(639) Tempo

Un giorno una mia cara amica mi ha detto: “Babs non ti preoccupare che il tempo è galantuomo”. Ero molto preoccupata, in realtà, e la frase anche se mi ha procurato una scossettina, non mi aveva convinta granché. Consideravo lo scorrere della mia vita, lo disfacimento del corpo e dei neuroni, e trovavo tutto piuttosto crudele, per nulla gentile.

Oggi, però, ho risentito la voce della mia amica pronunciare quella frase, rimasta tra un neurone e l’altro per molti anni, e ho annuito. Così è. 

Succedono delle cose che sono risposte perfette a domande che mi sono fatta tanto tempo fa, del tipo: mi sono sbagliata? Ho visto male? Ho preso un abbaglio?

La risposta è: no.

No, ci ho visto giusto solo che il tempo ancora non se n’era accorto. Poi le cose si sono esplicitate meglio e la realtà ora sta parlando. Peeeeeeeeeeeeerfetto.

Significa che faccio bene a dubitare di me, ovvio, ma che dare per scontato che è finita lì… quello devo evitarlo perché il tempo ha l’ultima parola. Un’altra cosa che devo smettere di fare è sottovalutare quell’incazzatura che mi nasce dalle viscere, perché quando sale e si fa presente ha sempre una buona ragione – un’ottima ragione che si rifà sempre a: una mancanza di rispetto o di scrupoli, oppure la presenza di malafede. Questo basta per farmi sedere sulla riva del fiume ad aspettare il cadavere passare.

Tempo al tempo, quindi. Me lo ricorderò.

 

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(621) Sazietà

Hai fame, mangi e, se hai mangiato abbastanza, sei sazio. Sei soddisfatto. Per un po’ non guardi più il cibo, ti occupi di altro. Va così.

Se vai al supermercato a fare la spesa e sei affamato, povero te. Se ci vai a pancia piena, comprerai esattamente quello che ti serve, seguendo pedissequamente la lista che ti eri fatto a casa. Va così.

Il senso di sazietà ti permette di non mangiare fino a morirne, ti fermi un po’ prima. Gran cosa per i golosi e per chi cerca di colmare altri vuoti con il cibo – cosa legittima, ma pericolosa.

Da tutto questo monologo, che precede con logica lineare, vien da pensare che se sai cosa significa avere fame e non poter mangiare non immagini di ammazzare chiunque soffra di questa mancanza. Se sai cosa si prova e vuoi che altri provino lo stesso sei – in tutto e per tutto – una gran brutta persona, che vuole vendicarsi di un supposto torto subito su chi non ne ha colpa. Gran brutta persona, confermo. Se, invece, non sai come si sta ad avere veramente fame, tanta fame, ma talmente tanta che ti si mangia da dentro, dovresti fermarti un attimo a riflettere. Rifletti su quanto sei fortunato, su quanto la vita sia stata buona con te, su quanto questo tuo privilegio ti renda immune dalla brutta bestia che ti nasce quando la fame ti devasta le viscere. 

Dopo questa attenta riflessione, dovresti aprire dentro di te i rubinetti della compassione. Un sentimento elevato, che ti fa abbracciare la mancanza disumana che gli altri provano e senti il tuo cuore piangere. Ti fa pensare: “Cosa posso fare per toglierti quella fame devastante dal corpo e dalla mente?”. Questo renderebbe te un Essere Umano degno della fortuna di cui gode, e l’Essere Umano a cui tu ti rivolgi una persona nuova. Sazia, appagata, grata. Grata e pronta a fare altrettanto con un altro Essere Umano in difficoltà.

Io credo che questa sia la strada giusta. Chiunque mi dica che gli Esseri Umani che hanno fame meritano di morire in mare o a casa loro, è un essere indegno: della sua fortuna, della sua esistenza. Se hai paura dell’invasore, fattela passare. Fattela passare lavorando con un bravo terapeuto sulla tua rabbia, le tue debolezze, la tua autoreferenzialità egoica. Sono problemi tuoi, di nessun altro.

E non ho più nulla da scrivere per stasera. Buonanotte.

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(427) Mancanza

La velocità d’abituarsi al lusso (fosse anche un piccolo lusso) è immensamente più alta rispetto a quella d’abituarsi ad una mancanza (anche piccola). Sembra ovvio, ma può non esserlo nella pratica, soprattutto quando è il nostro benessere a crescere e assieme a lui la nostra noncuranza.

Una cosa, però, ho imparato in questi miei anni ed è qualcosa che mi ha messo fortemente in crisi, ovvero: quando per lungo tempo vivi con una mancanza, quando l’hai addomesticata, quando le hai tolto potere, quando l’hai tradotta in un semplice e piccolo vuoto… a quel punto capisci che puoi farne a meno.

