(648) Panorama

Cosa vedi fuori dalla tua finestra? 

Questa domanda mi ha accompagnato per oltre trent’anni, mi ha guidata e mi ha dato la forza di non fermarmi in luoghi dove non c’erano finestre o dove il mio sguardo non potesse spingersi oltre. Difficile da spiegare, ma è esattamente così che ho vissuto in questi anni.

Non l’ho mai detto a nessuno, non l’ho mai usato per giustificare certe mie decisioni e certe mie partenze, non l’ho mai sottovalutato e non l’ho mai zittito: ho lasciato che mi facesse strada, che si prendesse cura di me. Lo ha fatto.

Ci sono stati momenti di finestre sbarrate, di pareti cieche, di panorami squallidi e cieli bui, ma sono stati momenti perché ho agito e mi sono spostata, ho preso in mano la situazione e ho cercato un cielo meno cupo, un panorama più vasto, aprendo la mia finestra per respirare. Non sono mai ritornata indietro, sempre avanti. Senza rimpianti per di più.

Credo sia importante chiederci cosa riusciamo a vedere dalla finestra, quanta vita riesce a passare da lì per incontrarci? Credo sia fondamentale. E cercare il panorama che fa per noi, quello che ci mette in pace con le nostre storture e le nostre tristezze è un dovere oltre che un nostro diritto. Comporta un po’ di sbattimento, sì, certamente sì. E un po’ di disagio interiore, sì lo posso confermare. Ma non importa. Non importa. Non. Importa. Tutto questo serve.

Quando non ci sono finestre non c’è luce, non c’è respiro. Se chiudiamo le nostre finestre smettiamo di sentire il mondo per finire ad occuparci soltanto di noi stessi mettendo in pericolo la nostra mente, il nostro equilibrio. Se poi c’è chi trova l’Illuminazione ritirandosi a vita monastica, buon per lui. Per chi è come me non funziona. Quando sono in un luogo senza finestre so che quel luogo non è il mio. Non funziono senza poter spingere il mio sguardo oltre la finestra, mi si blocca tutto. Non so spiegarlo, ma così è. E così mi basta.

Amen.

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(196) Panchina

Essere messo in panchina non è cosa bella. La prendi male anche se sai che è una mossa necessaria, la prendi male e basta. Tu vorresti stare in campo e invece non puoi, sei lì a guardarti la partita e a scrocchiarti nervosamente le nocchie.

Decidere, però, di startene un po’ in panchina è un gran lusso. Voglio dire: ti scegli la panchina che ti pare migliore, quella un po’ al riparo e che ti dà modo di goderti un bel panorama e ti siedi, accavalli le gambe e pensi a niente (per almeno i primi trenta secondi).

La cosa migliore sarebbe una panchina dove non ci sia troppo passaggio, nessuno che ti si siede accanto, neppure per allacciarsi le scarpe, e nessuno che ti passi davanti – perché quando si è assorti nei propri pensieri i movimenti d’ambiente possono dare noia.

Una panchina usata e goduta in condizioni del genere è un lusso, ribadisco.

La questione che si pone, però, è che dopo anche un’oretta che te ne stai lì per i cavoli tuoi e tutto è perfetto, devi ritornare a vita sociale. Ti alzi, t’aggiusti i pantaloni e la camicia/maglietta e t’incammini per dove sai tu, senza girarti indietro altrimenti la tentazione di rioccupare la panchina sarebbe troppa.

Stare in panchina, questo voglio dire, è cosa a tempo determinato. Sembrerà pure ovvio, ma non lo è. Non lo è per nulla. D’altrocanto son ben poche le cose ovvie a questo mondo, diceva mia nonna. E mia nonna non sbagliava un colpo, neppure uno, lei.

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