa preoccupante, non c’è modo di disfarsene. Si dovrebbe sostituire il pezzo, procedere con una nuova cromatura, insomma passare alle maniere forti. Eppure anche la cromatura ha i suoi limiti, potrebbe non dare i risultati sperati.

Ora non è più soltanto una preoccupazione, è un problema da risolvere. E da qui diventa ossessione. Le ossessioni non ci fanno bene, ci consumano lentamente. Ci si può anche ammalare. Quindi?

Non lo so. La ruggine comunque ti fa sbriciolare la carrozzeria, non la puoi ignorare. Bisogna star lì a provare finché non trovi la cura giusta. Devi solo decidere se ti importa abbastanza. Ti importa abbastanza?

Direi di sì.

Ecco, allora non è che ci sia molta scelta. Fai quello che devi fare e spera di essere abbastanza fortunata per scoprire che la ruggine non ha già devastato ciò che di bello avevi e che il resto lo puoi recuperare. In fin dei conti, un po’ di fortuna ogni tanto potrebbe capitare anche a te, no?

Eh.

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(525) Resti

Ogni tanto guardo quel che resta di me a fine giornata. Non è uno spettacolo esaltante, ma sto iniziando a valutarlo sospendendo il mio dannato senso critico. Ho pensato di cambiare dinamica per vedere come va, sì.

I resti che mi trovo tra le mani sono quello che m’è riuscito di salvare nello scempio della mia giornata, fatta di tante cose e di tante tante richieste da assorbire in qualche modo ispirandomi a un atteggiamento zen che poco mi appartiene. I miei resti verranno raccolti in un sacchettino e durante la notte saranno sistemati e ripristinati affinché assomiglino a un tutt’uno. A volte ci riesco, altre no.

Il più delle volte ci riesco e questo fa sì che io possa affrontare una nuova giornata, senza troppe pretese ma con una speranza di arrivare a sera con mezzo neurone funzionante. Mi sono, però, resa conto che in questo modo non si può andare avanti per sempre, perché il mucchietto dei miei resti piano piano si sta rimpicciolendo.

Tutto sommato non sono così preoccupata perché la soluzione da attuare ce l’ho, devo solo decidermi a farlo. Devo nutrirmi di tutto quello che fin dalla notte dei tempi funziona in casi come il mio, in una sola parola: Arte.

Lettura, musica, cinema, fotografia, balletto, pittura, scultura… ancora e ancora ancora e ancora. Questo nutre e ripristina la materia.

I miei resti, quelli di oggi, mi stanno guardando scettici: “Lo farà davvero?”, si stanno chiedendo.

“Non me la sento di promettere nulla, belli, ma ci posso provare”, e sono sincera, davvero. Non la stanno apprezzando granché questa mia spontanea disposizione nel correre ai ripari, ma non hanno scelta, si devono fidare. Do a tutti la buonanotte e vediamo cosa mi riuscirà di combinare domani. Sempre domani.

Se sono fortunata.

 

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(487) Onore

Come molte parole contenitori di importanti, se non fondamentali, valori umani, anche “onore” è stata depredata e ridotta a una cosa da nulla o addirittura una cosa sporca, cosa di CasaNostra. Spaventoso. Se svuoti le parole migliori del loro significato, svuoti l’anima dell’uomo che trova nelle parole la traduzione del proprio sentire.

Credo fortemente nel decoro della persona, che è onore, nella dignità, che è anch’esso onore. Sono sinonimi, i sinonimi possono aiutarci a riportare le cose nella giusta prospettiva ecco perché mi piacciono.

A un certo punto della propria crescita personale si inizia ad avere un’idea – dapprima abbozzata e poi sempre più precisa – del tipo di persona che si vuol diventare. Non sto parlando di che lavoro fare, di chi vuoi sposare (se ti vuoi sposare), di quanti figli vuoi (se li vuoi dei figli, mica è obbligatorio) e via di questo passo, sto parlando di una questione intima, di una decisione che riguarda solo te e che dal momento che la inquadri bene e la indossi, tu sai se le stai rendendo onore oppure no. Nessuno può giudicarti meglio di te stesso, in tutto quello che fai e che pensi. Nessuno può. Se tu te lo eviti, allora significa che la persona che hai deciso di diventare è una persona che poco lotta, poco cresce, poco sceglie liberamente e poco vale.