Se puoi farne a meno, ed è un dato di fatto visto che sei sopravvissuta, allora significa che forse quella mancanza non pregiudica la tua esistenza (e questo è un bene), ma piuttosto pregiudica la tua felicità (e questo è anche un bene, perché la felicità è sempre un bene) e se reputi che quella felicità sia giusta per te allora sarebbe bene che tu la recuperassi.

Dato per scontato che ogni Essere Vivente ha il diritto sacrosanto alla felicità, allora bisogna anche valutare che la felicità può assumere diverse forme e un numero smisurato di colori. Ci sono felicità sane e felicità meno sane, altre proprio avariate, e la cosa che dovremmo fare – quella più intelligente – sarebbe prenderci cura della nostra idea di felicità.

Cos’è che ci rende felici? Perché? Già rispondere a queste due domande potrebbe risolverci la vita.

La pienezza della felicità non tiene conto delle mancanze, ma delle presenze. Ecco cosa voglio ricordarmi ogni giorno finché avrò respiro: le presenze, non le mancanze.

Ce la farò?

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(235) Umore

Gli alti e i bassi e i bassi e gli alti, tutti i giorni, più volte al giorno. Dicono sia normale, sicuramente è stressante. E non capita solo a me, no, capita a tutti. Solo che non tutti sanno prendere bene la cosa, per far tacere gli alti e i bassi molti preferiscono ammortizzare i sensi e vivere in un rassicurante limbo emotivo.

Ognuno fa quel che gli pare, ma mi sembra un peccato. Penso che osservarci nei nostri alti e bassi sia piuttosto istruttivo e anche divertente.

Mi scopro essere un caso clinico interessante e cerco di farne tesoro. Un esempio? Ok, ho scoperto cos’è che mi fa veramente incavolare. Anche se i motivi per cui mi incavolo durante la giornata sono vari e sfacettati, l’origine è sempre la stessa: la mancanza di rispetto.

Lo so da molti anni e questa presa di coscienza mi ha decisamente cambiato la vita. Come? Così: se mi arrabbio, in modo incontrollabile e apparentemente senza senso, so che la ragione è perché mi stanno mancando di rispetto. Sembra che tutto sia normale, ma io mi sto arrabbiando. Ok, significa che non è tutto normale, l’anormalità è subdola e non evidente, basta aspettare un po’ e si espliciterà.

Succede sempre. Mi arrabbio e poi capisco il perché.

Una volta rivolgevo la rabbia contro me stessa, pensando di essere “fatta male”, ora mi fido di lei. Se mi parte l’embolo, so che il motivo è che mi stanno mancando in qualche modo di rispetto. Alzo la guardia e attendo l’esplicitarsi del fatto. Non vengo mai smentita.

No, non me la tiro dietro, la sento prima che si verifichi, la annuso mentre mi sta arrivando addosso. Mi permette di prepararmi a incassare. In questo modo, barcollo senza crollare. Reagisco più in fretta, spiazzando il mittente.

Qual è la morale della storia? Monitora come stai, studia l’andamento dei tuoi alti e bassi e trai conclusioni utili per vivere meglio. Amen.

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(195) Caffè

C’è bisogno ognittanto di lucidarsi il pensiero. A me sta bene che alla maggior parte delle persone la cosa risulti fastidiosa, ma ognittanto anche se ti dà fastidio ti metti lì e ripulisci tutto. Devi prenderlo come dovere nei confronti del tuo cervello, non si può vivere nella nebbia tutto il tempo.

Ok, potresti scoprire che ci sono cose che devono essere sistemate, potresti scoprire che ci sono grosse scemenze che hai fatto-pensato-detto che devono essere sanate, potresti scoprire che sei solo uno stronzo e che sarebbe ora di cambiare. Ecco: potresti scoprire qualcosa che non ti piace. Oppure potresti scoprire che quello che tu temevi di scoprire non è così grave. Potresti scoprire che non sei quel mostro che pensavi, anche se rimani uno stronzo (per certe cose mica possiamo pretendere miracoli). In ogni caso, a ogni modo, nonostante tutto: devi farlo.

P-U-L-I-Z-I-A.

Perché se la cosa riguardasse solo te, allora contento tu contenti tutti, ma la cosa non riguarda mai solo te. La cosa coinvolge tutti quelli che ti stanno attorno, tutti quelli che se ne devono prendere carico in modo diretto o indiretto. La tua pigrizia e irresponsabilità, la tua mancanza di pulizia, ricade sugli altri e non è più una questione privata.

