(594) Coppia

Una coppia = due. Due che è 1 + 1. Quindi due che si sommano. Ecco, così mi piace. Ti sommo a me, in modo che la forza si raddoppi. Visto che non siamo uguali riusciremo anche a smorzare le reciproche debolezze, tu colmi le mie e io cerco di colmare le tue. Se lavoriamo insieme in questa direzione, possiamouna  andare lontano.

Sembra facile, ma è un casino. Il risultato ottenuto ogni volta è stato un dimezzamento delle mie forze e un rafforzamento delle mie debolezze. Com’è possibile? Non una, non due, non tre volte, sempre. Com’è possibile?

E star lì a pensarci non è che mi abbia portato a grandi illuminazioni, soltanto grande scoramento e questo non aiuta né l’autostima, né le speranze in una nuova possibilità – migliore, ovviamente, più fortunata. Eh.

Si riparte sempre dalla teoria, e la mia teoria non fa una piega. Una formula matematica, in realtà, non fa pieghe ed è per questo che ci si appiglia volentieri alla sua chiarezza e alla sua fermezza. E non mi funziona, però. C’è qualcosa che non funziona nella scelta, probabilmente, di una  metà della coppia. Io, per forza di cose e non per volontà – sia chiaro – non mi posso cambiare pertanto sono l’unico punto fermo della coppia (per me) e mi devo anche prendere la responsabilità delle scelte fatte. In poche parole: scelgo male. Scelgo proprio male. Non so perché e non so come, ma scelgo proprio proprio male. Avrei bisogno di un corso dal titolo accattivante, tipo: “Fai la scelta giusta, oh – tu – povera idiota!”.

Esisterà on-line qualcosa del genere? Ora cerco.

 

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(548) Esposizione

Mettermi in esposizione non è che mi entusiasmi, l’ho fatto e lo faccio se non ne posso fare a meno – per una serie di circostanze. Significa che preferisco stare per i fatti miei, al riparo, così posso essere chi sono senza paranoie.

No, espormi per le cose in cui credo non è mai un’opzione perché la faccia e il nome ce li metto in tutto. Senza paura o timidezze. Essere esposta, invece, agli umori e paturnie degli altri mi rende nervosa, talmente nervosa a volte che faccio e dico cose che sono più una provocazione per vedere dove si andrà a parare che altro. Non ci posso fare nulla, se sento puzza di bruciato voglio scoprire che cosa sta bruciando. Esporre il mio punto di vista, le mie riflessioni, le mie idee è qualcosa che ho imparato a fare e che spero riuscirò a fare sempre meglio. Ci sto lavorando.

In effetti, esposizione non è un termine brutto, diventa pessimo quando viene usato da qualcuno su qualcun altro. Imperdonabile.  Difficile fermare chi pensa di poterti esporre come un trofeo, chi pensa che esporti al giudizio degli altri sia un atto che non obbliga alla responsabilità. Non c’è compassione, non c’è sensibilità, non c’è calore umano nella gente che guarda per puntare il dito. Inutile illudersi. Non ce n’è.

Ecco, questa mia breve esposizione può essere presa come arringa in tribunale per qualsiasi accusa mi venisse rivolta in futuro – anche nel futuro prossimo prossimo. Varrà pur qualcosa scrivere ogni giorno qui sul blog… eh!

 

 

 

 

 

 

 

 

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(456) Locomotiva

C’è chi nasce locomotrice e chi nasce per andare a rimorchio. Non credo si possa passare da una natura all’altra senza soffrirne, non credo che la si possa cambiare al volo quando ti rendi conto che non ti fa comodo: è una condizione senza via d’uscita.

Chi traina non ha scampo, deve trainare. Sempre. Chi s’aggancia per essere trainato, non ha altra scelta se non quella di farsi trainare. Se pensi di non voler essere trainato e provi a trainare è a tuo rischio e pericolo. Trainare significa pensiero solido su cui poggiare il passo e progettazione del percorso, significa costruire il senso e segnare le tappe con criterio, significa sapere da dove partire e sapere dove si vuole arrivare. Prendi con te la vita di altri, la responsabilità non si può dismettere come un abito che non ti veste più, la motivazione non te la può passare chi ti deve seguire, la determinazione non deve avere cedimenti perché frutto di pensiero-dedizione-azione ben strutturati.

Un locomotore ha in sé le caratteristiche che lo evidenzieranno in ogni situazione, spicca tra la folla, la gente si sposta al suo passaggio e volentieri si aggrappa alle falde del suo lungo cappotto per farsi un viaggio che non si sarebbe mai immaginata di poter fare da sola. E se qualcuno tra i tanti inizia a pensare che sì, anche lui può essere locomotore, allora bisognerebbe domandarsi se andare a rimorchio sia stata – fino a quel momento – una pratica di comodo o se, invece, sia una condizione di nascita. Nella seconda ipotesi non ci sarà nulla di buono nel percorrere la spinta della presunzione per spacciarsi altro da ciò che si è.