Sono contenta di essere cresciuta in una famiglia dove mi si sono palesate per bene le diverse conseguenze di ogni scelta: ho conosciuto chi ha saputo essere dignitoso e chi no. Ho imparato sia dall’uno che dall’altro, ho deciso con i modelli davanti agli occhi a chi volevo assomigliare. Ho scelto bene, ma non ho scelto la via più facile. Cos’ha significato per me? Tutto. Ogni passo è stato segnato da quella mia scelta, ogni passo fino a ora. Non me ne sono mai pentita, mai.

In questi giorni ho fatto un altro passo, segnato più fortemente che mai da quella mia scelta originaria. I dubbi che prima si accompagnavano a me per mettermi alla gogna, ridendo dei miei mancati goals, si sono zittiti. Per questa volta, ho agito senza tremare, senza pensare che forse stavo sbagliando. Forse perché mi sono stancata di guardare a me stessa come se fossi sempre sbagliata. O forse, prima o poi, anche i dubbi si prendono una vacanza.

Non lo so. So che per me un no è sempre un no, un sì è sempre un sì, ed entrambi hanno i loro solidi perché. Adesso come adesso, i miei perché sono indistruttibili.

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(462) Jump

Un salto senza preparazione è destinato a ben poco. Ogni cosa senza preparazione adeguata ha futuro incerto. Un salto, però, un salto non lo fai per caso e se non ti ci metti, se non ti prepari come si deve non hai giustificazioni di sorta. Non stiamo parlando di una scivolata, che te la cavi un po’ come puoi e se ti rompi l’osso del collo puoi sempre addossare la colpa all’incidente. Un salto è un’altra cosa, inutile nasconderci dietro un non-me-lo-immaginavo-potesse-accadere.

Nella preparazione entra in gioco l’insicurezza, quella brutta, quella che ti paralizza gli arti perché vuole che tu le dia ragione: non puoi farcela. E poi c’è l’ansia, perché non è di certo il primo salto che fai e le probabilità che sia fallimentare sono piuttosto concrete. L’ansia è bastarda, ti batte in testa, ti fa rincorrere il cuore che non ha più controllo, ti strappa il buonsenso a morsi e ride di te.

Sarebbe meglio saltare e basta, sarebbe meglio evitarle tutte queste stramaledette gabbie. Ci devi passare, devi attraversare tutto questo da solo nella tua oscurità per essere pronto, però. Che chance avresti, altrimenti?

C’è una cosa che ti dà la forza, una cosa che fai fatica ad accettare perché non sembra lì per aiutarti: la mancanza di altre strade da percorrere. Devi saltare per raggiungere l’altra sponda, non puoi che saltare oltre lo strapiombo se vuoi muoverti da lì. Non vedi oltre il tuo naso? Pazienza, fidati. Non hai gambe abbastanza forti? Pazienza, fidati. Non hai polmoni sufficienti per riempirli d’aria come si deve? Pazienza, fai quello che puoi e fidati. Non hai scelta.

La non-scelta spesso è l’unica forza che ti rimane, che ti vada bene oppure no non fa alcuna differenza, la realtà non cambia solo perché a te non piace. La non-scelta è la condizione di chi ha poco in dotazione nel suo pacchetto-vita, di chi davanti a un bivio ha una strada aperta e l’altra chiusa dopo pochi passi, non la vedi la fine? Saresti un idiota a prenderla, ti fermeresti subito.

Quindi cosa vuoi fare? Andare? Andare avanti? Ecco, ti sei già risposto. Prendi l’altra via. Come? Devi saltare? Eh, lo so. Non sei pronto? Eh, lo so. Pensi che non ce la farai? Sì, probabile, ma salta. Poi ne parliamo.

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(444) Neve

Ci sono cose che non dovrebbero essere toccate. Cose che sono già perfette così, perché ci ha già pensato Madre Natura a farle per bene e non è richiesto nessun intervento umano aggiuntivo. Di nessun genere.

Anche certi pensieri non dovrebbero essere toccati. Nascono perfetti, come fiocchi di neve, e se li tormenti anche solo con la punta del polpastrello ti si sciolgono davanti agli occhi e basta, non rimane più nulla. La neve non dovrebbe essere calpestata, solo ammirata da lontano.