Potrebbe non fregartene un tubo degli altri, ma rifletti un attimo su ciò che ti aspetta se continui di questo passo: solitudine. Quella dura, quella brutta, quella crudele, quella per sempre. E ora che lo sai, se non vedi di rimboccarti le maniche per darti una lucidata ai pensieri non avrai scuse. E non meriterai compassione.

Ecco: inizia con un buon caffè. Forte, senza zucchero, tazza grande.

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(185) DNA

C’è un modo strano, spesso, che la vita usa per metterti davanti a un dato di fatto che tu hai fino a un istante prima ignorato (volutamente o meno non fa differenza). Incontri nel reale quella cosa e ti devi fermare per registrarla una volta per tutte.

Mi è capitato stasera, mi sono dovuta fermare e l’ho finalmente registrata.

Scendere in particolari diventerebbe noioso, ma è più la sostanza di quello che sto sentendo in questo momento che voglio sia scritta una volta per tutte, ovvero: sollievo.

Il mio DNA non è senza criterio. Non è uno sbaglio della natura. Non è un caso fortuito. Non è senza ragione. Davvero è il risultato di una mescolanza, di una formula il cui dosaggio può non essere riconducibile con precisione a un’origine o all’altra, ma è comunque il frutto di un calcolo che va oltre me.

Può non avere senso, detto così in generale, ma a togliere tutto il superfluo resta il sollievo. Che ha a che fare con uno strano e ridicolo sentimento di riconoscimento, uno strano e ridicolo sentirsi meno sola, uno strano e ridicolo ricondurmi a un perché senza che il perché sia costrizione, ma semplice presenza.

Sollievo. Non cambia nulla del mio reale, forse, ma cambia qualcosa dentro dentro dentro in fondo a me.

Come scoprire che quel qualcosa che avevi perso e di cui ti eri obbligata a fare a meno, perché non sostituibile, ti comparisse davanti per rientrare nuovamente nella tua vita. Sai che ne potresti ancora fare a meno, ma benedici il fatto che sia lì ad arricchire la tua esistenza, ancora.

Esattamente così.

 

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(169) Gap

In questi giorni manco di equilibrio. Peggio di sempre. Se non fosse che durante la giornata non ho neppure il tempo per respirare potrei anche preoccuparmi. In realtà sto scusandomi con le persone con cui interagisco per il mio essere più rimbambita del solito.

Sarà che ho a che fare con persone gentili, fatto sta che nessuno dichiara apertamente di aver notato questo mio stato comatoso. Ciò mi fa pensare: lo percepisco soltanto io o, le persone pur sempre gentili, mi percepiscono sempre peggio di come sto solitamente? Zona pericolosa da sondare, passo a momenti migliori.

Il punto di questo mio post, forse, fa parte dei vuoti di senso e di sentire che in queste settimane mi si aprono sotto i piedi – molto probabilmente – ma volevo proprio rimarcare a me stessa che non è che io mi possa permettere di stare così come sto adesso per ancora molto tempo. E aggiungo: sarebbe meglio che questo periodo avesse fine ora, così da riuscire a fare meglio ciò che ora sto facendo arrancando.

Penso che alle volte sia meglio prendermi di petto, dirmi le cose così come stanno cosicché io non possa fare finta di non aver capito.

Mind the Gap, Babs!

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(120) Rispetto

Mi voglio soffermare sul rispetto (dovuto e dato) con significato di considerazione. Considerare l’Essere Umano che ti sta davanti, o accanto, come tale e quindi portatore sano del diritto di essere rispettato, è l’unico modo per me di interrelazionarmi con i miei simili (inteso come Esseri Umani). Quando l’Essere Umano (chiunque sia) che ho davanti, o accanto, mi priva del mio diritto e mi manca di rispetto divento una belva.

Si dice che il rispetto uno se lo deve guadagnare. Bene, non sono d’accordo. Il rispetto (quello di cui ho scritto sopra) è dovuto di default. Dirò di più, coinvolge ogni Essere Vivente e Madre Natura in toto.

Ci si può guadagnare la fiducia di qualcuno, ci si può guadagnare l’amore di qualcuno, ci si può guadagnare la benevolenza di qualcuno, non il rispetto.

Mi è stato insegnato, purtroppo, che non va bene alzare la voce per rimettere a posto qualcuno che ti manca di rispetto. Un insegnamento fuorviante. Credo che sia nostro diritto non solo alzare la voce, ma anche usare parole ferme e pesanti quando chi interagisce con noi ci manca di rispetto.

Avrei dovuto impararlo prima, mi avrebbe aiutato parecchio, ma in questi giorni sto cozzando su più fronti contro queste cose e sento un dolore profondo, come se mi si fossero presentate davanti una dopo l’altra tutte le umiliazioni che nei miei anni non ho mai saputo rispedire al mittente.

Una sorta di catarsi.

Spero finisca presto.

 

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