(1052) Scadenza

Ogni cosa ha una sua scadenza, noi Esseri Viventi non facciamo eccezione. Triste ma vero. Triste? Bah.

Ci sono persone che quando le conosci le vorresti sapere eterne. Altre che ti domandi che ci facciano ancora qui, sulla Terra, visto che meriterebbero l’Inferno seduta stante in un Aldilà a piacimento.

Manco di compassione, me ne rendo conto, ma non è un sentimento che ci si può inventare e a me esce naturale soltanto in alcune circostanze e con alcune persone. Ci devo vedere il buono, altrimenti mi riesce difficile, anzi impossibile. Non lo dico come vanto, ma lo dico. Fingere lo trovo inutile.

Le cose cambierebbero per l’Umanità se venissimo timbrati come le uova del supermercato e fosse esplicitata la nostra data di scadenza? Secondo me soltanto per i primi tempi, poi diventerebbe una scusa per fare un disastro dietro l’altro. A noi vien bene inventarci giustificazioni che attestino il nostro diritto di fare danni. Viviamo per questo, sembra.

Comunque, diamo troppo per scontato che a-noi-non-succederà e questo ci fa spingere l’acceleratore sulle stronzate: buttarsi da un dirupo con una tuta-paracadute che non si apre e spiaccicarci tra le rocce ci sembra un bel modo di morire. Oppure pensiamo semplicemente che non è quella la nostra scadenza e moriremo un altro giorno. Non lo so. Qualcosa succede nella nostra testa quando ci mettiamo la scadenza in tasca e ci lanciamo in imprese assurde. Questione di adrenalina? Ecco, la giustificazione tiene.

Non lo so, penso sempre che la vita sia una cosa di cui prendersi cura. Magari mi sbaglio, magari parlo così perché ormai ho una certa età e mi sono lasciata alle spalle disumani cazzate che da giovani sembrano figate. Non lo so.

So che ci sono persone che dovrebbero essere eterne e che scadono troppo presto e pezzi di merda che non se ne vanno mai e continuano a distribuire dolore a chi gli passa accanto e non sono mai questi infami che si gettano dalla montagna sprezzanti del pericolo. Loro vivono nella paura e la loro adrenalina viene alimentata dalla paura delle persone che calpestano. Strane cose vero? Già.

Non so se vorrei essere a conoscenza della mia scadenza. A volte sì altre no. Forse l’ignoranza, in questo caso, è la cosa migliore. Mah.

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(945) Via

A ognuno la sua, innegabile. Per fortuna, perché già individuare la propria è un casino, figuriamoci prendere in carico quella di qualcun altro. No, non si fa. Eppure si è tentati, perché mettere a posto le vie degli altri sembra essere per noi un’occupazione ben più interessante dell’impegnarsi a badare alla propria. Tutti bravi con la via degli altri, eh?

Ci stanno i consigli, perlamordelcielo, ma fino a un certo punto. Soprattutto considerando che mica sai cosa passa dentro la testa e il cuore di chi ti sta di fronte, neppure di te sai dare le coordinate precise, sii sincero!

Il punto è che lo auguro a tutti di poter percorrere la propria via, senza dubbi e senza distrazioni. Di camminare dritti, passo sostenuto ma non troppo, godendosi il paesaggio e raccogliendo tutto quello che sia utile per proseguire e stare bene. Perché no? Il benessere degli altri non toglie nulla al mio benessere. E quando si sta esattamente dove è scritto che dobbiamo stare, al nostro posto, non abbiamo di certo voglia né tempo di andare a rompere le scatole agli altri. Un gran vantaggio per il resto dell’Umanità.

Ho camminato diverse vie sentendomi sempre fuori luogo, finché non ho trovato la mia. E la volevo più agile e più luminosa così da non inciampare continuamente, ma le regole del gioco non le faccio io e ci si deve adeguare. Ho capito che comunque va bene così perché almeno tutto quello che affronto ha un senso e mi sta facendo avanzare. Insomma, non sto combattendo per nessun altro se non per me stessa e questo è un grande privilegio.

