(607) Nonchalance

Dovrei prendere certe cose con distacco. Dovrei. Ma non ci riesco. Eppure sono una persona pacifica, tranquilla, paziente, controllata… o almeno mi sono sempre considerata così.

Eppure se guardo ai fatti, a quanto poco tollerante e controllata riesco a essere quando mi toccano questioni per me cruciali, va a finire che non lo sono. Mi sbalordisce ‘sta cosa. Quando ho cominciato a non essere più pacifica-tranquilla-paziente-controllata? Lo ignoro.

Come può un punto e virgola messo da qualcuno al posto dei due punti scatenare il putiferio dentro di me? Ignoro anche questo.

Il tipo che oggi in tangenziale si è attaccato al baule della mia auto bestemmiandomi contro e facendomi i fari perché voleva passare – eravamo obbligati alla coda e facevamo i 70 all’ora – è pur sempre un mio simile, no? L’ho fatto passare e poi l’ho visto inchiodare cinque metri da me perché un camioncino gli aveva tagliato la strada costringendolo a rallentare ulteriormente, ed è lì che ho pensato che il karma istantaneo è di fatto una meraviglia. Ho riso di gusto, non sono riuscita a impedirmelo.

Reagire con distacco, elargire freddezza anziché sguardi fulminanti è un atteggiamento adulto, elegante, no? Sì, ma non ci riesco. Ascoltare un comizio politico che rasenta il folle, da parte di un decerebrato che pensa di essere il fenomeno della situazione, per la maggior parte delle persone è tollerabile quel tanto da cambiare canale e non pensarci più. Ecco, per me no, io mi costruisco un discorso di opposizione suddiviso in paragrafi e capitoli – tutto nella mia testa – e finché non ho scritto il finale non sono contenta.

Sospetto di non essere così normale come mi sono valutata negli ultimi quaranta-e-rotti-anni. Forse dovrei preoccuparmi.

Valuterò e mi farò sapere.

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(604) Competenze

Ne hanno tutti. Diverse e diversificate, molto probabilmente. Basic o Pro, ovviamente. Sarebbe bello andare oltre, però. Oggettivamente parlando qualsiasi persona portatrice sana di buona volontà può imparare, può imparare anche con una certa continuità, può imparare abbastanza bene da poter affermare tranquillamente di aver acquisito una competenza. Una qualsiasi. Just name it…

Quindi fare giù una lista delle proprie competenze potrebbe essere un buon modo per recuperare la stima di noi stessi, quando questa è stata grattata via – pezzo dopo pezzo – con cura encomabile dal mondo che ci circonda.

In tutta sincerità, sono in grado di affermare serenamente che la sfera delle mie competenze è consistente: posso andare dalla preparazione di un toast vegano super delizioso al brusca e striglia di un’auto di superlusso con grande agilità. Sì, non mi ha mai spaventato lo spauracchio del sai-fare-tutto-ma-niente-bene. No, non mi tocca proprio. Dirò di più, posso anche spingermi oltre: per esempio posso ascoltare ore di lagne e lamenti da parte di chiunque trovando sempre parole consolatorie e lasciando in chi si trovasse sull’orlo del baratro un ragionevole dubbio per rimandare il salto dal ponte. Mi viene proprio bene, quasi una dote naturale. Posso anche – a richiesta – prodigarmi in discorsi comparati su svariate tematiche interessanti (dal pedigree di un criceto delle Ande  al colore adatto per una parete rivolta a nord-est-sud-ovest di una cascina vietnamita del primo novecento) con grande dispiegamento di Ars Retorica e compagnia bella. Riuscirei a convincere un orso polare a togliersi la pelliccia argomentando lo scioglimento dei ghiacci come se ne fossi io la causa primaria. Senza che all’orsa venga in mente di sbranarmi. Mi ringrazierebbe anche, garantito.

Se la necessità fosse impellente, potrei imparare a domare un diavolo della Tasmania in una sola notte o surfare su un tappeto persiano nel Deserto di Atacama o, addirittura, misurare con adeguata precisione la velocità tenuta da un picchio canterino mentre attraversa le cascate del Niagara fischiando la sigla dei Muppets senza muovere il becco. Se la necessità lo impone, mi adeguo. Non c’è problema.

Il punto focale di tutte queste grandissime stronzate è che avere le competenze sbagliate quando ci si trova in un contesto o in un altro è un attimo. Puoi mandare a puttane la tua intera esistenza se non sfoderi la competenza giusta per l’occasione. Bisogna pensarci. Bisogna proprio far attenzione ai dettagli, ai segnali che ti possono avvisare in tempo utile che ti stai mettendo in un vicolo cieco e quindi potrebbe essere il caso di cambiare direzione. Andare altrove. Via, lontano.

