(547) Assonanza

Richiede un piccolo sforzo, a volte un grande sforzo. Spesso te lo vuoi proprio evitare perché sei sicuro che non ti porterà a niente. Altre volte tenti, magari non troppo convinto, e quanto ti accorgi che ne è valsa la pena ti sembra quasi un miracolo. Perché, in realtà, è un miracolo.

Come si potrebbe definire in altro modo quello che accade quando riusciamo a entrare in accordo con un altro Essere Vivente?

Diamo per scontato che siamo tutti avvoltolati su noi stessi, incomprensibili non solo per chi ci incrocia, ma anche per chi ci sta accanto. Incomprensibili persino per le nostre povere affaticate sinapsi! Siamo isole, soltanto isole, e diamo per scontato pure che, anche se ci lamentiamo, ci va bene così perché ci evitiamo la fatica di esporci, di offrirci, di tenderci verso chiunque – è così, inutile negarlo. Ebbene, dato tutto questo, quando qualcosa accade dentro di noi e ci proietta anche solo per qualche istante in un’energia che non ci appartiene, non per devastarla ma soltanto per incontrarla e creare un contatto, si esplicita un piccolo grande evento che potrebbe rimanere unico nel suo genere, quindi: un miracolo.

Ho scoperto nei miei anni di contatti riusciti e fallimenti epocali, che è possibile entrare in assonanza con chiunque. Se non ti riesce è perché non ti interessa abbastanza. Affermare e ammettere che non ti interessa abbastanza per provarci è un ottimo punto di partenza per evitare nascondimenti imbarazzanti.

Se una persona non mi piace, non mi passa neppure nell’anticamera del cervello di entrare in accordo con lei. Amen. Molto probabilmente a lei non interesserò io e il cerchio si chiude. Allora focalizziamo l’attenzione sul perché una persona non mi interessa, ecco, qui le cose si fanno ben più intriganti. Solitamente una persona non mi interessa quando è aggressiva e becera, due caratteristiche del tutto respingenti per quanto mi riguarda. Se una persona di questo tipo mi sta vicino entro in modalità fastidio, si amplifica l’energia dissonante e mi allontano.

La mia giornata è fortemente segnata dalle assonanza e dissonanza di cui mi faccio tramite. Un fardello che, anche se pesante, mi ricorda che posso fare qualcosa per migliorare la mia giornata. Deve soltanto interessarmi abbastanza per farlo.

Amen.

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(501) Maleducazione

Oggi, per la prima volta in vita mia, ho risposto a tono. Non ci ho messo neppure un secondo in esitazione, ho risposto mantenendo la mia posizione e facendo indietreggiare la maleducata senza a mia volta esserlo, maleducata intendo.

Per chi mi conosce davvero, questo exploit potrebbe essere uno shock.

Io sono quella che all’arroganza contrappone il distacco, alla prepotenza risponde con la gentilezza e alla maleducazione riserva una battuta ironica. Funzionano tutte, direi anche sempre, puntualmente, ma oggi ho cambiato tattica. Ho risposto come Dio comanda: affermando la mia persona e pretendendo il minimo rispetto sindacale. Rispetto come persona e come professionista. Non te lo chiedo, me lo prendo il tuo rispetto mettendoti al tuo posto.  Io non entro nel tuo spazio e tu non entri nel mio spazio – diceva Johnny a Baby mentre le insegnava a ballare il mambo. Il mambo così funziona, così dev’essere ballato. Amen.

Ho rimurginato tutto il giorno sul motivo scatenante del mio colpo di scena – reazionario, direi – e forse il punto è che questa persona non mi conosceva e io non conoscevo lei, non ci potevamo guardare in faccia (era una telefonata) e oggettivamente parlando il suo sbottare malamente a prescindere da chi ci fosse dall’altra parte del telefono è stato idiota. Non mi sono offesa, mi sono incazzata. Non mi sono infastidita, mi sono incazzata. Non mi sono sentita spiazzata, mi sono incazzata. Quel sacrosanto “adesso basta!” che ti fa alzare la testa, abbassare la voce portandola tutta alla gola per snocciolare le tue argomentazioni lucidamene senza perdere una battuta, senza farti interrompere finché non hai finito. 

Posso fare anche questo. Brava, Babs!

Cosa non farei mai, però, è armarmi di una pistola e sparare random a tutti i maleducati che trovo per strada. Perché non lo faccio? Perché questa cosa non posso farla? No, la potrei fare se lo volessi. Il punto è che non mi viene neppure in mente di poterlo fare. Non lo voglio fare. Non è la follia omicida che guida la mia reazione. Non è l’odio razziale, il pregiudizio, la vigliaccheria d’anima, il pensiero grezzo, la bile sovraesposta, non è questo che io alimento con il mio vivere. Tutta quella robaccia non mi appartiene, non ho imparato questo dalla vita. E non giustifico chi decide di farlo, e non evito di dargli il nome che si è guadagnato nel farlo, e non avvallo quel crimine e condanno strenuamente le invisibili firme che lo supportano.