Immagino che non ci sia una via completamente priva di ostacoli, ma credo che sia per tutti fondamentale trovare il disegno che ci determina per riuscire a saltarli uno dopo l’altro con la determinazione che serve. Senza mai mollare.

Senza mollare mai.

 

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(838) Artigianato

Non credo nel “buono alla prima” neppure per le idee geniali. Il “buono alla prima” è una scusante per la mediocrità, perché non ti vuoi sbattere più di tanto, perché non lo ritieni così importante, perché hai altro da fare che ritieni più meritevole e per milla altre ragioni.

Le idee geniali possono essere meravigliosamente geniali se rimangono idee, poi si scontrano con la realtà e la materia e perdono il loro smalto. Quindi le devi raccogliere e modellare. Non una volta magari. Magari mille volte. Il segreto è continuare a crederci e non accontentarti. Ma è soltato una questione di quanto lo vuoi. Tutto lì.

Un artigiano che costruisce una sedia non può fare spallucce se la sedia traballa. Se non trova il modo per farla poggiare solidamente, la rifà. Punto daccapo. E ti viene nervoso, lo so, ti prende proprio lo scazzo, me ne rendo conto, ma la sedia non diventa sedia a dondolo solo per alleviarti il fastidio. Vedi tu.

Quando lavori sul far stare in piedi le cose, non sdraiate se è scritto che devono stare in piedi, si tratta sempre di piccoli tocchi che si inseriscono perfettamente in quel contesto. Ci vuole tempo? Certo. Ci vuole pensiero? Certo. Ci vuole dedizione? Certo. E se ci metti tutto questo, e raggiungi il tuo scopo (non è affatto scontato), quando qualcuno dà una manata per scombinare la tua creazione, ti incazzi? Certo. E non poco. Esageratamente.

Puoi mostrarlo o meno (non è scontato neppure questo), ma l’incazzatura è devastante. Chiedi, no? Chiedimelo! Dimmi dove vuoi modificare e ne parliamo serenamente, ci lavoriamo su, rispetta quello che c’è, rispetta il mio lavoro. Rispetta la mia persona. Perdio.

Quante volte arriviamo nella vita delle persone per farci largo a colpi di machete? Le persone si incazzano? Bhé, dovrebbero. Dovrebbero incazzarsi smisuratamente, santocielo. Se non lo fanno ringraziamo il nostro santo protettore, perché ci meriteremmo la mazza chiodata. Così da ricordarci che non si fa. Non si fa. NON-SI-FA.

Come laboriosi artigiani noi ci stiamo modellando, è un lavoro sfinente, è un lavoro che non ci viene pagato in monete d’oro (al massimo con grammi di consapevolezza), è un lavoro che non si quantifica e non finisce mai. Farsi strada a machete spianato nell’esistenza di un Essere Umano è un crimine. Un po’ di delicatezza, perdio. Un po’. Non dico che siamo fatti di cristallo, ma neppure di titanio!

Ok. Anche se non ci credete oggi per me è stata una gran bella giornata, ho interagito con persone che fanno dell’artigianato (personale e professionale) un’opera d’arte e questo mi ha riempito di gioia. Incontrare questo tipo di umanità fa crescere in me la voglia di essere ancora più delicata quando entro nei mondi di chi mi sta davanti.

E si bussa.

Sempre.

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(762) Strano

Pare strano che il Pianeta Terra stia cambiando le sue priorità. Dove c’era caldo da secoli ora sta diventando più freddo e viceversa. I ghiacci si sciolgono, il suolo si spacca, i tifoni imperversano, le piogge sono come secchiate, il vento si è uniformato sulla velocità-Bora ovunque. Pare strano, ci stupiamo, ci preoccupiamo, ci facciamo venire il mal di testa pensando al da farsi. No, non tutti, solo chi ha a cuore le sorti del pianeta e dell’Umanità che contiene, ovvio.