Quindi se pensi di essere nato per andare a rimorchio e ci stai male, valuta la tua natura e se sei nato locomotiva allora datti da fare. Se la responsabilità, la dedizione, il pensiero e la creazione sono per te un peso di cui puoi fare a meno, allora non sei locomotiva e, credimi,  non c’è nulla di male in questo. Vivi a rimorchio in modo dignitoso e smettila di lamentarti che le locomotive son tutte uguali: scegli quella che fa per te e collabora nel viaggio senza opporre stupida resistenza.

L’umiltà è dote sia per chi traina che per chi viene trainato, in questo siamo tutti uguali.

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(407) Valenza

Che valenza dai al tuo tempo? Lo decidi tu, decidi tu quanto conta e in che misura sei disposto a sprecarne. Non dare la colpa agli altri se a fine giornata scopri di non aver combinato niente, sai benissimo che nessuno dà valore a ciò che viene presentato come gratuito.

Direi questo a ogni adolescente sulla faccia della terra per prepararli a quel che sarà. Perché il tempo scivola via come niente e non c’è nessuno che ne possa aver cura per noi. Ognuno badi al suo!

Quando penso al tempo sprecato nei miei anni verdi mi vien voglia di prendermi a pugni. Generosa fino al ridicolo con il mio tempo, distribuito a tutti, ad ogni ora del giorno e della notte, come se dire no fosse una colpa. La cosa che mi sconvolge, però, è che non l’ho capita da molto ‘sta cosa e ancora dire no la sento come una colpa. Vorrei ci fosse un responsabile diverso da me per questo lavaggio del cervello subito. Non lo trovo, non c’è. Sono stata io a pensare che ero lì per quello, per dare attenzione, energia e tempo a chi me lo chiedeva. Semplice e chiaro. E sbagliato.

Decidere la valenza da attribuire alle cose e alle persone è diventata la priorità. Quindi appurerò nei prossimi mesi se ho imparato a fare i conti o se il tempo sprecato non mi ha insegnato proprio niente. Eh.

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(321) Parare

Se pari un colpo, significa che qualcuno te lo ha sferrato. Se lo pari, significa che in un qualche meandro del tuo cervello lo avevi previsto – anche seppur a livello inconscio – e che la tua reazione è stata veloce ed efficace. Se in qualche modo lo mettevi in conto, significa che una parte attiva nella questione ce l’hai. Potevi evitare che il colpo partisse? Nove volte su dieci sì. Si può, stando attenti.

Attento a quello che dico, a quello che faccio, a chi mi accompagno, a chi si avvicina, a chi mi gira intorno, a chi mi porto a casa e via avanti. Attenzione significa presenza, consapevolezza, responsabilità. Una fatica? Certo, lo è. Eppure ci permette di prevedere, prevenire, presagire…

PRE(…) = evitare che le cose si spingano fino al punto da essere costretti a parare il colpo.

Se davanti a me ho un collerico con poco cervello, evito di dire (giusto?) e faccio passi lunghi e ben distanti da lui. Evito di dover, ad un certo punto, parare un colpo che sicuramente arriverà perché è nell’ordine delle cose, perché è così che funziona, perché la dinamica non subirà inceppamenti anche se noi speriamo che lo farà. Non-lo-farà.

Nessuno ha il coraggio di affermarlo a voce alta, ma noi siamo responsabili di noi stessi. Siamo adulti, possiamo prevedere, prevenire, presagire e quindi evitare. Possiamo stare attenti, possiamo gestire meglio la nostra emotività, possiamo imparare a non farci pilotare dal panico e a dar retta alla paura – che è uno stato emotivo sano perché ci mette in allerta e ci permette di agire in modo utile alla nostra sopravvivenza.

Preferiamo pensarci vittime e guardare agli eroi con commozione. Preferiamo dare ad altri il potere e dichiararci vulnerabili. Solo perché prenderci le nostre responsabilità ci spaventa. Ci spaventa ESSERE. Credo che il grottesco ci abbia devastato l’anima, con il nostro permesso ovviamente.

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(29) Fraitendimenti

Mi prendo il cinquanta per cento di responsabilità: se non mi capisci è perché non sono riuscita a esprimermi come si deve. Considerato che il mio mestiere riguarda la comunicazione, è ovvio che non sono così brava come dico dato che non mi faccio capire. Devo fare di meglio, ok.

Parliamo ora del restante cinquanta per cento di responsabilità: la tua che non mi capisci. Dove sei mentre ti sto parlando? In che pianeta stai orbitando? In che universo parallelo ti sei proiettato per aver frainteso quello che ho appena detto? Perché se sei distratto, se sei distante, se sei arrabbiato, se sei pieno di pregiudizi o preconcetti o se sei troppo pieno di te per metterti in discussione allora, amico, il problema parte da te.

Non è che non mi riguarda, certo che mi riguarda, molto probabilmente mi prenderò le conseguenze del tuo orbitare allucinato e anche del tuo cadere in buchi neri di inconsapevolezza, ma non mi sentirò in colpa per questo.

A ognuno il suo compito: io imparerò meglio a comunicare e tu ad ascoltare. Anzi, c’è un’altra cosa che devo imparare a fare meglio: evitare di comunicare con chi già so che non sa ascoltare.

Restringo il campo, mi salvo la vita.

b__

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