(630) Occupazione

Occupare non è un verbo che mi piace, ma avere un’occupazione mi piace. Mi piace pensare che avere un’occupazione – inteso come avere qualcosa che ti occupi il tempo per sollevarti dai pensieri – sia un grande privilegio. Avere niente da fare tutto il giorno sarebbe per me la galera. Durerei due giorni due, poi mi butterei dalla Rupe Tarpea.

Ho impegnato ogni giorno della mia vita tentando di occupare le mie giornate in modo che mi fossero di giovamento. Per questo ho fatto parecchi lavori diversi da ragazza, appena quell’occupazione diventava noiosa routine mi davo da fare per trovarmi un’altra situazione. Continuavo a scrivere, è vero, ed era la cosa migliore che potessi fare. Quindi mi sono tatuata nel cuore le parole di Italo Calvino:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Così ho fatto. Inseguendo il bene, attraversando l’Inferno di tutti.

Quello a cui pensavo stasera è che avere qualcosa che ti occupi la mente, qualcosa che ti doni gioia, per poi magari metterlo in atto e renderlo concreto, è un diritto di tutti. Chi lo scansa pensando che il fare-niente, il pensare-a-niente, sia la grande libertà, la liberazione da tutti i mali, si sta ingannando. E non lo so perché tanti si vogliono rifugiare in questo inganno, non so se sia per paura o per pigrizia, so soltanto che si tolgono il sale della vita. Stai sognando il niente, mentre potresti sognare di fare tutto. Tutto. Fare tutte quelle cose che la vita ti offre affinché tu possa superare ostacoli e limiti superabili, per stare bene. Soltanto per stare bene. Stare meglio.

Fare niente, non suona brutto? Il niente chiama il niente, è un dato di fatto. Il niente non ti riempie, non ti soddisfa, non ti fa arrivare prima al Nirvana. Il niente ti annienta. E mi domando: come puoi pretendere che persone che affrontano l’ignoto perché hanno fame di vita, una volta superato ogni limite possano resistere nel niente assoluto in attesa che qualcuno decida per loro? Tu lo faresti? Quel tipo di persone nel niente non ci stanno. Lo hanno dimostrato affrontando l’Inferno più atroce, non c’è bisogno di chiedere loro alcuna ulteriore prova. Si sono guadagnati la vita, definitivamente.

Oltre le apparenze, quella loro fame vale molto più del niente anelato da chi ha tanto, fin troppo. Molto di più di chi sogna quel niente lamentandosi di quel troppo che ha.

Occupare la tua mente, le tue mani, le tue gambe con i desideri che alimentano la tua vita: non pensi che debba essere e che sia una benedizione dal Cielo? Io sì.

 

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(621) Sazietà

Hai fame, mangi e, se hai mangiato abbastanza, sei sazio. Sei soddisfatto. Per un po’ non guardi più il cibo, ti occupi di altro. Va così.

Se vai al supermercato a fare la spesa e sei affamato, povero te. Se ci vai a pancia piena, comprerai esattamente quello che ti serve, seguendo pedissequamente la lista che ti eri fatto a casa. Va così.

Il senso di sazietà ti permette di non mangiare fino a morirne, ti fermi un po’ prima. Gran cosa per i golosi e per chi cerca di colmare altri vuoti con il cibo – cosa legittima, ma pericolosa.

Da tutto questo monologo, che precede con logica lineare, vien da pensare che se sai cosa significa avere fame e non poter mangiare non immagini di ammazzare chiunque soffra di questa mancanza. Se sai cosa si prova e vuoi che altri provino lo stesso sei – in tutto e per tutto – una gran brutta persona, che vuole vendicarsi di un supposto torto subito su chi non ne ha colpa. Gran brutta persona, confermo. Se, invece, non sai come si sta ad avere veramente fame, tanta fame, ma talmente tanta che ti si mangia da dentro, dovresti fermarti un attimo a riflettere. Rifletti su quanto sei fortunato, su quanto la vita sia stata buona con te, su quanto questo tuo privilegio ti renda immune dalla brutta bestia che ti nasce quando la fame ti devasta le viscere. 

Dopo questa attenta riflessione, dovresti aprire dentro di te i rubinetti della compassione. Un sentimento elevato, che ti fa abbracciare la mancanza disumana che gli altri provano e senti il tuo cuore piangere. Ti fa pensare: “Cosa posso fare per toglierti quella fame devastante dal corpo e dalla mente?”. Questo renderebbe te un Essere Umano degno della fortuna di cui gode, e l’Essere Umano a cui tu ti rivolgi una persona nuova. Sazia, appagata, grata. Grata e pronta a fare altrettanto con un altro Essere Umano in difficoltà.

Io credo che questa sia la strada giusta. Chiunque mi dica che gli Esseri Umani che hanno fame meritano di morire in mare o a casa loro, è un essere indegno: della sua fortuna, della sua esistenza. Se hai paura dell’invasore, fattela passare. Fattela passare lavorando con un bravo terapeuto sulla tua rabbia, le tue debolezze, la tua autoreferenzialità egoica. Sono problemi tuoi, di nessun altro.

E non ho più nulla da scrivere per stasera. Buonanotte.

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(466) Quiete

Un’aspirazione più che una possibilità. Quello stato d’animo che ti fa dire “massì, va bene così”, senza morderti le labbra, senza sospirare, senza bisogno di voltare il viso per non far trapelare l’amarezza. Ecco, quella cosa lì mi piacerebbe. Certe persone possono, sanno, io no. Il mio vabenecosì è amaro, è umiliato, è triste. Peggio di quello cantato da Vasco, peggio. Ma si può? Eh, sì.

E a vent’anni non ci avrei creduto che finivo così, ma poi le cose sono precipitate. Certo che la vita ti impone un fantastilione di vabenecosì, ma bisognerebbe anche che ti desse modo di digerirli meglio. Ma come si fa? Non lo so.

La mia quiete nasconde la tempesta, non la precede e non la segue, l’accompagna. La mia quiete alimenta un fuoco, una fame, un’ambizione che si fa presto a dire vabenecosì, non va proprio bene così. Perché il fuoco ti brucia lo stomaco, la fame ti sgomenta il cervello, l’ambizione fa di te un fantoccio. Non va proprio bene così. Andrebbe bene, invece, la tranquilla accettazione, la sorridente arrendevolezza di chi non cerca altro. Andrebbe bene sedersi senza far ballare le ginocchia come se stessi morendo dal freddo. Andrebbe bene guardare l’oggi e respirarne il sollievo senza la tachicardica angoscia che strozza la voce. Andrebbe bene anche soltanto darsi un tempo, breve, per godersi il fatto di esistere – in qualche modo, con alti e bassi, senza illusioni.

La quiete, quella autentica, ti rincuora da tutto. Ti ripaga di tutto. Credo, però, sia troppo tardi per me: ho conosciuto il fuoco, la fame, la febbre. Che non si dimenticano, che non si lasciano. La quiete è seduta laggiù e mi guarda sorridendo: “Vabenecosì,” sembra dire, “vabenecosì”.

Le devo credere?

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