(788) Tornare

Quando il passato torna a galla ci si impone di stare sul chi-va-là. Non è per sfiducia, per-l’amor-del-cielo, ma per cautela sì. Quel frammento di passato ti si ripresenta davanti, non invitato, e tu devi decidere cosa farne. Lo ascolti? Lo ignori? Gli dai spazio? Lo sbatti fuori con un calcio in culo? Ecco, sembra facile ma non lo è.

Il mio presente è costellato da questi eventi, roba da non crederci lo so, una sorta di maledetto loop.

Ogni tre per due mi ricompare un fantasma (che si fa carne e ossa) per chiedermi qualcosa. Mai per darmi qualcosa, beninteso, sempre per chiedermi qualcosa. E allora io – che sono persona scrupolosa – mi fermo, ascolto, valuto, soppeso, rifletto, e poi vedo come muovermi. Nove volte su dieci è un’immensa rottura di balle, nove volte su dieci mi presto a questa rottura di balle in nome di qualcosa che è stato e che non è più e non è più perché ha cessato di avere alcun senso secoli prima. Insomma: una merdaviglia.

Ora: io non so perché le persone pensano di ricomparire nella mia vita, come se niente fosse, per chiedermi qualcosa. Non lo so. Forse perché hanno dimenticato che mi hanno fatto uscire dalla loro vita per una buona ragione, ovvero perché ero inutile. Quindi… vuoi che te lo ricordi? Così ti passa quella parvenza di nostalgia che ti sta confondendo e puoi sfancularmi di nuovo? Va bene, sono qui per questo, non c’è problema.

Eppure, ben sapendo che il tutto sarà fallimentare, io ascolto-valuto-soppeso-rifletto e mi presto a essere usata di nuovo. No, non lo faccio perché sono buona, soltanto perché sono una cogliona e questo deve per forza essere messo agli atti. Lo sto scrivendo perché ci risiamo, un pezzo del mio passato è tornato a galla, s’è fatto un giro largo e mi si è presentato alla porta. Me lo sto guardando e riguardando e so già come andrà a finire, ma stavolta vorrei sorprendere me stessa e provare – per-l’amor-del-cielo soltanto provare, a non rimanerne impigliata.

Se c’è una ragione per tutto questo ancora mi è oscura, però vorrei capire, vorrei davvero capire. E se non ci fosse nulla da capire? Allora vorrei saperlo, grazie. In fin dei conti me le devo smazzare io ‘ste cose, mica chi?

Amen.

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(742) Scrupolo

Analizzo e soppeso, rifletto e valuto. Per il 90% del mio tempo il 90% del mio cervello è occupato in queste amene attività, che io lo voglia o no, che io ne sia consapevole o meno. Questo fa di me una scrupolosa-a-oltranza, il che può essere un bene come un male a seconda delle circostanze. E non voglio soffermarmi sul giudizio, ma su ciò che comporta.

In breve, posso affermare che questo mio modus operandi mi porta ad avvicinarmi alle persone e alle cose con molto rispetto, perché ho bisogno di capire. E ci posso mettere molto molto molto tempo per capire perché non sono proprio un’aquila. Preferisco darmi tempo per decidere piuttosto che sbagliarmi. Mi scoccia parecchio sbagliarmi, ma quando sbaglio lo faccio alla grande, da vera idiota.

Comunque, ritornando al concetto base, i miei scrupoli si attuano nel quotidiano cercando un confronto schietto e diretto con le persone e con le cose (perché anche le cose se fai le domande giuste ti sanno rispondere, altroché), alla fine della giornata sono sfinita, ma penso sempre che ne valga la pena. Anche quando prendo calci in culo, anche quando questi calci sono immeritati (sono idiota mica cattiva).

Tutto questo lo scrivo perché ho bisogno di fare chiarezza e sto prendendomi a cazzotti col senso di colpa chiamato: Non ho fatto abbastanza?

