(502) Quintessenza

Incontrare la quintessenza dell’incompetenza è un’esperienza che consiglierei a tutti. Se poi si unisce alla quintessenza dell’arroganza, si raggiunge il top. Anche questa la consiglierei, perché da quel momento in avanti il mondo non ti sembra più lo stesso.

È come se ti si fossero spalancate le porte della percezione, dove tutto quello che pensavi fosse illusorio diventa reale e tutto ciò su cui basavi il tuo solido sapere si rivelasse essere aria fritta.

Non riesci a capacitarti del fatto che quello che stai vivendo sia un evento eccezionale e al contempo non così raro – solo che a te, con questa intensità, non era mai capitato – e che per quanto tu faccia non potrai cambiare le cose: la quintessenza (di qualsiasi cosa) vince su tutto.

E non serve appellarsi al buonsenso, ai limiti che non vanno superati, al rispetto per una professionalità che vive di esperienza e preparazione… macché! Tutte idiozie, l’arroganza da sola potrebbe ribattere con veemenza che i soldi fanno il padrone e gli altri son pur sempre schiavi, figuriamoci quando questa arroganza viene sublimata a quintessenza. Non se ne esce.

Ci sono tanti modi per vivere, e vivere da arroganti (anche se sublimati) non è mai stata una mia ambizione, ma per quanto io cerchi di scappare vado sempre a cozzare con una fottuta quintessenza di qualcosa e – come ho già detto – non c’è battaglia che tenga, è sempre lei che vince. Vince su tutto.

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(411) Anticipare

Se riesci ad anticipare gli eventi, e guardando con attenzione il tuo presente certe cose le cogli per forza, riesci a non esserne travolta in modo irreparabile.

Ci credo totalmente, provato sulla mia pelle per anni. Questo è il consiglio che darei a chiunque: anticipa. Anticipa la tua mossa per bloccare sul nascere ciò che senti sta preparandosi pronto a schiantarti. Gioca d’anticipo.

D’accordo, non sempre è fattibile, non sempre è evidente, non sempre. Eppure se lo fai anche soltanto per la metà delle volte è già sufficiente, fidati. Non possiamo vivere con gli occhi imbottiti di prosciutto (me lo diceva una mia vecchia prof di educazione artistica) e pensare che ciò che non vediamo sia scomparso. Non si può e basta.

Incolpare sempre agli altri, fare appello alla crudeltà della vita e del mondo e del destino, è la forma più bassa di idiozia che possiamo mettere in pratica. Guardare, registrare i dettagli, riflettere su ciò che c’è e ciò che non c’è, svelare l’enigma e agire subito! Subito, santiddddddddio, subito!

Ci vogliamo dare una svegliata o no? Subito!

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(405) Fagocitare

Non esiste verbo che mi faccia rabbrividire come questo: fagocitare. Significa assorbire, divorare, incorporare, inghiottire, inglobare, e ogni immagine che mi suscita è orrenda. In ogni, e quando dico ogni intendo dire proprio ogni, situazione in cui mi sono trovata (dall’asilo in poi) ho sempre giocato sulla difensiva: voi lì e io qui, non scherziamo neh!?

Al di là dei facili giudizi che ci si può fare su di me (presuntuosa, arrogante, superba, saccente, o del tutto idiota) resta a chiunque un dubbio: “Cosa diavolo le passa per la testa?”. La chiave di lettura è sempre la stessa, sta tutta nel verbo “fagocitare”. Non c’è altro, garantisco. Una volta che nomini il mostro, il mostro perde forza e si fa addomesticare – è un incantesimo risaputo, bisognerebbe dargli più credito.

Questo mio mostro ora lo metto alla mercé di chiunque passi qui a leggermi, ben conscia del fatto che sarà ignorato e frainteso dai più, ma non lo faccio perché mi aspetto qualcosa dal resto del mondo, ma perché mi aspetto qualcosa da me. Vorrei anche lasciare un segno a chi ora mi sta leggendo, però, ed è un consiglio piccolo, da nulla, che vorrei vi fosse utile: attenti al mostro che vi sta fagocitando. Tutti ne abbiamo almeno uno, tutti dovremmo farne senza. Nominatelo e rendetelo innocuo. Siete voi il capo, voi decidete chi, cosa, dove, quando, come e anche perché. Sempre.

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