Noi possiamo prendere una posizione, affermare la nostra presenza, dichiarare la nostra intenzione a non essere prevaricati, agire in modo da meritare e quindi – di conseguenza – pretendere il rispetto dagli altri quando viene a mancare ingiustamente. Possiamo farlo controllando le nostre paure, gestendo meglio la nostra emotività, monitorando i nostri sentimenti, respirando profondamente quando la fatica ci espone e ci rende vulnerabili. Tutto questo e molto altro possiamo fare.

Non possiamo superare il limite, però, perché soltanto un millimetro al di là della linea non c’è ragione che tenga, diventiamo noi quelli da condannare. Anzi, siamo noi quelli già condannati.  E senza appello.

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(497) Oro

Mantenere la tua posizione quando senti che è giusta, vale oro. Fare un passo indietro quando ti accorgi che ti sei sbagliato, vale oro. 

Guardare negli occhi chi ti sta di fronte mentre affermi il tuo essere libero, vale oro. Fermarti e riconoscere che stai abusando della tua libertà per mortificare quella di chi ti sta di fronte, vale oro.

Ma quale oro? Non quello che si gratta dalle viscere della Terra, quello vale poco, non quanto le vite di chi consuma i suoi giorni affondato laggiù. L’oro è quel filo che ci percorre dai piedi alla testa e che ci tiene su, ci sorregge. Non si mescola al sangue, non lo puoi confondere con nient’altro. Lo vedi brillare in superficie in un bimbo che sbatte i pugnetti sul pavimento quando piomba giù al suo primo passo. Una bella culata, parata dal pannolone, non fa altro che rinvigorire il bagliore. Tempo due secondi ed è in piedi, quel nuovo tentativo non vale oro, è oro.

Mi sconvolge vedere che qualcuno lo ignora, che c’è chi non prende in considerazione quel filo d’oro che lo attraversa. Mi chiedo il perché. Forse non lo vede? Forse lo vuole negare? Forse pensa di averlo perso?

Se sto su, se sono in piedi, è per quel filo d’oro che sorregge ogni osso del mio corpo. Quel filo è sottile, sta facendo una fatica della miseria, ma ancora non si spezza. Sono sbalordita dalla sua forza. Riconoscerla ora, con la stanchezza che è sparsa ovunque, vale oro. Questa volta il mio.

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(363) Jolly

“A questo punto mi giocherei il Jolly”, un’affermazione che non ho mai potuto utilizzare, ma che mi è rimasta lì in memoria e di cui non riesco a disfarmi.

Per giocarsi un Jolly, ovviamente, bisognerebbe avercelo. Ho pensato di averne parecchi di Jolly da giocarmi in tutti questi anni, ma una volta buttati sul tavolo si sono rivelati un bluff. Cioè, tanto per far capire il tenore della beffa: un auto-bluff.

Che non si tratta più di sfiorare il ridicolo, ma di attraversarlo alla velocità dell’Enterprise tanto per capirci. E non indenni, voglio sottolineare.

In poche parole, ho voluto così tanto poter giocarmi un Jolly che me ne sono inventati mille – totalmente fake – pur di crogiolarmi nell’idea che al momento opportuno li avrei sfoderati per… vincere. Sì, vincere. Perché io voglio vincere. Vincere in modo onesto, s’intende, ma vincere. Non mi piace la via di mezzo, neppure arrivare ultima. Mi piace vincere. Ma non basta. Bastasse questo, a cosa servirebbero i Jolly? Ci sarebbe una rivolta di Jolly se si scoprisse che non servono a una cippa. Triste giorno per i Jolly, per noi un po’ meno. Per me sarebbe una festa.

Fatto sta che non ne ho. Non ne ho e non so dove andarli a comprare. Non ne ho e non potrò mai dire “Mi gioco il Jolly”. Non ne ho e non potrò mai dare una complice e soddisfatta pacca sulla spalla al mio Jolly e andare a festeggiare in birreria con lui, come una vera squadra, la vittoria. Credo non ci sia nulla di più mortificante.

Scusate, ma ora vado a piangere in privato.

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(293) Rinunciare

Un verbo che mi ha schiacciato per molti anni e allo stesso tempo mi ha modellato rendendomi resiliente come mai avrei pensato di poter essere.

Mi dà fastidio pronunciarlo, è come rendere più solide le cose a cui ho rinunciato durante il percorso. Oggi mi pesano tutte, anche quelle che ho fatto bene a mollare. Perché? E che ne so. Oggi va così.

Credo di essere in overdose da rinuncia. Ci si arriva col tempo, piano piano, ma ci si arriva perdio! E una volta che tocchi la sostanza delle tue rinunce come si fa a gestirla? Non lo so, oggi non so niente.

Dovrei trovare il coraggio di farne una lista e fleggare quelle ormai superate, quelle di cui non me ne frega più niente, quelle che sono state una liberazione anziché un sacrificio. Ho paura che siano più numerose le altre, però. Quelle che vorrei non aver fatto, quelle che mi suscitano ancora frustrazione, sensi di colpa, rabbia, malinconia.

Non lo so, serve davvero fare una lista? Forse è meglio imporsi un cambiamento radicale, forse è meglio affermare con vigore e convinzione intima che, a questo punto, rinunciare non fa più per me. Posso smettere, finalmente.

Non lo so.

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