Un punto di domanda è d’obbligo, perché si tratta di un senso di colpa che ha origine non da un fatto certo bensì da un’ipotesi. E sto qui da ore a pensarci e ricordare ogni episodio e sono sicura che ho fatto abbastanza. Fin troppo. Ho cercato di metterci le toppe, inutilmente. E quando mi verrà chiesto il perché non mi schiero come si pensa dovrei, probabilmente, il vero perché lo terrò per me. Un perché pesante, anche violento per certi versi, non deve essere esternato, non porterebbe nulla di buono. Forse sul momento qualcosa saprò dire, ma ora pensandoci mi sembra di aver esaurito ogni grammo di compassione che avevo in magazzino e i sacchi di empatia son spariti tutti, in pratica: sono a secco.

E il dispiacere permane, mi viaggia dentro una parola abominevole – tradimento – che però non ha nulla a che vedere con quello che ho vissuto, proprio nulla. So per certo che il mio dispiacere è sincero, come so per certo che non ho più voglia di calci in culo. Devo accettare che non si può appianare tutto, che non si può comprendere tutto, che non si può accogliere tutto. Devo accettare che io non so farlo, che è un mio limite, e devo mettermela via perché va bene così. 

Niente favole. Va bene così.

 

 

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(698) Empasse

Non so come prenderla, ma mi conviene prenderla bene. Se la guardo come fosse un problema rischio di non uscirne più. Non è proprio un blocco, ma è sicuramente un fermo. Mi sono fermata. O forse, meglio, ho smesso di avanzare e sto girando in tondo come se il tondo fosse tutto quello che ho. Non va bene, lo so, ma per il momento è tutto quello che riesco a fare.

Ho valutato – o almeno ho cercato di valutare lucidamente, cosa che al momento temo sia fuori dalla mia portata – i motivi per cui mi ritrovo in questa situazione emotiva e l’unico che mi sembra solido sembra essere il seguente: sono stanca.

Ho sempre fatto le cose che amavo fare perché mi facevano stare bene, non mi preoccupavo del dove andassero a finire, mi stava bene anche tenerle nel mio cassetto e non pensarci più. Ecco, mi bastava non pensarci più. Ora è diverso, ora non faccio le cose che amo fare perché a parte a me non fanno bene a nessun altro. Piuttosto assurdo, me ne rendo conto, ma grattando via i primi diecimila strati di stronzate sono arrivata al dunque. Questo dunque, rendiamoci conto, non ha vie di uscita. Niente che dipenda da me può essere messo in atto affinché le cose che amo fare inizino a far bene anche agli altri. Il fatto che agli altri non gliene freghi niente è qui davanti ai miei occhi e non posso cancellarlo neppure passandoci sopra una mano di bianco.

Se non riesco a riprendere la convinzione che basta che faccia bene a me, rischio di abbandonare la lista delle cose che voglio fare perché il presupposto del “voglio fare” non regge più. Forse mi arriverà un segno – tipo un pugno in faccia – che mi farà capire che è tempo di riprendere le cose in mano… immagino di stare qui, in questo stato semi-catatonico, aspettando che arrivi. Ho messo il paradenti in ogni caso, non si sa mai.

Oppure.

Eh. Oppure sono in quello stato di demenza pre-creazione che mi preclude visione periferica e riflessi agili e tra poco bypasserò l’empasse. Già è successo, può ricapitare. Magari non è necessario che mi arrivi un pugno sul naso questa volta per darmi una mossa. Magari domani mattina mi sveglio e ricomincio a fare come se fossi sempre la stessa, come se fossi ancora io.

Seh, va bene. Buonanotte.

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(661) Moltitudine

Quando è troppo è troppo. Una moltitudine per me è sempre troppo. Preferisco poche cose per volta, poche persone per volta, pochi pensieri per volta, poco insomma. Nel poco riesco a destreggiarmi meglio, riesco a fare meglio.

C’ho messo un bel po’ a rassegnarmi che contenevo moltitudini (grazie Walt Whitman) e che andava bene così. Temevo per la mia autenticità, eppure una cosa non va a inficiare l’altra – ho scoperto in età matura.