E non basta essere proprio una brava persona – come mi hanno insegnato per tutta la prima parte della mia vita – aiuta te e chi ti sta attorno, ma potrebbe anche essere un boomerang che se non lo prendi al volo ti fa lo scalpo.

Eppure essere una brava persona ti permette di presentarti a testa alta – sguardo senza cedimenti, voce ferma – davanti a qualsiasi altro Essere Umano e in qualsiasi situazione si debba affrontare. Una brava persona ha competenze eccezionali, che riguardano la cura, l’ascolto, la capacità di esserci, la generosità di dare e darsi soltanto perché così si fa e così va bene. Competenze eccezionali, ripeto, che non metti in mostra nel tuo patetico CV, che non indossi soltanto quando vuoi fare buona impressione, che non ostenti per suscitare ammirazione e invidia, che non butti in faccia a nessuno per un misero tornaconto personale.

Non me ne frega niente se sei migliore di me, metto volentieri da parte le mie competenze per farti spazio, onore al merito – ci mancherebbe altro. Ma ho acquisito una competenza piuttosto interessante negli ultimi tempi: so mandare al diavolo una persona con una gentilezza e un’eleganza notevole, tanto che manco riesce ad accorgersene. Sono pronta a ogni evenienza, se la necessità intensifica la sua presenza, nessun problema.

Lo voglio dire, però: quando incontro qualcuno, per prima cosa tolgo le mie competenze e le metto in un angolo, poi nella mia testa tolgo le competenze della persona che mi sta di fronte e ripongo tutto nell’angolo opposto. Le dimentico lì per un po’, per quando saranno più utili. Quando incontro qualcuno è la persona che devo incontrare, è lì che mi concentro. Il resto viene dopo. Per il resto c’è sempre tempo, no?

 

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(431) Alto

Guardare le cose dall’alto ti fa sentire potente, una visione che solo gli Déi possono avere. Bisogna fare uno sforzo d’immaginazione, mettersi per un istante là sopra e adeguarsi a quello sguardo, a quel guardare. Lo spettacolo potrebbe non essere esaltante, ma la dinamica della situazione si espliciterebbe nell’immediato lasciandoti di stucco. Bam.

Come pedine ci muoviamo, come pedine mangiamo e siamo mangiati, come pedine scansiamo o siamo saltati, come pedine raggiungiamo – forse – l’altro lato guadagnandoci il trono. Soltanto una partita a disposizione, che può essere poco o tantissimo, dipende da chi ti si oppone.

Se c’è un significato in tutto questo dall’alto non lo si può capire. Non partecipi ai maremoti emotivi, guardi distaccato ciò che accade e trovi i flussi energetici che il movimento tattico alimenta o rallenta o inverte o blocca o tutto o niente. L’osservazione fredda, di questo tipo, ci aiuta ogni volta che siamo travolti dagli eventi, quando siamo sbattuti a destra e a manca e non abbiamo più punti di riferimento. Fermati – bloccati proprio – fai un respiro profondo, salta con la mente là sopra e guarda. Goditi lo show.

C’è quasi da ridere vero? Adesso capisci meglio l’intero Olimpo, vero? Ok, torna giù e agisci di conseguenza: prendi sul serio solo il gioco e non gli accadimenti. Il resto passa, perché deve passare, sono le regole del gioco.

Baby.

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(404) Regole

Ci sono delle regole che seguo da una vita, sono regole che mi sono fatta per non perdere la brocca. Non è che mi sono messa lì e me le sono scritte (anche se conoscendomi non ci sarebbe da stupirsi più di tanto), ma si sono impresse dentro di me in modo naturale.

Spesso ho preso regole che hanno creato altri e me le sono sistemate su misura, per quel tanto che mi parevano giuste e adatte a me. Son bravi tutti a seguire regole fatte su misura, potrebbe dire qualcuno. Mi sento di dissentire: innanzitutto se le regole che ti dai le sai solo tu è un niente cambiarle appena non ti fanno più comodo, e poi penso che ci voglia uno sguardo bello lucido per cogliersi in fallo quando si trasgredisce e darsi una strigliata e rimettersi in carreggiata. Ecco, io lo so fare, sono più intrasigente con me stessa che con il resto del mondo terracqueo.

