(560) Chiacchiere

Le chiacchiere stanno a zero. Sul serio. Alla fine, quando tiri le somme, ti rendi conto che ci sono cose che sanno parlare senza bisogno di tirar fuori la voce e altre che per quanto riescano a rincretinirti di parole non ti lasciano niente.

E dire che a me piace comunicare, dire, far uscire suoni abbracciati ai pensieri, ma ci sono giorni in cui la mia voce si piega e si accascia al suolo, esausta. Mi rendo conto che metà di quello che dico è stato buttato. Non ha neppure scalfito la superficie del guscio contro il quale si è andata a schiantare. Energia sprecata, tempo sprecato, voce sprecata e intenzione mortificata.

Quando sono sola, le chiacchiere degli altri non mi colpiscono e le mie smettono di avere peso. Il mio chiacchierare con me stessa è leggero, più che altro un accompagnamento, e se i pensieri sono troppi arrivo al silenzio. Il silenzio seda le chiacchiere, anche quelle degli altri. Se tengo botta e non mi lascio andare a commenti, se riesco a lasciar correre, la persona che mi sta rintronando con i suoi bla-bla-bla dopo poco molla e se ne va via. Non regge il silenzio uno che vive di aria fritta. 

Quando riesco a ripulirmi da tutte le parole che mi hanno lanciato contro e che si sono appiccicate ovunque, mi sorprendo di quanto alcune siano riuscite a bruciarmi ogni strato e che comunque non se ne andranno. La non-dimenticanza è una questione di ferite, la pelle non dimentica e la pelle non perdona… perché il cuore dovrebbe? 

Le chiacchiere stanno a zero. Sul serio. A zero proprio.

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(505) Trucco

Il trucco serve a mascherare, a nascondere. Serve a renderci diversi all’apparenza, a renderti più bella o più brutta dipende se devi sedurre qualcuno o se sei lo zombie a una festa di Carnevale. Il trucco a un certo punto va via, sbiadisce. Tu che stavi sotto sei costretta a tornare in superficie. Con sollievo o vergogna, questo lo deciderai tu, di volta in volta.

Quando il trucco c’è e non si vede, la meraviglia è una magia. Quando il trucco viene smascherato, la delusione ti fa scivolare il sorriso e chi s’è visto s’è visto.

Credo che il trucco, quando c’è, è meglio che non si veda, perché gestirsi la delusione è una brutta rogna. Credo che mettersi addosso un po’ di trucco, o anche tanto, sia sacrosanto se ne senti il bisogno, perché non ci hanno fornito alla nascita un’armatura capace di proteggerci da tutto e da tutti e invece ne avremmo tanto bisogno.

Poi c’è chi, come me, non ne usa, né trucco in faccia né trucchi in sala, e non è neppure una scelta ragionata, è soltanto pigrizia. Si sa che la pigrizia la si paga cara e i miei conti son sempre stati piuttosto salati, però…

Però vivendo già in superficie, a pelle scoperta, non riservo brutte sorprese a me stessa e neppure sgambetti fastidiosi a chi mi sta attorno. Ho imparato a mollare pugni sul naso, però, e piano piano alcuni se ne stanno rendendo conto. Eh, va così! La vita in superficie ti indurisce la pelle e ti rafforza il cuore. Che sia un bene o un male, questo non è dato saperlo e a dirla tutta non me ne frega niente.

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(385) Ustione

La pelle ricorda tutto, ogni sgarro che le hai fatto le è rimasto impresso. I segni – cicatrici, smagliature, macchie ecc. – rimarranno con te per sempre per ricordarti quanto sei stato idiota in un dato momento della tua misera vita. Un modo simpatico per darti una svegliata e farti usare il cervello – cosa non troppo ovvia, evidentemente.

Mi sono ustionata durante una lunga giornata al mare, il mare di luglio, senza ombrellone e con la crema solare sbagliata (a dirla tutta l’avevo scambiata con l’autoabbronzate, non serve aggiungere altro). La mia pelle da quel momento rifiuta il sole, me lo urla facendomi salire la febbre.

