(945) Via

A ognuno la sua, innegabile. Per fortuna, perché già individuare la propria è un casino, figuriamoci prendere in carico quella di qualcun altro. No, non si fa. Eppure si è tentati, perché mettere a posto le vie degli altri sembra essere per noi un’occupazione ben più interessante dell’impegnarsi a badare alla propria. Tutti bravi con la via degli altri, eh?

Ci stanno i consigli, perlamordelcielo, ma fino a un certo punto. Soprattutto considerando che mica sai cosa passa dentro la testa e il cuore di chi ti sta di fronte, neppure di te sai dare le coordinate precise, sii sincero!

Il punto è che lo auguro a tutti di poter percorrere la propria via, senza dubbi e senza distrazioni. Di camminare dritti, passo sostenuto ma non troppo, godendosi il paesaggio e raccogliendo tutto quello che sia utile per proseguire e stare bene. Perché no? Il benessere degli altri non toglie nulla al mio benessere. E quando si sta esattamente dove è scritto che dobbiamo stare, al nostro posto, non abbiamo di certo voglia né tempo di andare a rompere le scatole agli altri. Un gran vantaggio per il resto dell’Umanità.

Ho camminato diverse vie sentendomi sempre fuori luogo, finché non ho trovato la mia. E la volevo più agile e più luminosa così da non inciampare continuamente, ma le regole del gioco non le faccio io e ci si deve adeguare. Ho capito che comunque va bene così perché almeno tutto quello che affronto ha un senso e mi sta facendo avanzare. Insomma, non sto combattendo per nessun altro se non per me stessa e questo è un grande privilegio.

Immagino che non ci sia una via completamente priva di ostacoli, ma credo che sia per tutti fondamentale trovare il disegno che ci determina per riuscire a saltarli uno dopo l’altro con la determinazione che serve. Senza mai mollare.

Senza mollare mai.

 

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(937) Rapire

Qualcosa che rapisce la tua attenzione è davvero qualcosa di speciale. Speciale in qualsiasi modo lo si voglia intendere, speciale e basta. Rapire l’attenzione ha a che fare con il vento, secondo me. La tua attenzione è trasportata altrove da te, ti dimentichi tutto perché in quell’istante qualcosa ha attratto ogni tuo pensiero convogliandolo su di sé. 

Solitamente lo fa la Bellezza.

È una bella sensazione, esci da te e vieni assorbito da qualcosa che – molto probabilmente – non conosci ancora, non così bene almeno da poterla dare per scontata. Esci e ti perdi. Può durare dieci secondi oppure due ore (se il film è fatto davvero bene), sei in un altro mondo. Fuori da tutto, fuori da te.

Rapire lo sguardo di qualcuno è un privilegio.

Siamo distratti da troppe cose e poco propensi ad appoggiare la nostra attenzione su qualsiasi cosa per troppo tempo. C’è sempre qualcosa di meglio, sembra che ci sia sempre qualcosa di meglio che ci aspetta. Aspetta proprio noi. Perché dentro di noi pensiamo che ne valiamo la pena. 

Non è un verbo felice, rapire, ma se lo si accompagna a “attenzione” riacquista luce. Si crea un cortocircuito di significato che ti predispone alla meraviglia.

Basta che glielo permettiamo. Di tanto in tanto. Ovvio.

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(861) Museo

A un certo punto della nostra vita scopriamo – con sgomento – che la nostra vita è diventata un museo. Cose vecchie messe in mostra per spaventare chi si avvicina a noi, un monito: “Io sono questa cosa qui, risultanza di tutto il mio passato, se entri sappi che dovrai studiare un bel po’ per capirci qualcosa. No, non sei proprio il benvenuto, ti tollererò per un po’ e valuterò col tempo se meriti di restare o te ne devi andare al diavolo”. 

Più o meno è quello che ho scritto nel cartello che sta fuori al mio museo. Spaventoso vero? Lo spero tanto, è pensato apposta per esserlo. 

Devo specificare che non è che l’ho scritto tutto di un botto, ci sono arrivata con gli anni. E non mi immaginavo potessi arrivare a pensare e quindi scrivere una cosa del genere perché da giovane il mio motto era “mi casa es tu casa”. Presente il salto quantico che la vita mi ha obbligata a fare. A volte non mi riconosco. Momenti di sconnessione a parte, la questione del ti-devi-guadagnare-il-privilegio-di-frequentare-il-mio-museo è nata da poco. Qualche mese penso. Penso, perché altrimenti mi suonerebbe nuova oggi che ne scrivo, invece mi girava dentro da un po’. Non è che le cose mi compaiono suonando il campanello, spesso sgattaiolano dentro da una finestra che ho lasciato incautamente aperta o dalla porta approfittando di chi entra e chi esce nella mia testa. C’è un bel po’ di movimento nel mio museo (nonostante il cartello, figuriamoci quanto so essere assertiva nelle mie posizioni… no comment), sembra di essere in stazione centrale, e non è che posso sempre chiedere chi-è?, ho anche altro da fare.