Ho imparato a non toccare certe cose, principalmente perché ne colgo la Bellezza e non voglio rovinarla. Stessa cosa per certi pensieri, con l’esperienza ho capito che quelli che ti sollevano il respiro non devono essere toccati né da me né da altri e preferisco lasciarli fluttuare nel mio Iperuranio in segreto, silenziosamente.

Forse si tratta di una certa forma di pudore, alcuni direbbero, ma io mi conosco bene e il mio senso del pudore – ben solido – non ha nulla a che vedere con questa scelta. Voglio solo tutelare il mio sacrosanto diritto al pensiero libero, non mi fido più degli umani e non conto più sulla delicatezza di alcuno.

Ci sono cose e pensieri che dovremmo proteggere da tutti, anche da noi stessi, per una forma di rispetto della Vita e del disegno del Creato. Liberi da un ipotetico sperato sostegno, liberi da un’utopica condivisione fraterna, liberi dal bisogno di popolarità: certe cose e certi pensieri sono già pieni, già forti, già liberi così come nascono. Se smettiamo di prendercene cura, li perdiamo. Per sempre.

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(439) Krapfen

Il krapfen è quella cosa che devi andare in pasticceria a comprare e che devi chiedere rigorosamente alla crema, perché se non ci pensi e ti infilano quello alla marmellata lo devi passare alla tua sorellina e tu resti senza. 

Il krapfen non te lo fai in casa, non verrebbe come quello della pasticceria. Il krapfen non esiste al cioccolato, anche se ami il cioccolato, perché il krapfen alla crema è l’unico krapfen esistente che ti dà gioia.

Il krapfen non lo prendi senza farcitura, perché a quel punto è meglio che ti mangi una ciambella e qui si apre il capitolo sul perché la ciambella con la glassa non si deve neppure prendere in considerazione. Solo con lo zucchero spruzzato sopra e che non sia zucchero a velo! Sul krapfen lo zucchero a velo, invece, è perfetto. Non troppo (o lo si soffia via) e non troppo poco, mi raccomando.

Chiarito questi concetti basilari, è ovvio che se cerchi di farmi cambiare idea rispetto alle opzioni possibili riferite al krapfen (o anche alla ciambella), io – senza colpo ferire – ti rimbalzo perché la tua idea non è neppure contemplata nella mia visione nitidissima, pura e gioiosa di krapfen (o di ciambella). Dovrei cambiare la mia storia, i miei ricordi, farmi sostituire ogni ossa del corpo, bruciarmi ogni papilla gustativa. Impossibile.

Perché il krapfen non è quello che tu conosci, è quello che io conosco. E se, nel pieno rispetto della tua visione, evito di convincerti che il mio krapfen è meglio del tuo è perché so esattamente, ripeto SO ESATTAMENTE, il fastidio disumano che ti provocherei nel perpretare il mio intento – non richiesto – di persuasione.

Indi per cui: se ti dico che voglio un krapfen alla crema puoi metterti in pace il cuore che è quello che avrò. Se sono disponibili soltanto quelli alla marmellata, alla cioccolata, al capuccino, al mascarpone, al dio-sa-solo-che-cosa, allora significa che io non mangerò un krapfen, ma sceglierò una ciambella. Come? Non ci sono le ciambelle senza glassa? Pazienza, ripasso domani.

[dinamica applicabile a qualsiasi cosa che mi riguardi a cui sono devota]

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(351) Lime

Perfetto per un mojito, una caipiroska alla fragola, una caipirinha, un cuba libre o un margarita: il lime. Che non è un limone, altrimenti non lo si chiamerebbe lime. Qui sta il punto: chiamare le cose con il nome giusto le diversifica.

Ci serve diversificare perché ci permette di notare le differenze e di procedere con le scelte che ci sembrano più opportune per noi stessi.

Non so quando questa cosa sia diventata sinonimo di demonizzare ciò che è diverso da quello che scelgo per me stesso perché lo ritengo o inferiore o sbagliato. Non lo so. Mi verrebbero in mente un paio di situazioni storiche e almeno un centinaio di declinazioni ripetute nei secoli, ma non credo sia importante.