Questa cosa super irritante me la devo tenere assieme alle conseguenze del caso, nonostante io ami a dismisura il mare. Racconto questa cosa perché è la più raccontabile, ho fatto un discreto numero di idiozie ben peggiori di questa e le conseguenze me le gestisco meno bene. Questo per dire che con il senno di poi avrei potuto benissimo evitarmi sofferenze e fastidi se al momento opportuno avessi usato il buonsenso. Mi sembrava poco importante, mi sembrava che non ci sarebbero stati strascichi e che tutto si sarebbe sistemato con poco.

L’idiozia è congenita, non si cura, ma la cosa che mi rode è che persone ben più idiote di me riescano a gestirsi le conseguenze decisamente meglio di me. Lo trovo ingiusto, ecco. Volevo soltanto dirlo: è profondamente ingiusto.

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(332) Crimine

Ogni Essere Umano dovrebbe considerarsi alla stregua di un luogo del delitto e transennarsi in modo da non permettere che nessuno oltrepassi i limiti. Perché? Perché tutti noi siamo vittime di un crimine, più o meno grave non fa alcuna differenza. Lo siamo tutti, senza distinzione di razza, di credo, di ceto sociale. Tutti.

Non ce ne rendiamo conto, ma siamo sempre così incazzati perché nel nostro subconscio lo sappiamo. Lo sappiamo, soffriamo, eppure non abbiamo il coraggio di denunciarlo: “Sono vittima di un efferato crimine e nessuno se n’è mai accorto!“.

Siamo incazzati per questo, tutti senza distinzioni di sorta. Quelli che lo sanno sono quelli che hanno subito i crimini più evidenti, dove i segni si vedono sulla pelle e ben oltre la pelle. Quando il crimine è sotto gli occhi di tutti, la società lo riconosce e la rabbia un po’ si attenua. Quel non-puoi-fare-finta-di-nulla non ti viene ributtato addosso con scherno e la tua rabbia trova un istante di pace. Se il crimine non viene percepito, riconosciuto, condannato dalla società… è come se non fosse mai successo. E qui la rabbia cova e s’ingigantisce fino a farti implodere o esplodere.

So con certezza che se non iniziamo a considerarci tutte vittime non potremmo mai provare vicinanza nei confronti degli altri. Chi si prende in carico il proprio dolore, smette di odiare, smette di covare rabbia, smette di augurare dolore al suo prossimo. Perché sa di cosa sta parlando, sa il peso di quella sofferenza.

Sto male e pertanto odio tutti? No, sto male e quindi auguro a tutti di non provare il mio stesso dolore. Tutto qui. Pertanto consideriamoci luoghi del crimine e proteggiamoci digerendo come si deve le nostre ferite. Siamo ancora qui, dopo tutto, giusto? Appunto.

 

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(126) Interconnessioni

Voi non le vedete mai? Quelle cose volatili, eteree, indicibili che ti fanno andare dal punto A al punto B e da lì al punto C (e così via)? Ci sono. Sono molto meno volatili, eteree e indicibili di quel che si potrebbe pensare. Ci sono e lottano con noi.

Significa che se noi non facciamo un minimo sforzo per individuarle e cavalcarle e far sì che la nostra mente ingenua possa attraversare ogni passaggio del Senso, ci girano le spalle e via.

Va bene essere pigri, distratti, noncuranti, superficiali e apatici, ma essere coglioni no!

Le deliziose interconnessioni tra le cose e le situazioni e gli eventi e le persone, dannazione, sono lì per farci un favore. Per farci agire o reagire, per farci fermare e riflettere o farci correre a più non posso per metterci in salvo. Quando si presentano davanti ai nostri occhi per farci solidi e impavidi e detronizzare l’abominio che altrimenti avrebbe la meglio, abbiamo il dovere di rispondere: presente.

No, non da soli, insieme. Ognuno a suo modo, ma insieme.

Le interconnessioni sono qui per salvarci la pelle, e non dite che non ve ne siete mai accorti. Come scusa non vale.

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