Ritornando al topic di questo post, i musei non mi hanno mai messo a mio agio e non credo siano stati pensati per farlo (né con me né con nessuno), quindi non capisco come ‘sta cosa sia nata in me. Esasperazione suppongo. Fatto sta che ora mi si pone la questione del come-fare-a-trasformare-un-museo-in-un-posto-meno-respingente. Non ho intenzione di farlo diventare un locale da happy hour, ma una sorta di salotto accogliente, forse sarebbe il caso. Non mi fa impazzire l’idea, il solo pensiero delle tracce che i miei ospiti lasceranno in giro mi fa ritornare immediatamente sui miei passi, ma morire dentro a un museo mi sembra eccessivo anche per un’introversa del cavolo come me.

Santiddddddio! Ma perché devo essere sempre così complicata? Non posso per una volta prendere le cose con meno impeto? Non sarebbe ora di darmi una calmata? In fin dei conti sono una donna matura (ahahahahahah!) che sa quello che vuole (ahahahahahah!) e sa dove vuole andare (ahahahahahah!)…

almeno da qui a tre minuti… 

Ehmmmm… certo! 

A letto. 

Buonanotte.

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(621) Sazietà

Hai fame, mangi e, se hai mangiato abbastanza, sei sazio. Sei soddisfatto. Per un po’ non guardi più il cibo, ti occupi di altro. Va così.

Se vai al supermercato a fare la spesa e sei affamato, povero te. Se ci vai a pancia piena, comprerai esattamente quello che ti serve, seguendo pedissequamente la lista che ti eri fatto a casa. Va così.

Il senso di sazietà ti permette di non mangiare fino a morirne, ti fermi un po’ prima. Gran cosa per i golosi e per chi cerca di colmare altri vuoti con il cibo – cosa legittima, ma pericolosa.

Da tutto questo monologo, che precede con logica lineare, vien da pensare che se sai cosa significa avere fame e non poter mangiare non immagini di ammazzare chiunque soffra di questa mancanza. Se sai cosa si prova e vuoi che altri provino lo stesso sei – in tutto e per tutto – una gran brutta persona, che vuole vendicarsi di un supposto torto subito su chi non ne ha colpa. Gran brutta persona, confermo. Se, invece, non sai come si sta ad avere veramente fame, tanta fame, ma talmente tanta che ti si mangia da dentro, dovresti fermarti un attimo a riflettere. Rifletti su quanto sei fortunato, su quanto la vita sia stata buona con te, su quanto questo tuo privilegio ti renda immune dalla brutta bestia che ti nasce quando la fame ti devasta le viscere. 

Dopo questa attenta riflessione, dovresti aprire dentro di te i rubinetti della compassione. Un sentimento elevato, che ti fa abbracciare la mancanza disumana che gli altri provano e senti il tuo cuore piangere. Ti fa pensare: “Cosa posso fare per toglierti quella fame devastante dal corpo e dalla mente?”. Questo renderebbe te un Essere Umano degno della fortuna di cui gode, e l’Essere Umano a cui tu ti rivolgi una persona nuova. Sazia, appagata, grata. Grata e pronta a fare altrettanto con un altro Essere Umano in difficoltà.

Io credo che questa sia la strada giusta. Chiunque mi dica che gli Esseri Umani che hanno fame meritano di morire in mare o a casa loro, è un essere indegno: della sua fortuna, della sua esistenza. Se hai paura dell’invasore, fattela passare. Fattela passare lavorando con un bravo terapeuto sulla tua rabbia, le tue debolezze, la tua autoreferenzialità egoica. Sono problemi tuoi, di nessun altro.

E non ho più nulla da scrivere per stasera. Buonanotte.

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(609) Preferire

Preferisco tacere quando sono veramente incazzata. Preferisco tacere anche quando sono fortemente in disaccordo, farmi passare i primi 10 minuti di furore e poi tradurre più serenamente il mio disaccordo in modo che risulti il più civile possibile. 

Preferisco il silenzio alla musica mediocre, perché anche se è mediocre quando mi entra in testa non c’è verso di farla uscire – per ore intere. Preferisco qualsiasi musica a tutti i silenzi branditi come armi di distruzione. Preferisco la musica che posso cantare e preferisco il mio silenzio a quello degli altri.

Preferisco guidare che fare da viaggiatore a traino. Preferisco volare piuttosto che camminare, per questo mi sarebbe piaciuto prendere il brevetto di volo o lanciarmi col paracadute – non c’entra niente, lo so, o forse sì.

Preferisco preferire qualcosa o qualcuno anziché farmi piacere tutto o non farmi piacere niente. Scegliere mi viene facile, non scegliere è un’agonia che cedo volentieri. Male che vada ho scelto male, pazienza, vedrò di rimediare in qualche modo.

