(740) Felicità

La comprensione è una buona sorgente di felicità. (Daniel Pennac)

Non credo di poter essere più d’accordo con Pennac di quello che già sono. Un modo fantastico di definire il piacere di avvicinarsi a qualcosa o a qualcuno con l’intenzione di conoscere e di comprendere. Non c’è bisogno di fare altro, solo comprendere.

Non dobbiamo trovare soluzioni se non ne siamo in grado. Non dobbiamo offrire la parola giusta se non ne siamo capaci. Non dobbiamo inventarci chissà quale fantasioso gioco di prestigio se le carte ci cadrebbero rovinosamente dalle mani. Dobbiamo soltanto essere disposti a metterci in una posizione dove le informazioni e le emozioni che riceviamo si possano posare per farsi comprendere.

La nostra mente ce lo impone: non siamo tranquilli finché non capiamo, vero? Il nostro corpo non si muove se non capisce cosa deve fare, giusto?

Quando siamo presenti e la comprensione si compie tutto fila liscio, non c’è bisogno di preoccuparsi, non c’è bisogno di inventarsi nulla, si va e si fa. Semplicemente. La domanda, però, rimane: perché non ci fermiamo a comprendere anziché partire in quarta e incasinare tutto? Perché non ci mettiamo nelle condizioni di comprendere invece di scagliarsi contro tutto quello che ci risulta incomprensibile al primo colpo? Perché pensiamo che il mondo debba essere comprensibile a tutti e in qualsiasi momento nonostante la sua disarmante complessità?

Che pretese abbiamo nei confronti del nostro prossimo, se non riusciamo a comprendere neppure noi stessi?

Pennac, aiutaci tu!

 

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(701) Ribellione

Disobbedire con criterio: quando si palesa un’ingiustizia, quando chi comanda è un despota insensato e/o crudele, quando veniamo schiacciati nei nostri diritti di Esseri Umani, e via di questo passo. Così si possono cambiare le cose.

Ribellarsi a regole disumane non è una scelta, è l’unica scelta. Perché ormai lo sappiamo che con le regole si parte bene e si può finire molto male, si possono rovesciare i concetti e si possono verificare bestialità inaudite. Questo non significa che le regole siano inutili, il Regno del Caos non prevede superstiti. 

Quindi la ribellione usata con intelligenza strategica, con uno scopo puro, con la pace nel cuore e la voglia di far avanzare il mondo verso un futuro onorevole per tutti è la pratica che tutti dovremmo adottare per sistemare le cose. Recuperi il coraggio dalla cantina, gli dai una bella rinfrescata, lo indossi e fai le scelte che sai che devi fare. Tieni botta e persegui l’obiettivo.

Il punto è: in cosa credi? Credi in qualcosa?

Quando credi, fortemente credi, ti muovi. Indossi il coraggio senza smettere di ascoltare la paura, evitando possibilmente il panico, e procedi con il piano di liberazione. Puoi osare, puoi. Puoi restare dritto davanti al sopruso e far sentire la tua voce, puoi dichiararti contrario, puoi affermare la tua posizione. Fallo in modo da poter essere ascoltato, però: non insultare, non sputare, non umiliare. Gioca pulito e ribellati. 

Prima di procedere, mi raccomando, chiediti di nuovo “in cosa credo?” e ascolta la tua risposta. Se credi che vali più degli altri, se credi di essere la vittima che ha diritto alla sua vendetta, se credi che prima tu e poi gli altri, se credi o io o gli altri, se credi di poterti ergere sopra le regole e le leggi morali, allora forse la tua non è ribellione e te la stai raccontando per accomodare la tua coscienza bucherellata. Lascia stare. Chiamati cialtrone, filibustiere, delinquente – farai una figura migliore, fidati.

Perché le parole definiscono e lucidano sia le menzogne che le verità, e usarle bene dà una grande soddisfazione, ma a reggere la ribellione sono i fatti. I fatti dimostrano chi sei, in cosa credi e cosa sei disposto a fare. Sono i fatti che contano. E non si scappa.

 

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