(1025) Difesa

S’impara tardi a difendersi dalle parole.  (Erri De Luca)

Giocare in difesa è brutto, stai lì a parare colpi che arrivano random e i nervi saltano da una parte all’altra ad ogni alito di vento. Quindi, quando so che non posso fidarmi, mi allontano.

Certo che so prenderli i colpi, ma dopo un po’ ti stanchi. Non fanno meno male col tempo, fanno più rabbia.

Le cose non dette, le strategie viscide – dove niente è chiaro e non capisci cosa sta succedendo – mi hanno stancata. Prima o poi me ne accorgo e non è che te ne viene in tasca qualcosa, quindi lascia stare. No, non lo dico. Lo penso e basta. Lo penso e mi allontano.

Perché bisogna anche imparare a difendersi, non si nasce già sapendo. Impari con i colpi presi e la cosa più difficile è rendersi conto che non andrà mai meglio, ma che la difesa è necessaria per preservare la tua salute fisica e mentale sempre. Sempre. Credo sia l’unico per-sempre su cui si possa davvero mettere la mano sul fuoco.

La difesa migliore è l’attacco, dicono, e ho imparato anche ad attaccare, ma non riesco mai a essere efficace, manco di cattiveria. Posso però cancellare dal mio presente chi voglio, questo è provato, quando scopro il gioco procedo e via. