(748) Radio

Stavi lì ad aspettare che qualcosa arrivasse per farti vibrare un po’. Sapevi quale emittente era più vicina ai tuoi gusti, riconoscevi quelle voci che a farti compagnia ci mettevano un istante e quando salutavano un po’ ti dispiaceva però il giorno dopo alla stessa ora le ritrovavi lì, per te. Questa era la radio che amavo. 

Non immaginavo che un giorno avrei finito con il tenere compagnia a qualcuno (magari molto lontano) allo stesso modo, in una situazione quasi uguale (il podcasting). Eppure l’ho fatto. Non da professionista, ma è andata bene uguale.

Non immaginavo che una volta appeso il microfono al chiodo avrei sentito questa nostalgia. Mi domando se sia ego o cos’altro. Mi manca preparare la puntata, mi manca creare qualche cosa che abbia senso per me e che sento il bisogno di condividere solo per il fatto che prima era soltanto nella mia testa e poi tocca le orecchie di qualcuno chissà dove e chissà quando. Non lo so spiegare meglio, forse non serve.

Non nascondo che avevo deciso di terminare la mia esperienza perché mi mancavano le forze, non riuscivo più a trovare il tempo per dedicarci quell’energia che mi richiedeva. Pensavo di avere detto tutto, molto probabilmente in quel momento non avevo più niente da dire. Mi dimentico spesso che le cose cambiano, e possono cambiare lentamente o meno, dentro di me possono cambiare molto velocemente – tanto che i cambiamenti esterni mi sembrano lunghi da morire.

Ho voglia di ricominciare a dire, di farlo meglio e di farlo ora. Non so dove troverò l’energia ma in qualche modo arriverà. Ogni partenza spaventa un po’, sembra quasi troppo quello che ci aspetta. Raramente è così.

Quindi l’unico modo per partire è… partire. Adelante Sancho!

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(724) Tocco

Basta un tocco e tutto può cambiare. Un tocco di fortuna o di sfiga e tutto può cambiare. Anzi, tutto cambia. Perché cambi tu dentro, anche se non te ne accorgi, anche se ti sembri sempre la stessa, ma non è così. Te ne accorgi col tempo, quando si è sistemato un nuovo equilibrio, migliore o peggiore non ha importanza, è comunque un’altra cosa, anche se nel minuscolo e nell’intangibile.

Un tocco di gentilezza migliora la tua giornata. Un tocco di ironia solleva la situazione, un tocco di speranza ti fa guardare al domani con un sorriso. Quando nelle cose ci metti un tocco di rabbia si rompono i bicchieri e si rompono i legami e anche certi cuori, quelli che non sanno difendersi e che si affidano ingenui.

Noi siamo fatti di tocchi, miliardi di tocchi in una giornata, e non ce ne accorgiamo. Pensiamo sempre che le cose siano grandi, specialmente quelle che contano, e invece le cose sono sempre piccole, piccolissime. Piccoli tocchi che si sommano uno all’altro e che producono grandi spostamenti e – spesso – grandi danni. Perché non ce ne curiamo, perché non pensiamo abbastanza, perché non ci prendiamo carico delle conseguenze e tanto meno della materia delicata con cui è fatto l’animo umano – che ricorda tutto il male e dimentica tutto il bene.

Se riuscissimo a contare i tocchi che in una giornata diamo agli altri e quelli che riceviamo ne rimarremmo impressionati. Ci verrebbe quasi da chiederci: “Come ho potuto ignorare tutto questo fino a oggi e comunque sopravvivere?”. Ma non lo faremo mai, è troppo rischioso e noi non abbiamo voglia di menate perché già la vita è così complicata che farsi passare il mal di testa è un’impresa. Allora continuare a toccare senza grazia, senza cura, senza bene, il nostro prossimo diventa una scelta obbligata, e continuare a vivere una vita arida e spinosa diventa il nostro unico destino.

No, non è questione di karma, quello viene dopo. Per tutti.

 

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(713) Telefonare

Quando non c’era ancora internet – sì, sono piuttosto antica – il telefono era l’unico modo per mantenere i contatti con gli amici. Scrivevo moltissime lettere, giuro, ma se scrivi a chi non ti risponde perché non ama scrivere diventa piuttosto frustrante.

Passavo ore al telefono, per ascoltare e per raccontarmi, amavo il posto che avevo nella vita dei miei amici, mi sembrava fosse importante esserci anche se mi ero trasferita a quasi 500 km di distanza.

A un certo punto, però, ho scoperto che non era un posto per sempre perché la lontananza fisica aveva fatto perdere le mie tracce e la mia voce non bastava più. Facevo fatica a raccontarmi, facevo fatica a farmi capire, facevo fatica a esserci. E dopo anni mi arresi sfinita, come se tutte le energie fossero state succhiate via per sempre.

Non era una questione di pensiero, li pensavo tutti i giorni, né d’affetto perché erano sempre le persone con cui ero cresciuta e avevo condiviso tutto della mia infanzia e della mia adolescenza solo… solo che loro non riconoscevano più me e io non riconoscevo più loro. La vita ci aveva masticato e ci aveva modellato diversi. Riconoscibili solo nei dettagli.

Ora prendere il telefono per chiedere “come stai?” mi fa strano. Il telefono adesso non mi aiuterebbe a riattaccare i pezzi persi, e quei vuoti li temo se si palesano in vuoti di silenzio. Non lo so, sento che raccontarmi a loro – per come sono oggi – andrebbe solo a confondere i ricordi.

Vorrei capirne di più della vita, per fare meno errori, ma al momento tutto quello che posso fare è riconoscere le cose per quel che sono e accettare i cambiamenti per quello che devono essere. Mi fa tristezza, comunque. Da piangere.

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