Diamo per scontato che siamo responsabili dell’accelerazione impressionante degli ultimi trent’anni almeno, diamo per scontato lo scagli-la-prima-pietra-chi-è-senza-peccato e diamo per scontato che i danni ci sono e non sono pochi e anche che questo è solo l’inizio. Ora: perché non considerare che Gaia sta cambiando per forza di cose e che noi non ci possiamo fare nulla?

Cosa fai, fermi un terremoto? Un maremoto? Un tifone? Un uragano? Non puoi. Al massimo puoi costruire argini migliori per evitare le esondazioni, puoi prenderti cura dei boschi affinché non vadano a fuoco, puoi tenere puliti gli Oceani, i mari, i fiumi, i laghi. Puoi, certo che puoi, e devi, certo che devi. Però… il cambiamento della Terra, molto probabilmente risente anche dei movimenti dell’Universo e la questione dei cicli e degli spostamenti planetari ci accompagna dagli inizi – anche se i presenti non erano presenti, le notizie sono arrivate fino a qui e un po’ ne dovremo tenere conto, no?

Fa paura? Altroché. Dovremmo diventare più accorti, più responsabili, più accurati nel nostro pensare e nel nostro agire? Ossì! Lo faremo? Ni. A fasi alterne, costruendo e distruggendo, imprecando e benedicendo, un passo avanti e due indietro. Come abbiamo sempre fatto. Posso anche ammettere di essere una pessimista della malora, ma lo abbiamo già ampiamente dimostrato che preferiamo esclamare “strano” piuttosto che attaccarci con coerenza a un pensiero di salvaguardia del nostro meraviglioso pianeta con il suo ecosistema delicato e noi che ci sguazziamo dentro in modo sconsiderato e non meritiamo niente di niente. Eh.

Siamo proprio delle teste di cazzo.

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(754) Tunnel

Stai parlando e a un certo punto ti accorgi che hai preso un tunnel. Una strada che non ti permette distrazioni, né di paesaggio né di umanità sparsa. e che ti obbliga a focalizzarti su quello che stai facendo, ovvero: parlando.

Quindi sei costretto ad ascoltarti. Ascolti il suono dei pensieri, che anticipano l’emissione vocale, e ti rendi conto della densità di ciò che stai comunicando.

Se ti stai davvero ascoltando e ti accorgi che la comunicazione ti sta sfuggendo di mano, dovresti chiudere la bocca. Prendere un bel respiro. Resettare i pensieri. Capire cosa è il caso di dire. Dirlo. In questa sequenza precisa o diventa un casino ancora peggiore. Il tunnel non ti permette vie di fuga, o procedi o procedi. Fare inversione è da pazzi, mettere la retro è da pazzi, fermarsi è da pazzi.

Ritornare ai propri pensieri per salvare il salvabile è l’unica via possibile. Se non lo fai son cazzi tuoi. Ecco perché quando chi mi sta di fronte prende il tunnel io aspetto. Aspetto di vedere come va a finire. Sono davvero interessata, mi metto proprio tutta intera a guardare quel che accadrà. Non resto mai delusa. Nel senso che succede sempre qualcosa che mi fa capire meglio certe dinamiche bastarde della comunicazione. Imparo sempre. 

I miei tunnel sono spesso illuminati da una luce fioca, rallento per non andare a sbattere, ma di solito procedo senza intoppi. O non li vedo proprio o li salto. Non so neppure io come faccio, ma lo faccio. Succede anche che mentre focalizzo l’attenzione sui miei pensieri, la voce mi si impiglia o che il respiro mi manchi all’improvviso. Questo perché dappertutto non riesco a esserci e qualche cosa mi scappa sempre. Se mi accorgo che sto deragliando, che i pensieri vanno da una parte e il suono dall’altra inizio a preoccuparmi. Mi zittisco e cerco di riprendere il filo del discorso. Una cosa ho imparato a fare, e a farla bene: se mi sto sbagliando lo dichiaro.