Quello che è importante è che in una cotoletta alla milanese ci trovi una fettina di limone da spruzzarci sopra e non un lime. Questo perché è più adatto, è meno aspro – o che ne so io il perché – fatto sta che lo si preferisce al lime o all’arancia (tanto per allargare l’esempio). Così è, e nessuno si mette lì a pontificare o si scaglia contro la cotoletta perché non sceglie mai di sposarsi con il lime. E il lime stesso non se ne cura, a lui che gli frega se può sbronzarsi quando cavolo gli pare senza renderne conto a nessuno? Eh!

Dove voglio andare a parare con questa elucubrazione senza senso? Niente, che mi farei volentieri mezza tinozza di mojito. Ora. Grazie.

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(355) Mug

Una delle mie fissazioni ormai celeberrime è quella delle mug. Ne ho parecchie, le uso tutte. Alcune spesso, altre saltuariamente, altre a periodi. 

Ora che ci penso ne ho una che non ho mai usato e che non userò, manco da morta, perché è bellissima. La tengo addirittura cellophanata. Rimarrà bellissima per sempre.

La scelta della mug che userò dipende da diversi fattori: dal liquido che deve contenere (tè, caffè americano, ginseng/guaranà, tisana, acqua, succo di frutta ecc.), da quanto ne voglio bere (le dimensioni contano – eccome), e – cosa non da sottovalutare – dal mio umore (tranquilla, nervosa, pensierosa, preoccupata, felice ecc.), di conseguenza anche da come vorrei sentirmi dopo aver finito di bere quello che ho scelto di bere.

La cosa eccezionale, ma davvero eccezionale, è che ci metto un secondo per decidere cosa voglio bere e la mug più adatta all’occasione. Spesso non ci penso neppure, vado dritta a prendermi quello che voglio senza sbagliare un colpo. Sono ovviamente guidata dal fattore “come mi sento e come voglio sentirmi dopo”. Tutto avviene in modo naturale, senza pensieri aggiuntivi, addirittura agisco sovrappensiero, senza frappormi tra me e il mio bisogno/desiderio.

Ecco, faccio così con il 99% delle cose che mi riguardano. Mi gestisco scegliendo in base a come mi sento e a come mi vorrei sentire. Se faccio la scelta sbagliata, non è imputabile al metodo che uso o all’intento, entrambi funzionano divinamente, quando non funziona è perché sono stata deviata nella scelta da qualcosa che arriva dall’esterno e che mi ha distratta, che mi ha fatto pensare meno a come mi sento e più a come non disattendere le aspettative di chi mi sta attorno.

Detto questo, una sola cosa mi resta da aggiungere: io funziono da Essere Umano, tutti gli Esseri Umani funzionano come me. Ognuno di noi si muove in base a come si sente e a come vorrebbe, invece, sentirsi. Questo particolare dovrebbe farci valutare diversamente certe cose, certe situazioni, certe azioni e certe persone. Non per giustificare, ma per capire dove sta il disagio e se c’è qualcosa che si può fare per sistemarlo.

Stasera tè alla vaniglia in mug grande, bianca con B stampata in verde scuro e edera attorcigliata color verde chiaro. Sto benissimo, grazie.

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(273) Indietreggiare

La cosa più difficile non è prendere una decisione, è mantenere quella posizione anche quando ti assalgono i dubbi più atroci e pensi di essertela giocata male. Ecco, in quel momento tenere botta non è da tutti.

Indietreggiare no, barcollare ci sta, ma indietreggiare no. Non per un fatto di orgoglio, ma perché è troppo presto, non sai ancora come andrà a finire, indietreggiare significa che non sei convinto, che ci hai pensato poco o male. Soprattutto che hai paura di prenderti le conseguenze del caso, non sei pronto, il che è peggio dell’aver preso la decisione sbagliato. Molto peggio.

Quindi devi startene lì, aspettare di vedere cosa succede e poi, nel caso, se le conseguenze sono più di quello che puoi sopportare, allora ritorni sui tuoi passi, ripensi tutta la faccenda e vedi di cambiare rotta.

Devi solo resistere nella sospensione, barcollare sì, ma non indietreggiare. Mancheresti di coraggio e questo difficilmente te lo potresti perdonare. Come lo so? Perché ti conosco. Se hai letto fino a qui significa che sei come me.

Adelante Sancho!

