(536) Nonchalance

Mi piacerebbe tanto saper alzare il sopracciglio, smorzare un sorriso di compatimento, e con mezzo giro su me stessa uscire dalla stanza e dalla situazione come se non fosse importante, come se avessi di meglio da fare, come se stanza e situazione non meritassero la mia presenza e quindi adieu.

Mi piacerebbe tanto, ma non ce la faccio.

Appena mi girano le palle – a torto o ragione non fa alcuna differenza – mi si legge in faccia in modo talmente dettagliato che è una fortuna non essere ancora stata rinchiusa in una cella di massima restrizione. Come Hannibal Lecter, tanto per intenderci. 

Eppure, ammiro la classe di chi ci passa sopra. Ammiro l’eleganza di chi sa che certe sporcature non li possono toccare, neppure sfiorare, e si elevano con grazia. Ammiro il savoir-faire di chi alleggerisce il carico e non si sofferma sui dettagli, scivola via e basta. Ma l’ammirazione non conta nulla, ci vuole talento, una innata predisposizione che a me manca. A comprarla un tanto al chilo ci lascerei giù un rene, non è fattibile. E quindi?

Eh. Niente. Alzerò gli occhi al cielo in cerca di ispirazione, inspirerò calma ed espirerò saggezza, fingerò di essere una damina dell’800 che sorride furbamente dietro il ventaglio. Nel frattempo indietreggerò, cercando di non inciampare, e guadagnerò l’uscita lestamente – per quanto la mia stazza lo permette – cercando di tenere chiusa la bocca. Sprangata.

Non credo funzionerà. 

No, non funzionerà.

Pace.

 

 

 

 

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(366) Arrovellarsi

Sembra che io non faccia altro che arrovellarmi sulle mille problematiche esistenziali che mi coinvolgono, e forse è proprio così. Non lo faccio apposta, mi ci trovo infilata dentro e non capisco come. Addirittura con coerente continuità! Com’è possibile?

Credo che a un certo punto la cosa mi abbia preso la mano e via. Come se fosse stato chiesto a me, a me!, di venirne a capo. Come se fosse stato chiesto a me, a me!, di trovare una soluzione. Come se fosse stato chiesto a me, sempre a me!, di salvare il mondo. Eh no! Nessuno mi ha mai chiesto nulla. Faccio tutto in autonomia. Me la canto e me la suono, one-woman-band. Una vera idiota.

La possibilità di godermi la vita con leggerezza, in fondo in fondo, mi fa schifo. Mi sembra una perdita di tempo. Mi sembra sia un buttare un’occasione che non tornerà più. Una vera idiota, confermo.

La giustificazione che nessuno me lo ha insegnato pertanto non so come si fa non regge. Poteva essere valida quando ero giovane, ma come ho imparato a stare davanti a un microfono senza che nessuno me lo insegnasse posso anche imparare a non dannarmi l’esistenza. Non sarà mica così diverso! Solo che non mi ci sono mai messa, non l’ho mai considerato come un ostacolo alla mia felicità, ho dato per scontato che fosse così e pace. Invece no. Raramente così e pace riguarda me e certamente non in questo caso, quindi dovrò arrovellarmi sul fatto che non ho mai pensato fosse importante pensarci. Vie d’uscita non ne vedo, ma su questo non voglio ancora arrovellarmici su.

Magari domani.

 

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(281) Intrico

Quando tutto è troppo ingarbugliato cosa si fa? Si prendono le forbici e zak, un bel taglio secco. Il buonsenso te lo dice, lo spirito pratico te lo ripete, il calcolo matematico (l’agoritmo delle rotture di balle) te lo conferma: zak.

E io, invece, lì a cercare di capire com’è stato, quand’è stato, che il tutto si è ingarbugliato… era partito così bene, liscio!

E perdo tempo, perdo la pazienza, perdo la voglia e l’entusiasmo (sembra una canzone di Vasco e forse lo è, non ho voglia di indagare proprio ora che se no perdo il filo). Fatto sta che anche quando capisco e trovo il perché e il dove dell’intrico, non serve a niente. Devo comunque usare le forbici e zak.

La questione irritante è che gli intrichi non seguono tutti la stessa logica, non sono fissati in una dinamica standard. Gli intrichi sono creativi. Ognuno ha il suo estro, ognuno ha i suoi motivi, ognuna ha i suoi nonsense e la matematica non può nulla contro di loro. La prevenzione è vana.

Ti ci trovi in mezzo e che tu sia stato poco accorto o semplicemente un idiota, il dato di fatto non cambia. Non hai altro modo per tirartene fuori, ovvero: Zak.

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(202) Uscita

Cercare una via d’uscita, fondamentale per poter uscire. Trovare una via d’uscita, invece, può essere anche una questione di pura e semplice buona sorte.

Bisognerebbe, però, essere molto sinceri con noi stessi e chiederci se davvero vogliamo uscire o se è soltanto una storia che ci stiamo raccontando per dormire tranquilli. Disperati perché prigionieri, ma tranquilli perché non è colpa nostra se la sorte non ci è amica.

Non sono mai tranquilla, neppure quando sono certa che ho poca responsabilità riguardo la gabbia in cui mi trovo. Cerco e cerco e cerco, finché non l’ho trovata, l’uscita. E poi, e poi posso anche decidere di non usarla, ma intanto l’ho trovata e so che sta lì e che se dovessi cambiare idea quella è la strada.

L’ho usata spesso, a volte ho pensato di averla usata fin troppo, ma la libertà ripaga di tutto. E la libertà non è mai definitiva, non è mai totale, non è mai onnicomprensiva. La libertà è delicata e imperfetta, non è sinonimo di felicità, anzi, non credo abbia sinonimi e non credo abbia sfumature.

La libertà è cruda, è limpida, è violenta, è estrema. Se non ne senti il dolore, allora non è libertà.

Per questo usare quell’uscita non è impresa da tutti e non è consigliabile a tutti, perché la felicità potrebbe trovarsi dentro la gabbia e non fuori e scoprirlo non è una passeggiata di salute. C’è da perderci la testa, senza via d’uscita.

Forse.

 

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