(817) Natale

Sto cercando di farmi venire idee natalizie, così da non stonare con l’atmosfera. Niente da fare. Fingere non mi riesce neppure a fin di bene. Il bene di chi? Della massa che sta festeggiando il Natale. Noi, Grandi Italiani, che abbiamo rifiutato di dare approvvigionamento a quasi 350 anime che stanno da giorni in mezzo al mare senza poter approdare in nessun porto. Buon Natale a tutti noi, noi che non ci pensiamo perché siamo al caldo e a pancia piena.

Questi sono i pensieri che mi ribollono in corpo in questi giorni. Non ci posso fare niente, il Natale per me rimane una bufala. La sagra dell’ipocrisia.

Certo, certo, c’è chi il Natale lo sente in modo sincero, c’è chi fa del bene, c’è chi ha fede e prega col cuore. Queste persone, però, lo fanno sempre, non solo a Natale. Queste persone sono sempre in linea con il proprio sentire, non fingono. Quindi non è con loro che me la sto prendendo. Con gli altri. E gli altri sono tanti.

Natale è quella cosa che, al di là del bambinello e del bue e l’asinello nella stalla, ti riporta a una nascita, a una rinascita anche. E non è facile nascere, figuriamoci rinascere dopo che la vita la si è conosciuta e la si è strapazzata per bene. Figuriamoci. Dovremmo prendere certe cose più seriamente, lasciare gli sketch da Zelig ai commedianti che abbiamo al governo. A loro viene bene la battuta e la menzogna, hanno sorrisi da spendere perché a loro non costano nulla. Plastica a perdere.

E a dirla tutta, io sono al caldo e a pancia piena, non sono in mezzo al mare a prestare aiuto, sto solo pensandoci qui al sicuro tra le quattro mura di casa. Quindi non è che mi senta proprio a mio agio a festeggiare, sono un’ipocrita almeno quanto quelli là, anche se in modo diverso. Io mi sento una merda, loro si sentono splendidi. Ma quel tipo di splendore non lo vorrei neppure gratis, figuriamoci se costa la vita a persone che hanno soltanto la colpa di voler vivere, vivere meglio intendo, e che invece se qualcuno non li aiuta moriranno atrocemente.

Sì, stanno ricevendo aiuto, ma non da noi italiani. Questa è una vergogna per tutti noi. Tutti, tutti, tutti. Noi non abbiamo concesso loro neppure coperte e un po’ di cibo per affrontare il Natale in mare, col meteo che non promette bene. Non ne parliamo, non ci pensiamo. Come se tutto fosse normale, tutto fosse a posto. Italiani brava gente. Certo.

Auguri, quindi, alla nostra anima di plexiglass. Ne abbiamo bisogno.

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(340) Lamentela

La lamentela è quella cosa che ti scappa quando: sei infastidito o annoiato o esasperato o arrabbiato o sei in vena di menar le mani, insomma quando sei infelice.

Se stai bene non ti lamenti, neppure se qualcosa ti dà noia. Non lo fai, hai un altro modo di guardare la situazione e ci passi sopra.

Ecco, però, c’è un’altra condizione umana che prende vigorosamente le distanze dalla lamentela perché ne sarebbe sporcata, perché le energie verrebbero succhiate via e non resterebbe che morire, ovvero: il dolore. Intendo quello vero. Quello che ti spacca il cuore, quello che non ti fa respirare, quello che ti toglie le parole e ti congela i pensieri. Il dolore che annichilisce, quello che annienta.

Lì c’è silenzio, c’è immobilità, non c’è lamentela.

Sperimentato questo stato la mia visione sulle cose della vita si è ribaltata. Mi lamento per le stupidate, mai per le cose serie. Le cose serie meritano rispetto, meritano quel silenzio che permette loro di posarsi, dolcemente per non spaccare il cuore che si è fatto di cristallo e minaccia di andare in pezzi.

Bisogna guardare bene le persone silenziose, bisogna ascoltare con attenzione i loro silenzi, bisogna piano piano avvicinarsi e prendere loro la mano. Non serve dire niente, perché in certe circostanze le parole si annullano, perdono consistenza e valore. Anche quelle di consolazione, che è un attimo sentirle di plastica e finire con l’odiarle.

Le lamentele, ripeto, sono per le cose da nulla e la vita è piena di cose da nulla, per questo ci lamentiamo. Però, facciamolo ridendo di noi perché ce lo meritiamo proprio. Ridicoli che siamo.

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