Per fare un esempio: la tanto citata “Non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te stesso”, è stato uno degli insegnamenti più importanti che io abbia ricevuto da piccola. I comandamenti sono dieci, ma credo che basti questo per sistemare tutto. I restanti sono specifiche per chi è gnucco e non capisce o fa finta di non capire. Non sono legata alla chiesa cattolica, ma a questo insegnamento sì perché mi ha segnato la vita, mi ha fatto immaginare che tipo di persona avrei voluto diventare, essere.

Ora, gestirsi con una regola del genere non è un giochetto, ti devi sempre bacchettare per una cosa o per l’altra, tutti i santi giorni ne combini una a cui poi sei tenuta a porre rimedio. Questa cosa mi dà un bel daffare da tutta una vita, eppure ne vale la pena. Sto diventando la persone che avrei voluto essere e prima o poi ci riuscirò.

Ci sono altre regole che cerco di seguire, regole che mi danno degli appigli quando sbarello e che ringrazio ogni volta che mi permettono di prendermi per i capelli e cavarmi dai guai. Non abbraccio le regole degli altri, a meno che non le senta giuste per me stessa. Il “giusto” è quella posizione d’equilibrio che ti fa sentire bene, che ti fa prendere possesso di te stesso senza forzature. Quella sensazione di ho-fatto-tutto-quello-che-potevo-con-quello-che-avevo che ti fa dormire sonni non dico sereni, ma di sicuro meno tormentati, che ti fa credere che domani potrai fare meglio.

Tutti noi abbiamo bisogno di regole, peccato che ci aspettiamo che siano gli altri a dirci quali devono essere e a pilotare il nostro stare bene e il nostro stare male, come fossimo delle marionette – e potrei anche riesumare Mangiafuoco, ma non lo farò.

La libertà non è cosa da mammolette, teniamolo ben presente prima di riempircene la bocca e puntare il dito su chi e su cosa ce la sta portando via.

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(200) Buddha

Budda (o Buddha) s. m. [dal vedico buddhá– «svegliato, illuminato», part. pass. di bódhati]. – 1. Epiteto del principe indiano Gautama (c. 560-480 a. C.), fondatore del buddismo. Con riferimento alla posizione in cui è rappresentato nell’iconografia ufficiale, sono com. le frasi stare seduto come un B., e sembrare un B., per indicare non solo la posizione a gambe incrociate ma anche, in genere, un atteggiamento di solenne e indolente immobilità, soprattutto di persona un po’ pingue. 

Mi trovo qui in posizione buddhica. Tra l’altro è Pasqua. Se qualcuno ora mi sta leggendo ci troverà zero senso in questo forzato collegamento mentale, ma il senso a volte scorre sopra o sotto o accanto e raramente troppo in superficie.

La mia indolenza è dovuta allo stato di sbigottimento per gli accadimenti politici che stanno coinvolgendo tutto il nostro benedetto pianeta. Nostro malgrado, ovviamente, perché non siamo noi a decidere. O meglio: quando possiamo decidere scegliamo gente votata alla distruzione di massa, non è che abbiamo il diritto di pretendere altro.

Fatto sta che l’atteggiamento solenne e indolente di immobilità che il Buddha ci presenta come alternativa, lo preferisco al parlare a vanvera e sparare a raffica idiozie senza conoscere in profondità argomentazioni e dinamiche.

Il bel tacer che non fu mai scritto mi è molto caro, per svariati motivi, ma più invecchio e più lo vedo come unica salvezza quando il mondo esplode.

L’immobilità non è passività, non come la intende il Buddha. L’indolenza non è supponenza per il Buddha. La posizione, per me scomodissima, è comunque eretta e di accoglienza. Senza che un capello si muova, con il sorriso sulle labbra. Non di derisione, ma di accettazione.

Tutto questo ha senso, ma scorre in profondità e se stai urlando e bestemmiando, se ti stai agitando come un ossesso per infierire contro chi ti appare vulnerabile e pertanto bersaglio ideale, questa profondità ti è negata.

Il mio sguardo si abbassa, per vedere meglio. Non fuori, ma dentro di me. Poi vedrò cosa fare. Non ora, poi. E anche Gesù la pensava così, per morire e poi risorgere doveva per forza pensarla così. Il cerchio si chiude. No?

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(153) Parvenza

Soffermarci soltanto un istante in più ci permetterebbe di andare oltre la parvenza. Farlo troppo poco non ci aiuta ad apprezzare tutto quello che non vuol essere evidente, farlo troppo non ti aiuta ad attraversare il mondo con leggerezza. E una certa leggerezza ci vuole per non mollare il vivere. Ci vuole.