“Scusa, non ho capito”

“Scusa, non volevo dire questo”

“Scusa, ho ascoltato soltanto una parte del tuo discorso e penso di avere frainteso”

Ecco, queste frasi aiutano me a fermarmi e a chi mi sta parlando a capire dove mi sono fermata. Sono sempre nel mio tunnel, ma mi sono dovuta fermare. So che non si dovrebbe fare, ma sono pronta per rimettere la prima e ripartire. Nella giusta direzione, con la giusta velocità e la giusta concentrazione.

Quando non mi riesce mi sento malissimo. Proprio malissimo.

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(720) Orsetto

Non ho mai avuto un amico orsetto che mi stesse vicino nel momento del bisogno. Avevo i miei fumetti, i miei libri. Non sono morbidi, non sono caldi, sono proprio un’altra cosa. Un orsetto non avrebbe potuto rassicurarmi sul fatto che oltre a quello che conoscevo e che stavo vivendo ci fosse dell’altro, qualcos’altro di magnificamente misterioso e intrigante (come le storie che leggevo) e che quel qualcosa era lì e mi stava aspettando. Dovevo solo crescere un po’.

Ecco, questa cosa mi ha fatto viaggiare su corsie neuronali preferenziali, lo ammetto, ma nel concreto mi ha fatto sbattere il muso quotidianamente contro una realtà che non aveva nulla a che fare con quel misteroso-e-intrigante che sognavo – anzi tutto il contrario – eppure senza mai dubitare del fatto che la parte migliore doveva ancora arrivare e che mi stava aspettando.

Aspetta che ti aspetta ho affrontato diverse avventure – nel vero senso della parola – e seppur io mi sia pure divertita oltre che fatta il mazzo tanto, mai neppure per un istante quella tensione frizzante e deliziosa che trovavo in quelle storie si è verificata. Mai. Neppure da lontano. Neppure quando ero emotivamente coinvolta, niente di niente.

Ho pensato che probabilmente peccavo di sensibilità e che fosse mia responsabilità andarmele a cercare queste sensazioni mirabolanti, infatti continuavo a pensare che fossero lì da qualche parte e che mi stessero aspettando. Sta di fatto che odio aspettare senza fare niente per cui mi sono data piuttosto da fare per andare loro incontro, con molto impegno mi permetto di aggiungere. Anni e anni di situazioni assurde e spesso grottesche, di scivoloni e ridicoli errori, di incontri tristi-scellerati-stupidi-inutili, ma niente.

Quindi, facendo due conti veloci, le cose possibili sono due: o il  misteroso-e-intrigante non sono lì ad aspettarmi (e neppure sanno della mia esistenza) oppure mi stanno deliberatamente ignorando – per lecite ragioni, perlamordelcielo, ma senza un briciolo di compassione o umanità.

Qualche tempo fa decisi che mi sarei fermata, basta andare incontro alle mie allucinazioni, facciamo che il misteroso-e-intrigante non li voglio più. Un po’ mentendo e un po’ con convinzione, metà e metà diciamo. Non mi sono ancora spostata da questa perentoria autoimposta decisione, e non me ne pento. Però, stasera, stavo pensando che se fossi stata come tutti i bambini intelligenti di questa terra, mi sarei fatta regalare un orsetto perché a questo punto sarebbe lui a rassicurarmi sul fatto che anche così va bene. Non troppo, ovvio, ma potrebbe pure andare peggio.

Prossima volta nasco più intelligente.

 

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(598) Manipolare

Detto così è brutto, e a dirla tutta anche farlo è brutto, ma se agiamo entro un limite definito con precisione – quello del rispetto degli spazi mentali e fisici altrui – il verbo cambia e si trasforma in altro. Il nuovo verbo diventa meno brutale e – in certi casi – anche bello. La magia della manipolazione è ovunque.

