(629) Fuori

Fuori può essere accompagnato da una moltitudine di piccoli e grandi concetti che vanno a rafforzare il suo stato: sei fuori quando non sei dentro. Eh, sembra facile, ma forse non lo è.

Fuori dalle regole, fuori dal mondo, fuori porta, fuori serie, fuori dal seminato, fuori fuoco, fuori sede, fuori dal coro, fuori orario, fuori tema, fuori di testa, fuori casa, fuori controllo, fuori dal tempo, fuori dal comune, fuori strada, fuori posto, fuori classe, fuori servizio… fuori dalle balle! – è un’esortazione forte e richiede sempre il punto esclamativo.

Il mio stato normale è proprio questo essere fuori, ed è una cosa sottile sottile sottile, che più cerchi di tenere in mano e più ti sfugge. Ho pensato molto al fatto che volevo venirne a capo, volevo capire, volevo trovare delle ragioni, volevo volevo volevo. Forse troppo.

La mia fortuna è che certe volte mi stanco di essere ostinata e lascio andare. No, non è che lascio perdere, mi sale il nervoso se penso a tutte le cose che ho dovuto lasciare andare o addirittura allontanare da me, lasciare perdere non è nelle mie possibilità – il rimurgino sì, quello è uno sport in cui do il meglio di me stessa. Ripenso a quello che ho lasciato andare e mi dico che avrei potuto fare diversamente, magari mi sono persa un’occasione. Stronzate, lo so benissimo, ma per un istante ci credo davvero e mi sento un’inetta. Poi passa, ma non passa mai il mio essere fuori.

Fuori tiro, fuori dagli schemi, fuori rotta, fuori gioco, fuori luogo, fuori dai binari. Fuori. Nel mio essere fuori raramente lo sono in compagnia. Ma proprio rarissimamente. A chi sta fuori come me la compagnia non fa sempre bene, il silenzio invece sì. La compagnia ideale è quella che non ti obbliga  a rientrare, quasi fosse un dovere che cerchi di schivare. Ma non è così semplice. Se stai fuori soffri il vento e il sole e la pioggia e la tempesta e non si smette mai di cercare rifugio. E quando lo trovi dura poco. Stare fuori è una condizione dell’Anima e l’Anima non si cambia, ma l’Anima – se l’ascolti – ti cambia.

Non è che è sia meglio stare fuori che stare dentro, non lo potrei mai affermare perché non so come si sta dentro. So solo che va bene comunque, basta saperlo, basta potersi vivere la propria condizione con un certo equilibrio e onestamente.

E poi c’è chi finge, in quel caso non c’è proprio niente da dire.

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(509) Ponte

Se potessi, tirerei un ponte per raggiungerti. Anzi, ti chiderei di percorrerlo e di arrivare fino a me. Non per pigrizia, ma per lasciarti la libertà di scegliere, di declinare l’invito, di rispedirmi il ponte indietro. Sarebbe una delusione, ma capirei. Io capisco sempre tutto. E non dimentico – e raramente perdono (non sono buona, no).

Un ponte è un’occasione (sempre) e a volte può essere un’opportunità. Quando ti si presenta, un’opportunità non aspetta che tu ti convinca ad abbracciarla, se ti vede titubante, scettico, insofferente, lei se ne va. Ha altri da tentare e zero tempo da perdere. Altri ponti da abitare.

Ci sono ponti che percorreresti correndo, altri a cui ruberesti il paesaggio con ogni sguardo a ogni passo (passo lento, ovviamente). Ci sono ponti troppo lunghi, che ti penti di averli presi almeno dieci volte prima di attraversarli tutti, e tornare indietro sarebbe una gran fatica e te la vuoi risparmiare. Altri ponti sono troppo corti, non ti danno il tempo di ripensarci che sei già arrivato dall’altra parte.

Ci sono ponti che si bruciano appena arrivi a destinazione, non puoi più tornare indietro da lì e chissà se riuscirai mai a tornare indietro.

Ci sono ponti che una volta percorsi rimangono solidi e saldi per sempre, quelli sono una benedizione e bisogna sapersene prendere cura.

Il mio ponte porta il tuo nome, se l’opportunità ti sembra poca cosa allora vorrà dire che lo lascerò frantumarsi per il gelo e il vento, per la pioggia e per il sole rovente che negli anni lo flagelleranno. Una volta che costruisco un ponte, una volta che lo chiamo per nome, una volta che azzardo un sogno, non ritratto.

