(568) Praticamente

Preferisco ragionare in termini pratici, anche quando sogno. Lo so, potrebbe sembrare un ossimoro, ma mi ci trovo bene perché in questo modo i miei sogni vestono l’abito della progettualità e sono più alla mia portata. Una questione di gestione oculata delle aspettative, mettiamola così.

Praticamente succede che quello che io tratto come idea da realizzare, procede esattamente su quella strada, per quello che è, per quello che l’ho convinta a essere. Non ci sono dubbi né ripensamenti. Praticamente non devo far altro che schiacciare a terra le aspettative e farmi bastare quello che resta dell’idea: il lavoro forsennato. Il segreto per tenere botta sta nel fare del tuo lavoro forsennato un buon motivo per alzarsi dal letto ogni mattino.

Ricordo una circostanza, che mi vedeva protagonista di un’interrogazione, in cui il mio intercalare praticamente mise di cattivo umore l’insegnante che a un certo punto sbottò: “Non c’è niente di pratico in un romanzo, signorina Favaro!”. Ecco, questa cosa da quel momento in poi ha girato tra i miei neuroni e con nessun tipo di ragionamento c’ho visto del giusto. No, Prof, in un romanzo tutto è pratico, altrimenti sarebbe rimasta aria fritta. A quel tempo non avrei saputo dirlo, neppure pensarlo, ma ora sì e saprei argomentarlo per ore.

Partendo da questo presupposto, è facile spiegare la mia idiosincrasia per l’aria fritta. Tutto ciò che è privo di contenuti mi appare inutile. Mi rendo conto che forse sono fuorviata da alcuni pregiudizi sparsi sulla via del mio ragionare, ma davvero i contenitori vuoti sono inutili finché non li riempi e se esiste una teoria che dice il contrario… bé, fa niente, non cambierò idea soltanto perché una teoria si sa esprimere meglio di me.

Il contenuto di questo mio post lo trovo sostanzioso e nella pratica è stato tutto dimostrato, da ogni passo fatto sul mio cammino. Che è reale, non aria fritta.

Amen.

 

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(563) Portale

Si apre una fessura e vengo risucchiata nel mio iperuranio e non mi fermo più. Posso continuare a parlare per ore, senza perdere un colpo, andando a braccio, finché qualcuno non ha il buonsenso di fermarmi. 

Mi è successo anche oggi, oggi che avevo davanti a me sette anime accoglienti che volevano sapere cos’è una storia e come si scrive una storia… non ricordo neppure quello che ho detto, ma so che tutto aveva un senso: solido, tangibile, prêtàporter. Lo do per scontato. Nel mio iperuranio funziona così.

Dal canto mio, però, ricordo quello che queste sette anime mi hanno raccontato, ricordo le domande che mi hanno fatto, ricordo i loro visi, nomi, sorrisi e quelle zone scoperte che chiedevano un riempimento. Non so se per qualcuno questo può avere senso, ma so che lo ha per me. Non mi serve altro.

E ho superato anche il chi-sono e il cosa-faccio, ho superato il quanto-valgo e il quanto-non-sono-abbastanza, ho superato il cosa-vorrei-essere e anche il cosa-non-sarò-mai… sono approdata al chi-se-ne-fotte-sono-quello-che-sono. E non è che sia un posto comodissimo, neppure splendente, men che meno rassicurante, è soltano una zona dove posso riposarmi. E ho un disperato bisogno di riposarmi, quindi starò qui, che sia per un anno o per sempre non ha alcuna importanza, starò qui.

Varcherò il mio portale ogni volta che potrò, accederò al mio iperuranio ogni volta che vorrò, respirerò aria pura o veleno a seconda della disponibilità. Sono civetta, d’altro canto, senza chiedere il permesso e senza chiedere scusa vivo nella notte più che nel giorno e la mia notte è infinita e non così spaventosa. Lascio che luce mi sia da guida, e nella notte ogni luce ha più potenza.

Ad occhi aperti. Sempre.

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