Se con i gesti si può fare molto e causare anche molti danni, figuriamoci cosa si può fare con le parole. Quelle dette o scritte, quelle sottintese, quelle ripetute, quelle negate, quelle urlate o sussurrate… ce n’è per tutti i gusti. 

Lo facciamo tutti, lo facciamo fin da piccoli, lo facciamo perché vogliamo che le cose vadano come piacciono a noi e che le persone facciano quello che vogliamo noi e che nel farlo non creino fastidi. Obbedisci, punto. Chiunque neghi questa verità dovrebbe guardarsi meglio dentro. Non è che per questo siamo cattivi o persone orrende, siamo umani. Gli umani, quando non si sparano addosso, sono impegnati in un esercizio continuo di problem solving per poter avere a che fare gli uni con gli altri. Le soluzioni, quando sono “morbide”, ti evitano di rintanarti in un bunker prima di far esplodere l’universo umano che ti circonda. Semplice sopravvivenza. Nostra e dell’intera Umanità.

Manipolare è sinonimo di “viscido, sporco” nel nostro immaginario, ma in realtà il dizionario della lingua italiana allarga un bel po’ il suo significato:

manipolare v. tr. [der. del lat. manipŭlus, nelsign. mediev. di “manciata (di erbe medicinali)”] (io manìpolo, ecc.). – 1. a. [lavorare una sostanza plasmabile, o un impasto, trattandoli con le mani: m. unguenti] ≈ maneggiare, trattare. b. [ottenere una preparazione mediante l’impasto di vari ingredienti: m. acqua e farina; m. una torta] ≈ amalgamare, impastare, (non com.) malassare, maneggiare, mescolare, rimestare. 

Certo, poi c’è anche la seconda parte da tenere in considerazione:

2. (spreg.) a. [apportare modifiche abusive a una sostanza o un prodotto, spec. alimentare: m. il vino] ≈ adulterare, alterare, sofisticare. b. [adattare in senso favorevole a sé stessi, mediante imbrogli e intrighi: m. i risultati delle elezioni] ≈ alterare, (non com.) artefare, contraffare, falsificare, manomettere, truccare. c. (fig.) [indirizzare la volontà di qualcuno, spec. per trarne vantaggio: m. le coscienze] ≈ condizionare, influenzare, maneggiare, manovrare. ↑ plagiare.

Quindi, riuscire ad agire sul punto 1 (a, b) in modo attivo e produttivo e contemporaneamente riuscire a riconoscere quando si rischia di cadere vittime di un’azione del punto 2 (a, b, c) potrebbe essere la formula che ci salva davvero la vita. 

Basta saperlo, no?

 

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(473) TED

Come ho trascorso le notti negli ultimi weekend? Ascoltando persone interessanti condividere le proprie esperienze professionali, e anche private, sopra un palcoscenico con una platea attenta e interessata.

Sono immersioni che faccio da molto tempo, credo siano già tre anni, e ho ascoltato un migliaio di conferenze, delle più disparate, e non sono mai stata delusa. Ho sempre ricevuto qualcosa su cui riflettere, qualcosa da utilizzare, qualcosa che mi ha resa più viva. Amo ascoltare storie, almeno quanto amo raccontarle. Funziono così.

Quelle persone che ho conosciuto attraverso il web non le avrei mai potute incontrare semplicemente camminando per strada, così per caso. E mi sarei persa un tesoro immenso. Mille volte mi sono soffermata a riflettere su quanto avrei voluto parlare con questo o con quello e invece niente, troppo lontani da me, alcuni letteralmente inarrivabili.

L’incredibile patrimonio di conoscenza che l’Umanità ha accumulato fino a oggi deve fluire, deve raggiungere tutti, deve essere alla portata, deve essere curato e protetto, deve essere alimentato, deve essere ampliato, deve essere approfondito, deve essere libero, deve essere libero deve essere libero. Libero e gratuito.