Così è se mi pare.

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(479) Nascondere

I pensieri sono nascosti, questo la dice lunga su tutto. Fossero scoperti sarebbe un disastro, sono invece dentro di noi e lì dovrebbero essere al sicuro. Se non fosse per quegli specchi pericolosi che sono i nostri occhi, attraverso loro i pensieri corrono il rischio di essere indovinati. Basta poco, mezza luce riflessa, e dal nascondiglio esce un indizio che ci frega.

Anni fa vivevo convinta di essere un libro aperto. La realtà dei fatti m’ha fatto cambiare idea, sono piuttosto brava a nascondere i miei pensieri. Devo dire che in certe occasioni sono stata fin troppo brava, e non so ancora dire se sia stato un bene o un male. Comunque sia, quando mi girano le palle divento davvero un libro aperto, leggibile da chiunque. Questo, è cosa certa, non è sempre un bene.

Non dare accesso a chiunque alla sostanza dei miei pensieri è l’unico modo per proteggerli. Ho pensieri delicati, si stropicciano facilmente e dopo è un casino ridare loro la giusta piega. Mio dovere è cercare, meglio che posso, di garantirgli il luogo sicuro di cui hanno bisogno – ovvero dentro di me.

Eppure qualcosa, di tanto in tanto, mi sfugge e se non sono gli occhi a tradirmi è un sorriso o una smorfia, nei casi peggiori le mie gambe che mi impongono di andarmene – senza voltarmi indietro. Sono fatta così.

Se in passato ho cercato di gestire questa mia indole contraddittoria con fastidio, ora mi trovo nella condizione di dovermela maneggiare con sapienza. Alzo il livello di difficoltà a +5 per non ritrovarmi nei guai. Le cose non hanno più il sapore di prima, non mostrano più gli stessi colori, non portano in sé odori definiti, devo pertanto riprogrammare i sensi e ricominciare daccapo.

Non dallo stesso Via di anni fa, certo, dal livello +5 e qui le cose le riconosco, ma non per questo significa che siano esattamente le stesse. Devo per forza di cose trovare nuove soluzioni a problemi già affrontati che però portano a dinamiche con effetti leggermente più devastanti.

Suonerà pure melodrammatico – il dramma è una delle mie corde migliori – ma dopo una certa soglia tutto quello che potrebbe scoppiarti in mano diventa devastante. Quindi per iniziare nei migliori dei modi questo nuovo percorso di livello +5 indosserò un cappello. Lo sceglierò assecondando il mio umore, le mie nuove esigenze, e lo cambierò spesso. Lo calerò leggermente sulla fronte, la tesa sfiorerà i miei occhi, e guarderò meglio, nasconderò meglio, svelerò meglio quello che dev’essere guardato, nascosto e svelato.

Sotto il sole o sotto la pioggia,  con il vento avverso o amico, non farà differenza. Ho deciso, anzi: è deciso.

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(387) Ombrelli

Credo che gli ombrelli siano un’invenzione splendida. Davvero. Sono utili, sono colorati – volendo – sono pratici, sono belli. Un’invenzione splendida, ripeto. Gli ombrelli sono quelle cose che ho disseminato un po’ per tutto il tratto Udine-Brescia, o Milano – Brescia, o Torino – Brescia, nei miei anni da pendolare. Li ho dimenticati ovunque: nelle stazioni, nei bar, nei negozi, negli uffici postali… ovunque.

Certe volte, mentre corro sotto la pioggia in cerca di un riparo per non prendermi una polmonite fulminante, vedo perfetti sconosciuti che passeggiano tranquillamente perché portatori sani di bellissimi-utili-colorati ombrelli. Ogni tanto mi è pure sembrato che uno di questi ombrelli somigliasse paurosamente al mio, quello appena perso chissà dove, ma forse è stato solo un inganno della mente.

