(563) Portale

Si apre una fessura e vengo risucchiata nel mio iperuranio e non mi fermo più. Posso continuare a parlare per ore, senza perdere un colpo, andando a braccio, finché qualcuno non ha il buonsenso di fermarmi. 

Mi è successo anche oggi, oggi che avevo davanti a me sette anime accoglienti che volevano sapere cos’è una storia e come si scrive una storia… non ricordo neppure quello che ho detto, ma so che tutto aveva un senso: solido, tangibile, prêtàporter. Lo do per scontato. Nel mio iperuranio funziona così.

Dal canto mio, però, ricordo quello che queste sette anime mi hanno raccontato, ricordo le domande che mi hanno fatto, ricordo i loro visi, nomi, sorrisi e quelle zone scoperte che chiedevano un riempimento. Non so se per qualcuno questo può avere senso, ma so che lo ha per me. Non mi serve altro.

E ho superato anche il chi-sono e il cosa-faccio, ho superato il quanto-valgo e il quanto-non-sono-abbastanza, ho superato il cosa-vorrei-essere e anche il cosa-non-sarò-mai… sono approdata al chi-se-ne-fotte-sono-quello-che-sono. E non è che sia un posto comodissimo, neppure splendente, men che meno rassicurante, è soltano una zona dove posso riposarmi. E ho un disperato bisogno di riposarmi, quindi starò qui, che sia per un anno o per sempre non ha alcuna importanza, starò qui.

Varcherò il mio portale ogni volta che potrò, accederò al mio iperuranio ogni volta che vorrò, respirerò aria pura o veleno a seconda della disponibilità. Sono civetta, d’altro canto, senza chiedere il permesso e senza chiedere scusa vivo nella notte più che nel giorno e la mia notte è infinita e non così spaventosa. Lascio che luce mi sia da guida, e nella notte ogni luce ha più potenza.

Ad occhi aperti. Sempre.

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(418) Q.B.

La giusta misura: quanto basta. Se stai cucinando ti serve a puntare l’attenzione sulla tua capacità di sentire il sapore dei cibi. Non troppo sale e non troppo poco, tanto per fare un esempio. Significa che non ti devi affidare alle quantità che altri hanno deciso, devi fare da te e, personalmente, lo trovo bellissimo.

Allenarsi al quanto basta nel gestire la nostra vita è un percorso affascinante, non tutti se la sentono di affrontarlo e la maggior parte delle persone va da un eccesso all’altro sbattendo contro i propri limiti e i propri tormenti, eppure…

Il quanto basta ti fa stare all’erta. Devi domandarti “Basterà?”, ogni tre per due e la cosa può essere stressante se la prendi dal verso sbagliato. Viverlo come un allenamento per migliorare la qualità della nostra esistenza, invece, ci porta a raggiungere uno stato di benessere che ha un reale e concreto valore aggiunto rispetto a tutti gli eccessi di cui possiamo cadere vittime.

Non si tratta di morigeratezza, ma di tarare bene la nostra soglia del ok-va-bene-così, né più né meno. Così va bene. Pensiamoci, quante volte ci fermiamo al così-va-bene? Quasi mai. Siamo ingordi (fino a diventare disumani) e siamo gonfi di tutto: cibo, comodità, possibilità. Gonfi come manco abbiamo il coraggio di ammettere. Farci stare nel range del quanto basta è come bastonarci, dirci che non siamo liberi di… di cosa? Di fare cosa? Di strafare. Di stradire. Di stra-qualsiasi-cosa-ci-passi-per-la-testa. Essere strafatti di questo o di quello è diventato normale.

La mia intera esistenza è stata un allenamento al quanto basta, dall’educazione ricevuta in casa alle vicende che ho dovuto attraversare per arrivare a oggi, e mi rendo conto sempre di più che sono fatta di questo. Quel quanto basta è metà del mio DNA.

Sopporto quel quanto basta prima di mandare tutto al diavolo, per esempio. Sembra una cosa da poco, ma non lo è. Se non arrivo al q.b. tengo duro. Ci arrivo e agisco. Non prima, non dopo. La soglia del q.b. mi impone un certo rigore.

Mi do da fare il q.b. che ritengo giusto per me, se è troppo – e spesso lo è – mi rendo conto che devo stroppiare per ridimensionare il tutto e cambiare tutto. Quindi il q.b. è un riferimento fondamentale, non sempre immediatamente raggiungibile, ma aggiustabile sì, sempre. Una volta revisionato le proporzioni, le misure, si modella la situazione e le cose vanno a posto.

Q.B. non è aria fritta, è la vera libertà.

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(174) Superare

superare1.  ≈ oltrepassare, passare, sorpassare, valicare, varcare, scavalcare, (ant.) soverchiare, sorpassare, attraversare. 2. ≈ lasciare indietro, sopravanzare, sorpassare, ↑ subissare, surclassare ≈ battere, sconfiggere, vincere. ↑ annientare, (fam.) fare a pezzi, (fam.) polverizzare, sbaragliare, (fam.) stracciare, stravincere, surclassare, umiliare. 3. ≈ ‖ aggirare, bypassare, scavalcare, sormontare,  scampare.

Mi sembra una bella parola “superare”. Faticosa, faticosissima, ma bella. Ogni volta mi mette davanti qualcosa che, in realtà, è lì alla mia portata. Superabile. Certo, presuppone forza di volontà e energia, non ti viene regalato nulla, ma una volta che ci sei riuscito ti si apre il respiro.

Non uso questo verbo nell’intento di competere con i miei simili, la uso per misurarmi con me stessa. Non vinco mai veramente, non perdo mai del tutto. Rimane un confronto con quella parte di me che tende a lasciar stare perché non si sente abbastanza. Abbastanza cosa? Abbastanza tutto.

Conosco bene quella parte e per quanto io la possa capire e anche tollerare, non voglio più ascoltarla. Non è lei quella che deve attivarsi, quella che voglio spingere a superare se stessa e i propri limiti. L’altra, quella che è tenuta alla presenza, è quella che ora sta scrivendo e che trova sempre un buon motivo per farlo.

Superare. Per farlo bene ci vuole osservazione, calcolo dei tempi e rapida analisi del terreno e delle condizioni ambientali. Se azzardi è bene che tu sappia che non può andarti sempre dritta. Ma azzardare, alle volte, è l’unico modo per superare.

 

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