Perché qualcosa di buono dovremo pur lasciarlo alle Anime Pure che stanno nascendo e che dovranno sobbarcarsi tutto questo casino che siamo stati capaci di combinare senza porci domande, senza intestardirci a trovare soluzioni efficaci, senza prendere a cuore le cose importanti, senza farci scrupoli perché tanto prima o poi morirò e chissenefrega.

I bimbi continuano a nascere, però, e il chissenefrega non è più contemplato. Chiaro?

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(442) Qualunque

La qualunque non è un’opzione che contemplo. Mai. Quel massì-una-qualunque non è una scelta, è un alzare le spalle e lasciare che siano gli altri a decidere (o il Destino a decidere per me). Prendi come una morsa tutta la questione del libero arbitrio e la butti nel WC. Così, come se niente fosse.

Qualunque significa che non te ne frega niente, o che te ne frega ma fingi che non te ne freghi, che è anche peggio. Molto spesso mi viene detto che io me la prendo troppo. Che la prendo troppo sul personale. Che dovrei preoccuparmi di meno.

Ok, va bene, ma alzare le spalle non mi piace. Tutto diventa personale quando ti importa, anche qualcosa che riguarda una persona che non conosci. Il discorso diventa un bel fastidio da maneggiare, me ne rendo conto, ma ribadisco che il fatto che il mio essere piuttosto ansiosa per certe cose – per me fondamentali – è sicuramente da curare eppure è – sempre – quel qualcosa che fa capire a chi mi sta di fronte che mi importa.

Mi importa perché si tratta di te e si tratta di me e si tratta di noi e si tratta di tutta l’intera Umanità, che è il nostro genere, la nostra origine, la nostra Essenza. Se ti infastidisce il fatto che mi importa, non è un mio problema ma tuo. Non ti chiedo di condividere ciò che provo, ma non ti permetto di calpestare quello che difendo.

E poi sì, vedrò di non preoccuparmi troppo e me lo ricorderò appena verrai a chiedermi qualcosa. Alzerò le spalle e con un sorriso ti risponderò: “Qualunque, cara/o, qualunque”.

Bello, neh?

 

 

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(367) Kryptonite

Per riuscire a sfangarsela nella vita, Superman insegna, bisogna capire il più velocemente possibile qual è la nostra letale kryptonite. Il resto della tua esistenza la trascorrerai a schivare come la peste questo elemento e vivere nel pieno delle tue forze il più a lungo possibile.

La mia kryptonite è: l’ottusità. A ogni scontro con questo stramaledetto componente della natura umana, io perdo. Robe che se fossi almeno un po’ furba non mi ci metterei nemmeno, ma non solo non sono furba, sono anche recidiva. Eppure la riconosco, la annuso da lontano, cerco di aggirarla – assicuro in buonafede che l’intenzione è quella – ma non dura molto. Appena abbasso la guardia… zak! Eccola lì, davanti a me che senza neppure salutare mi molla un diretto sul naso e finisco stesa a terra. Sempre.

L’ottusità, c’è da aggiungere a mia discolpa, sa celarsi bene. Sa vendersi bene. Sa carpire la tua fiducia per sbatterti a terra e piombarti a braccio teso sulla giugulare. Senza respiro si ragiona male e lei lo sa.

L’ottusità permette alla gente che si reputa normale di covare odio profondo fin nelle viscere e sputarlo in faccia alla prima occasione, al primo venuto, al primo segnale di vulnerabilità che intuiscono. E la gente ottusa ha grande intuito e ottima mira, c’è da rendergliene atto.

L’ottusità obnubila la ragione e chi ne è affetto non se ne rende conto perché la sua capacità dialettica, la sua retorica, la sua preparazione culturale sono ottima base per portarti lì dove ti darà il colpo di grazia.

Una sola cosa manca alla persona ottusa: la gentilezza. E una volta che lo hai capito, allora tu puoi essere la kryptonite da cui scappare, quella capace di neutralizzare il piano criminale messo in atto contro la Bellezza e l’Umanità.

Sii Kryptonite, sii gentile.