Non perdo tante cose, almeno non con questa frequenza e questa costanza da Guinness dei Primati, solitamente sto attenta. Ho perso una volta – inspiegabilmente, se ve lo raccontassi non ci credereste neppure voi – le chiavi dell’auto. Fu una giornata disastrosa, da non augurare neppure al tuo peggior nemico. Un’altra volta ho perso la borsetta, anzi, quella volta me la sono proprio dimenticata nella sala d’aspetto del medico condotto e quando l’ho ritrovata – grazie al suddetto medico – era stata ben svuotata di tutti i miei averi. Mi succede, solitamente, quando sono piena di cose in testa, ed è assurdo pretendere che ci stiano troppe cose nella mia testa. Come posso anche ricordarmi di riprendere l’ombrello che ho lasciato all’entrata soltanto dieci minuti prima?!

Non mi piace quando perdo le cose. Peggio quando perdo le persone. Ma se per le persone perse la colpa è da dividere a metà, per le cose me la devo prendere soltanto con me stessa. Eh.

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(314) Riparo

Un riparo per la pioggia, per il freddo, per il buio, per il vento che ti può spazzare via anche se ti soffia dentro nelle viscere. Dev’essere un diritto di tutti. Non possiamo vivere alla mercé degli eventi confidando sul fatto che se ne resteranno lontani da noi. Succederà pure agli altri, non a me.

Un riparo dagli occhi che scrutano, mani che frugano, avidità che ti depredano. Perché non siamo tutti uguali e confidare nella bontà del Genere Umano è consegnarsi al volere e al potere degli altri e no, non ce lo possiamo permettere.

Responsabilmente, essere presenti nel nostro presente è diritto e dovere al contempo. Perché delegare a qualcun altro ciò che è nostro potere, nostro diritto e dovere, nostro e basta?

Lo vedi subito quando hai di fronte una persona che lo sa, che ci pensa, che agisce in questo senso. E impari.

Un riparo è quel luogo – spesso dentro di te – dove puoi andare quando tutto è caos e devastazione. Grandi Maestri ce lo hanno insegnato e seguirne l’esempio potrebbe diventare la nostra salvezza.

Il punto è: vogliamo salvarci?

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(312) Temporale

Aria calda che sale e si raffredda, e scoppia il finimondo. Quando scoppia ti lascia senza fiato, può diventare terribile e allo stesso tempo ipnotizzante. Lampi, fulmini e saette, tuoni, pioggia, vento… tutto insieme. 

Ecco, non c’è niente che mi spaventi di più che sentire arrivare il temporale. Sentire che la pressione sale e che è solo una questione di pochi istanti e perderò il controllo. Giove al confronto è un novellino. E sono fatta così, non riesco a gestire con saggezza la mia emotività e, quando scoppio, scoppio e amen.

I miei non sono temporali spettacolari, spesso sono lampi e pochi tuoni lontani, ma riesco a farmi il vuoto attorno ed è quel vuoto di cui ho bisogno. Potrei gestire meglio le cose e me stessa, ma forse è solo una debole consapevolezza che non va a scalfire minimamente la mia intima convinzione.

Tutto si riduce a un niente e un temporale che spazza via tutto fa solo il suo dovere: su quel che rimane si ricostruisce. Come sempre accade, così deve essere.

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(159) Pioggia

I giorni di pioggia non sono lontani e tu sei ancora qui con me. Il sole che mi scalda è quello di una primavera ritrosa e tu sei ancora qui con me. Non serve che io ti cerchi, neppure che ti pensi. Sei qui con me. Ancora.

Se tornasse la pioggia non sarebbe più per colpa tua, così mi dico e ti rassicuro. Puoi restare ora, sarai più comodo, più tranquillo, non sarà per discutere ma solo per farci compagnia.

I giorni di pioggia sono stati lunghi, le ossa ancora mi scricchiolano a protestare su tutto quello che nel frattempo è andato marcio e che ho dovuto buttare via. Faccio fatica a buttare e a lasciare andare e tu, che sei ancora qui con me, lo sai bene. Forse un po’ ci speravi, ecco perché ci sei ancora.

Se questo sole, questa luce, che fin qui è arrivata è partita da luoghi antichi – come sospetto che sia – allora lavare via tutto era l’unico modo per farle spazio. Certo che non pensavo che a questo punto della mia vita io mi potessi trovare inzuppata e stremata, ma più che altro non pensavo che a questo punto io mi potessi trovare ancora qui con te. Nonostante tutto.

Che sollievo. Non ti ho perso. Nonostante tutto, sei qui con me. Per restare.

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