Man mano che accettavo la mia moltitudine riuscivo a individuare quella altrui, un po’ destabilizzante ma un cambiamento opportuno per la sopravvivenza. E a un certo punto il giudizio quello brutto cade, ci si sente persi, sembra che tutto sia lecito e tutto plausibile. L’età avanza e recuperi i filtri, riprendi in mano il tuo metro per misurare e valutare secondo altri criteri: quel che per te va bene ed è giusto e quello che non lo è. Dai per scontato che non sia un parere universale, è soltanto il tuo. Questo ti permette di ripercorrere il concetto di “moltitudine” con una certa serenità nell’anima. Segui la voce che ti rassicura: “Va tutto bene”.

A volte le credi, altre meno, ma lei non smette di restarti accanto e intanto il tempo passa.

Ci sono diversi strati dentro di me, alcuni me li sono dimenticati sotto la polvere, altri li ho archiviati perché non mi servono più. Faccio fatica a buttarli, e non lo so il perché. Un dato di fatto è che troppe cose e troppa gente mi creano ancora fastidio, troppo rimane troppo per me. Forse perché ho imparato come stare immersa nel niente. O forse me la sto soltanto raccontando, mah!

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(660) Lordo

Il peso lordo delle cose non dovrebbe essere trascurato. Certo che poi è il peso netto che ci interessa, ma il peso lordo è il carico completo ed è fondamentale tenere ben presente che gli si aggiunge la tara e dobbiamo valutare l’insieme per capire se possiamo prenderci carico di tutto oppure va al di là delle nostre forze. 

Spesso il carico  è troppo. Noi pensiamo di poterlo fare, ma più che altro lo vorremmo e ci auguriamo di poterlo fare. Ci illudiamo di essere abbastanza forti, abbastanza capaci, abbastanza attrezzati. E non è che se arriviamo fino alla fine è perché lo siamo davvero, ma soltanto perché siamo stati ostinati, coriacei e stakanovisti – forse persino masochisti. Insomma, alla fine siamo stremati e ci domandiamo: “Ne è valsa la pensa?”. Quando te lo domandi, la risposta è ovvia: “No”. E ti senti un idiota.

Che noi possiamo fare quasi tutto – noi Esseri Umani – se lo vogliamo davvero, è un dato di fatto. Ma che tutto quello che ci mettiamo in testa di fare sia la cosa giusta per noi non è affatto detto. Anzi.

Non ho mai valutato con criterio il peso lordo, lo davo per scontato, facevo conto che siccome mi sentivo forte lo potessi maneggiare, domare, modellare mentre le cose si sviluppavano. Sono arrivata fino in fondo, sempre, senza darmi la possibilità di mollare prima perché sarebbe stato quello il vero fallimento: mollare anzitempo. La tara delle cose ha finito per seppellire ogni entusiasmo, ogni scintilla, ogni tremore, ha soffocato tutto dentro di me – tutto tranne la ragione. La colpa è mia, me ne devo prendere la responsabilità.

Mai sottostimare il peso lordo delle cose. Mai.

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(624) Gongolare

Ho imparato a farlo con una certa eleganza, lo faccio nel mio intimo e nessuno se ne accorge, ma lo faccio. Questa la mia confessione. Ecco.

Lo faccio quando vengo mal tarata, mal valutata, mal considerata e poi – alla luce dei fatti – si viene a scoprire che oggettivamente avrei potuto essere io quella giusta. Ossì, è capitato, molto molto spesso, e ho gongolato. Non sempre felice, spesso con amarezza, come se avessi perso importanti treni che mi avrebbero portato chissà dove, e magari mi avrebbero davvero fatto fare il giro del mondo, chi lo sa? Ma le cose vanno come vanno e mi sono anche andate bene, non posso lamentarmi.  

Eppure, questi giudizi e pregiudizi prima mi mortificavano, mi mettevo in discussione fino a disintegrare ogni cellula di amor proprio e finivo con lo sposare io stessa quella visione svilente che mi era stata cucita addosso – anche senza motivazioni solide – dando per scontato la giustezza di quello sguardo. Mi facevo convincere, ecco. E siccome non sono una che sgomita, che alza la voce, che si appella al diritto di essere trattata equamente (vedi alla voce: sessismo, machismo), venivo messa da parte senza neppure un “sarà per la prossima volta” – così, come gentilezza effimera eppur utile. 