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(268) Umanità

In generale, tutta insieme mi fa paura. La evito proprio. Tutta insieme è troppa, diventa una minaccia anche se c’è aria di festa. Non lo so, sarò stata traumatizzata dalle volte in cui mi sono trovata schiacciata tra la folla senza poter respirare (concerti). Quindi resto ben distante dalle situazioni dove l’Umanità può avere la meglio su di me.

Eppure, quella che esce dagli Esseri Umani in situazioni di incontro one-to-one è ancora fonte di grande fascinazione per me. Entrare in sintonia con chi ho di fronte per trovare il modo di comunicare a un livello più profondo, quasi viscerale, credo sia la sola possibilità per vivere il legame. Può durare un’ora o solo dieci secondi, a volte non servono neppure le parole, basta uno sguardo, basta un tocco, basta un nulla perché il varco si apra e avvenga l’incontro.

Essere Umano che incontra Essere Umano.

Tutto molto semplice, molto naturale, molto… molto. Sono assolutamente fortunata perché mi capita spesso, molto fortunata perché il programma che era nato senza altro pensiero se non quello di immortalare quei momenti delicati e intensi continua a darmi ragione. Ormai non dubito più.

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(184) Aridità

Mi ha sempre sconvolto trovarmi di fronte all’aridità dell’anima di certa gente. Il loro vietarsi di sentire se non attraverso il proprio interesse è disumano. Non c’è un altro modo per dirlo: disumano.

Mi posso pure domandare l’origine e quindi la causa di tale aridità, ma alla fine non servirebbe a sanare questo enorme vuoto di umanità. Sapere i perché non ti mette al riparo dalle conseguenze che le azioni disumane ti rovesciano addosso.

Penso spesso alla legge del taglione, a quel “occhio per occhio, dente per dente” che forse è l’unico modo per far capire a chi è privo d’umanità che il dolore (quello che non è problema loro) se lo provi diventa reale e molto tuo. A volte vorrei che questa gente mostruosa provasse esattamente quel dolore che loro stessi provocano con le proprie azioni e le proprie parole intrise d’odio, per risvegliarsi dall’abbruttimento in cui sono precipitati, chissà come e chissà quando.

No, non a volte. Sempre più spesso glielo auguro. E sì: mi sto abbruttendo pure io.

 

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(108) Leggere

Tanto tanto tanto tempo fa sognavo di possedere un potere speciale. Mi interessava così tanto l’Essere Umano (nella fattispecie la sua mente e il suo spirito) che espressi il desiderio di poter leggere il suo animo..

Bacchette magiche e incantesimi non sarebbero bastati, lo sapevo già, anche se ero molto molto molto molto giovane. Lo sapevo già.

Quindi iniziai con il farmi terreno fertile per l’intuizione. Misi in allerta tutti i sensi per imparare, ascoltando e osservando, chi mi stava attorno e cercare di carpirne pensieri e desideri.

Non era mia intenzione varcare la soglia dell’intimità del mio prossimo, ma era conseguenza inevitabile. Anche se il mio interesse era quello di farli stare bene, invadevo silenziosamente territori che non mi appartenevano. Conscia di questo io stessa divenni per gli altri terra off-limits: promisi a me stessa che nessuno avrebbe mai invaso i miei pensieri e i miei sentimenti.

Mantenni la promessa in modo quasi del tutto coerente, caddi un paio di volte nella trappola di chi pensavo fosse pianeta affine e l’errore mi costò caro.

Nel frattempo, però, ebbi modo di sondare perfettamente la mia terra e mi scoprii molto molto molto molto simile a chi avevo incontrato e sondato nei miei anni di studio. Caddero colonne di pregiudizi e di egoici marasmi interiori. Fu come liberarmi per rimettermi in pari con l’Umanità.

Leggere i libri perfeziona il mio studio degli Esseri Umani. Solo che non invado alcun territorio, mi faccio invece conquistare. Senza correre alcun rischio, per di più.

Impagabile libertà.

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