(764) Canestro

In questo momento vorrei parlare di molte cose perché oggi ho molte cose da dire, ma sono tutte confuse, sono tutte accavallate una sopra l’altra e non riesco a metterle in ordine. Non riesco a scriverle. Non è tempo, evidentemente. La scrittura mi ha insegnato la pazienza e mi ha anche insegnato ad arrendermi di fronte all’evidenza: i tempi non sono quelli che voglio io, sono quelli che vuole lei (la scrittura appunto).

Mi ronza in testa però l’espressione “fare canestro”, che è qui per dirmi qualcosa, anche se non so di preciso cosa. Forse si riferisce a quando ho una sensazione e questa si rivela esatta. Quando inquadro una situazione e questa si palesa in tutta la sua natura. Quando dico e si avvera. Penso e si concreta. Taccio e si conferma.

Sono certa che succede a tutti, non è che sono dotata di poteri paranormali, ma forse non tutti se ne rendono conto perché gli non prestano attenzione. Per quanto mi riguarda quel fare canestro mi permette di non dare per scontato certi dettagli, quelli che mi stanno parlando e che io sto leggendo e interpretando.

Mi sembra assurdo, ma è corretto. Dubito della mia lucidità, ma è corretto. Metto in discussione ogni grammo di me stessa, ma è corretto. Corretto non significa Hurrà che bello!, potrebbe anche evidenziarsi come una brutta cosa (anche molto brutta), ma rimane corretto il messaggio che ho intravisto e la realtà non si cambia. Fortunatamente sono abbastanza vecchia per sapermi arrendere all’evidenza.

Faccio canestro spesso, ma non c’è nulla di che vantarsi, c’è solo da prestare attenzione perché si è sempre sul punto di prendere un granchio. Discernimento e cautela permettono al messaggio di farsi chiaro al tempo giusto, né prima né dopo. Solo che una volta che lo hai letto, girarsi dall’altra parte è codardia e con questa ci devi per forza fare i conti anche se pensi che nessuno se ne sia accorto.

Fare canestro… Eh. Davvero una bella cosa.

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(382) Varie

… et eventuali.

Non nascondo che certe volte mi siedo qui, davanti alla mia tastiera consumata dai polpastrelli, pronta per scrivere e mi blocco. Faccio fatica a decidere l’argomento. Il titolo di questi post non è scelto alla selvaggia, c’è una logica di finto disordine alla quale sottostanno – a volte malvolentieri – e questo mi impone un certo rigore nel trovare qualcosa di blandamente intelligente da buttar giù anche quando parto dal niente.

Se parti dal niente e un’idea compare non devi far altro che seguirla. La osservi mentre si espande e mentre la traduci in parole ne ammiri la forma. Anche quando è bislacca o addirittura brutta, non sei nelle condizioni di ragionarla con obiettività quindi conviene evitare la zona giudizio e pubblicarla.

Un salto nel vuoto senza paracadute? No, non esattamente. Se non mi fossero spuntate le piume sulle ali non mi ci metterei neppure. Ho due alette da pollo, niente di che, non faccio voli lunghi né raggiungo quote impressionanti, ma due/tre metri li faccio. Comunque, saltando dal trespolo dell’aia attutisco la botta dell’atterraggio senza colpo ferire.

Se parti, invece, dal troppo – quindi troppe cose da dire – anziché farsi più facile si fa ben più spinosa la situazione. Tutto sembra urgente, tutto preme per uscire in contemporanea e permetterlo sarebbe un suicidio inutile quindi si va per esclusione. Il titolo s’impone. Regole che ho fatto io e, per quanto me ne possa pentire ogni sacrosanto giorno, le regole non si cambiano in corso d’opera. Non si fa e basta.

Scegliendo il titolo Varie, ho cercato di fare una furbata, non credo mi riuscirà tirare fuori qualcosa di decente. Un argomento troppo vasto ti boicotta la focalizzazione. Io funziono per focalizzazione, le cose vaghe mi mettono a disagio. Amo le parole per questo, definiscono e circoscrivono, quindi mi tranquillizzano.

Credo che la vastità sia cosa ingestibile per un Essere Umano. La Natura può, noi no. Dovremmo affidarci a Lei di più, noi limitiamo ciò che non dev’essere limitato soltanto perché non sappiamo gestirlo. Siamo patetici. Piuttosto di ammettere la nostra finitezza costruiamo muri e confini per spezzettare il disegno che ci contiene. Poveri noi.

Tutto questo mi riporta a un’origine lontana, lontanissima, dove varie cose si sono sistemate per permetterci di far parte del Tutto, dandoci il beneficio del dubbio. Non ci siamo meritati nulla, sia ben chiaro. Stiamo abusando del beneficio e la nostra arroganza è cresciuta smisuratamente. Abbiamo varcato ogni confine del buonsenso, abbiamo calpestato ogni dono riducendolo in polvere. (…)

Mai più titoli aperti. Mannaggia a me.

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(323) Inviolabile

Degno di massimo rispetto, ovvero sacro. Ciò che è inviolabile lo è per diritto naturale, lo è non perché frutto di un’opinione o di una moda o dell’estro di qualcuno. Lo è perché così deve essere.

Il diritto all’inviolabilità non si compra, non si mercanteggia, non si svende, non si mendica, non si regala e non si concede.

A noi questa cosa dà un fastidio ancestrale, ci opponiamo con tutte le nostre forze a ogni cosa che ci para di fronte questo stato d’essere inviolabile. Reagiamo con violenza, perpetriamo il sopruso perché l’inviolabilità ci disarma, ci fa sentire piccoli e insignificanti. E lo siamo. Di fronte al diritto naturale di Essere siamo ridicolmente inadeguati.

La vita è inviolabile. E noi appena ne scorgiamo la luce facciamo del nostro meglio per spegnerla. Calpestiamo l’inviolabilità perché pensiamo che in questo modo scomparirà, perderà di significato. Non è così. Lei rimane, perdura, persiste, granitica e magnifica.

Se facessimo come gli aborigeni, decretando l’inviolabilità dei nostri Luoghi ci renderemmo conto che non serve alzare la voce davanti al Sacro, ma alzare le braccia sì. E se alziamo anche gli occhi al Cielo il gesto si completerà.

Tu prova ad alzare le braccia e gli occhi al Cielo e al contempo impedirti di sorridere. Prova. Ci riesci? Io no.

 

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