Anche ora vengo messa da parte, ma… non me ne frega niente. Anzi, in certe situazioni spero di non essere presa dentro perché sarebbe soltanto una grandissima perdita di tempo. Me ne sto in un angolo e penso: “Meno male che mi ritengono un’inetta, buon per me!”. 

La soddisfazione che mi fa gongolare deriva semplicemente dalla mia consapevolezza interiore: so che potrei fare un buon lavoro, so che potrei essere la persona giusta, ma non serve né dirlo, né dimostrarlo, né sottolinearlo, né farlo presente in altro modo. Non serve. Fatica inutile, spreco enorme di tempo e di energie. Però, gongolo. So che potrei, non sarà, ma potrei. E allora non c’è più mortificazione, non c’è più autoflagellazione, non c’è più svilimento. C’è solo la realtà delle cose che è complicata e che sfugge al controllo e che può cambiare di secondo in secondo e che va così come deve andare. Sempre al rovescio.

Gongolo perché ho imparato a valutarmi con obiettività. Una grande grandissima crescita per una bambina complessata che, comparandosi agli altri, pensava di essere sempre lei quella sbagliata.

Gongolo, in silenzio, abbracciandomi un po’. Eh.

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(414) Superpoteri

Ci sto pensando da tutto il giorno (come se non avessi di meglio o altro da fare, lo so) e ancora non mi so decidere. Qual è il superpotere che potrebbe risolvermi la vita? Quale? Quale? Quale?

Nella mia personalissima Top Ten i primi tre posti se lo sono aggiudicati:

1° Il teletrasporto

2° La telepatia

3° Schioccare le dita e far apparire denaro.

Non sono granché fantasiosa, lo ammetto, ma in tutta onestà il gioco non riguarda la creatività, ma la capacità di usare questi poteri per risolvermi la vita. Infatti, per ognuno dei tre ho un milione di situazioni diverse nelle quali usarli e questo mi rende parecchio creativa. Pure troppo.

Ora: dando per scontato che l’Essere Umano è del tutto incapace di valutare cosa sia la felicità e quale sia il tenore dei propri desideri, sospetto che questi tre superpoteri potrebbero anche distruggermi.

Va bene, sono disposta a correre il rischio. Aspetto pacco dal corriere, allora, è deciso.

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(347) Vietato

Non ho mai pensato, neppure da adolescente, che tutto ciò che mi era vietato doveva essere per forza sfidato, superato e vinto. Forse perché c’erano poche cose vietate in famiglia, il resto lo si dava per scontato.

Tipo: non fumare. Non era un divieto categorico, in casa c’era chi fumava, ma si dava per scontato che almeno fino alla maggiore età io non potessi farlo. Non l’ho mai fatto, anche se ci ho provato, non mi è mai piaciuto. Fortunata.

La questione del vietato era una materia in continuo movimento, mano a mano che crescevo certe cose vietate si trasformavano in un “vabbé” e poi in un dato di fatto che le sdoganava quasi definitivamente e, quindi, me le potevo permettere. Tipo certe parolacce, o la quantità di gelato o Nutella da poter mangiare a merenda, e via di questo passo.

Crescendo in questo modo ho sempre valutato che se esiste un divieto un motivo  intelligente sotto c’è. Ingenua, certo, ma comunque questa fede mi ha sempre spinto a valutare in profondità ogni Vietato che mi si parava davanti.

La mia mente trovava le debolezze del ragionamento, ridimensionava la sostanza del veto e risistemava le cose in modo da farmele andare bene. Credo che crescere significhi proprio questo: imparare ad analizzare, soppesare, valutare e scegliere per se stessi.

La mia fortuna, però, sono certa che risieda all’origine – nelle prime righe di questo mio post: non mi sono mai sentita sfidata da un divieto. Non ho motivo per spingermi oltre soltanto perché un no si frappone tra me e qualcos’altro o qualcun’altro. Lo faccio, oso e vado oltre, solo per le cose in cui credo fermamente. In questo modo, la mia posizione diventa solida e motivata e ha buone possibilità di averla vinta. Credo che questa sia la mia fortuna.

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