Preferisco non soffermarmi sulle cose che mi danno fastidio, ma faccio fatica a dimenticarmele. Ho una sorta di spugna in testa che non rilascia un cavolo e continua ad assorbire assorbire assorbire. Ha una tenuta sorprendente e sono terrorizzata dalla possibilità che a un certo punto rilascerà le parti che non vorrei dimenticare per lasciarmi sola con le cose che dovrei dimenticare. Sì, avrei bisogno di uno psicoterapeuta in gamba, lo so.

Preferisco star qui a scrivere le mie idiozie e far finta che un giorno qualcuno le leggerà, che guardare la televisione – qualsiasi canale, qualsiasi programma, qualsiasi faccia vi compaia in qualsivoglia orario diurno o notturno. Preferisco leggermi un buon libro e rinunciare a un’uscita con la persona sbagliata – il tempo è un privilegio che non va ingannato.

Preferisco parlarmi chiaro per evitare di eludere concetti che poi mi chiederanno il conto, conto sempre salato. Preferisco, spesso, pagare un conto molto salato pur di arrivare alla verità oggettiva, perché della mia versione strettamente soggettiva – utile com’è – solitamente non so che farmene.

La lista potrebbe continuare, ma sto crollando sulla tastiera per sfinimento neuronale. Buonanotte.

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(580) Pulitzer

Presentalo brevemente così che possano leggerlo, in modo chiaro così che possano capirlo, in maniera pittoresca perché sia ricordato e, soprattutto, in modo esatto così che possano essere guidati dalla sua luce. (Joseph Pulitzer)

Mi sarebbe piaciuto incontrare Joseph, mi sarebbe piaciuto poterci parlare per qualche minuto, capire di che pasta era fatto veramente. Quando leggi una frase come questa e ne fai una bandiera affinché sia chiaro a tutti l’ispirazione a cui attingi, due domande ti si possono concedere, no?

Riuscirei a essere breve e chiara, pittoresca ed esatta, e riuscirei anche a far trapelare l’emozione di quelli che sono stati i miei anni di scrittura. Avrei per lui ascolto totale e immensa gratitudine, il rispetto estatico che si riserva ai Maestri. E c’è un altro Maestro a cui vorrei consegnare tutto questo, non molto lontano da me eppure lontanissimo, e vorrei che lui potesse sentire quanto è riuscito a regalarmi da ogni riga che ha scritto. Ogni giorno, penna in mano e mano che poggia sulla carta, ho tenuto fede al mio impegno per assomigliare a lui almeno un po’. Non importa quanto io sia diventata brava nel fallire, importa che io abbia ancora fede e ancora lo stesso impegno che mi porterà a fallire meglio (Beckett docet). Cos’altro potrebbe essere la mia vita?

Ci sono Maestri e ci sono Allievi, raramente gli Allievi riescono a superare i Maestri e sicuramente non ci riescono se nutrono tale ambizione. Essere Allievo è un grande privilegio, essere ispirato è un grande dono. E, forse, le parole a un certo punto cadrebbero sfinite a metà strada se potessi trascorrere alcuni minuti in compagnia dei miei Maestri. Il silenzio s’imporrebbe come unica via e – forse – come unico grazie possibile. Con commozione, ovviamente. Profonda commozione.

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(490) Giostra

Da ragazzina amavo le giostre, soprattutto il calci-in-culo e il tagadà. Quando ero proprio piccola andavo sul brucomela con mia sorella e nostra nonna, quella che rideva più forti di tutti era proprio la nonna (uno dei ricordi più belli che ho). Ora girare intorno mi dà sui nervi, non ci trovo uno scopo e senza un fine la mia capacità di divertimento si riduce a zero. Lo trovo orribile, ho perso la capacità di divertirmi soltanto per il gusto di divertirmi. Che brutta cosa, cavoli.

Il punto di questo mio Giorno Così, però, è un altro: fare le cose tanto per fare è una grandissima e stupidissima perdita di tempo. Fallo perché ti diverte, fallo perché ti interessa, fallo perché ti piace, fallo perché ti fa guadagnare soldi, fallo perché ti fa sentire vivo, fallo perché ti fa arrivare a qualcosa di meglio… insomma, fallo per un motivo, non così ad minchiam. Se devi occupare il tempo e basta, dormi… che di ore di sonno difettiamo tutti, santiddddddio!

Girare in tondo in giostra lo fai quando hai tanto tanto tempo davanti a te, quando ti sembra che vivrai per sempre, oppure quando quella gioia non la troveresti da nessun’altra parte. Insomma, bisognerebbe pensarci, farci caso, domandarsi davvero il perché delle cose. Si rischia di girare in giostra convinti di volerlo fare, di divertirsi e alla fine non combinare nulla di meglio soltanto perché non ci siamo mai chiesti un semplice e stramaledetto perché.

Va bene, sto diventando vecchia e acida, me ne rendo conto, ma i perché danno profondità al nostro vivere le poche ore che abbiamo a disposizione… perché toglierci questo privilegio vivendo zombizzati? Perché?

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