Bisognerebbe concederci dei momenti in cui arrendersi e farsi trasportare ignorando la parvenza delle cose, perdersi un po’.

Le scoperte che ci aspettano potrebbero cambiare il corso della nostra vita o almeno dei nostri pensieri – che già solo questo merita il rischio e l’azzardo.

Oscurare allo sguardo impietoso del mondo parte di ciò che la nostra parvenza sa ingannare, sembra l’unico modo per garantirsi la sopravvivenza. Eppure scegliere con chi poter deporre le armi senza temere un colpo infingardo, questo rimane un lusso che ben pochi si possono permettere.

Io posso, grazie al cielo.

 

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(91) Orizzonte

Tenere lo sguardo a terra è cosa saggia perché se appoggi il passo su un terreno sdrucciolevole, una buca, un ostacolo, finisci a terra che manco te ne accorgi. Ho guardato molto la terra su cui poggiavo i piedi, non mi sono evitata scivoloni, ma sono caduta sempre a metà, preparata un nanosecondo prima grazie al mio guardare.

Se, però, lo sguardo non s’alza mai da terra per rivolgersi a ciò che ti circonda rischi di sbattere ovunque e di farti molto male (oltre ad assicurarti un torcicollo cronico, che non è una cosa bella). Ho sbattuto spesso contro persone e cose che mi hanno fatto male e ho imparato a prestare attenzione a quello che mi sta attorno e a farne i conti.

(guardati attorno, guardati dentro e guarda la terra su cui poggi il passo – un lavoro a tempo pieno che può diventare snervante, lo ammetto)

I momenti più belli in assoluto li ho vissuti quando ho osato spingere il mio sguardo all’orizzonte. Momenti di silenzio in solitudine pressocché perfetta. Credo che quel punto preciso, l’orizzonte, sia l’incontro di ciò che hai dentro, ciò che hai attorno, ciò che hai sotto i piedi e (meraviglia) ciò che hai sopra la testa. E cosa ancora migliore: guardi al tuo cammino con uno scopo, è là che vuoi arrivare.

L’orizzonte è così. Si muove come io mi muovo, per motivarmi a proseguire perché la strada da fare è tanta, molto di più di quello che tu puoi pensare. Si ferma se io mi fermo, per assicurarmi che una meta c’è e mi aspetta. L’orizzonte non scompare neppure quando sei chiuso in una cella (reale o virtuale che sia) perché rimane impresso nella retina e se chiudi gli occhi si ricompone a tuo piacimento. Senza perdere il senso, senza perdere lucentezza.

Il mio orizzonte è così, il mio come quello di tutti. Solo che non tutti se ne accorgono e pensano che spingere lo sguardo all’orizzonte sia cosa da sognatori. Si sbagliano di grosso, è cosa di tutti quelli che amano camminare la propria vita.

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(69) Vertigine

Solo quando mi guardo attorno e non so da che parte appoggiare l’attenzione, che tutto mi fa paura. Una volta non la consideravo la paura, oggi la rispetto. Ne tengo conto, anche se non mi faccio fermare – no questo non è cambiato.

Se poggio l’attenzione dentro di me, a uscire diventa tutto minaccioso. Quindi scelgo con cura il punto in cui dentro e fuori si confondono, gioco sul cambio di prospettiva e sulla percezione di tempi contemporanei. Solidi, forse no, sicuri neppure. Certi, quello sì.

Non dura molto, di nuovo sguardo attorno e vertigine. Ma non mi faccio fermare.

b__

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(25) Sguardo

Dove posi lo sguardo, lì sei. Questione di attenzione. Posare significa che lo metti proprio dove vuoi tu per osservare, non lo fai scivolare via, non lo appoggi per dare sostegno, non lo fissi per aggrappartici e andare oltre.

Posare la tua attenzione con lo sguardo impone agli altri sensi di fare altrettanto, è come se ci fosse un’adunata di sensi. Sarebbe la situazione perfetta se… se non iniziassimo a pensare. Il pensiero ti porta via all’istante.

Un vero peccato. Hai lì riuniti tutti i sensi e tu cosa fai? Te ne vai via? Cosa pensi di capire se non sei più lì? Perché non ti limiti a contemplare e basta? Troppo facile per te? Sai giù tutto? Conosci già il Mistero?

Dovremo imparare dai lupi.

Eh! Tutto da rifare.

b__

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