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(109) Scelta

Dipende proprio da noi, è una nostra scelta. Cosa? Tutto, o quasi. Certo, non le sciagure naturali, non la maggior parte delle morti e un certo tipo di catastrofi, ma il resto è solo la conseguenza delle nostre scelte.

Scegliere è un casino.

Se dovessimo star lì a soppesare ogni possibile ripercussione di ogni singola scelta che durante la giornata ci tocca fare rimarremmo paralizzati a letto. Eppure anche quella sarebbe una scelta.

Scelta è il fare e anche il non fare. Sì, tutto dannatamente complicato.

Bisogna andare per priorità, ti impegni nelle scelte importanti e per i dettagli e le robette da nulla ti lasci guidare dal fato, dall’inellutabilità delle cose. Ci sono persone che perdono ore a scegliersi un abito e tre secondi per decidere di sposarsi, tanto per fare un esempio. Ecco, secondo me sbagliamo proprio la lista delle nostre priorità. Non so il perché, so che siamo pieni di conseguenze disastrose e non riusciamo a trovare il bandolo della matassa.

Siamo Esseri strani, noi Umani.

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(68) Cittadino

Non so bene che significato dare a questo termine perché nomina l’appartenenza e faccio fatica, molta fatica, ad appartenere a qualcosa o a qualcuno. Fosse anche solo a un concetto. Non lo so, sento un urlo dentro che mi spinge lontano, dove posso essere di nessuno e legata a niente. Forse, però, è soltanto una difesa.

Non ho mai creduto che un voto potesse davvero far fluire le sorti del paese da una parte o dall’altra in modo evidente. Le cose che riguardano i popoli avvengono molto lentamente, preparano per decenni le conseguenze senza che nessuno lo noti (appositamente o inconsapevolmente). Ecco, le conseguenze precipitano veloci. Quando le vedi è troppo tardi.

Più che appartenere posso riconoscermi in un certo tipo di persone, quelle che vanno sulla loro strada con dignità e una certa coerenza intima. Anche se da fuori non si nota, anche se per conoscerle lo devi proprio volere perché non succede per caso.

Io non le cerco, le incontro. Le riconosco come a me vicine per visione o per ambizione e, ogni volta che succede, ne sento il benefico effetto come un balsamo corroborante.

Per caso il mio paese è l’Italia, ma non è un caso se sono ritornata qui a vivere.

Non so perché l’ho scritto, forse per ricordarmelo. Se me lo dimentico sono nei guai, accidenti.

b__

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(9) Posizione

Da bambina ho imparato una cosa importante: non si può avere tutto. O questo o quello. Tutto non si può. Credo sia stato l’insegnamento che più ha aiutato la mia resistenza alle avversità. O questo. O quello.

Va da sé che ogni volta mi sono trovata a scegliere tra quello che era giusto per me e quello che per me non era giusto, abbracciando sempre la prima ho capito presto che avrei dovuto rinunciare a un bel po’ di cose. Non ho cambiato la mia posizione neppure quando si trattava di perdere tutto quello per cui avevo lavorato. Se la mia pancia urla lo fa perché quello che vede non può accettarlo. Io seguo la mia pancia, anche se il cervello mi dice che non è saggio rischiare una perdita del genere.

Non è giusto essere calpestati. Non è giusto essere manipolati. Non è giusto essere usati. Non è giusto. Semplicemente non è giusto.

Mantengo la mia posizione.

Ho perso lavori importanti per questo. Ho perso persone importanti per questo. Eppure, dopo anni, posso affermare che forse non erano così importanti perché io sono ancora qui e la mia vita è migliore adesso.

Nel tempo ho notato che mantenere la mia posizione è sempre meno difficile. Insomma, so come si fa, so come si sta durante e come si sta dopo. So che poi troverò qualcosa che mi confermerà che quel giusto che mancava non poteva essere sopportato, accettato, ingoiato giorno dopo giorno per timore di ritrovarmi senza niente.

Io per me sono tutto, non niente. E da lì si riparte.

Si tratta di sentire dove inizia quel “non giusto” e metterci uno stop. L’ascolto ti può evitare tanta sofferenza gratuita.

Basta saperlo, no? Anche se sceglierai la sofferenza gratuita, sarà pur sempre una tua scelta e di nessun altro. Basta saperlo.

b__

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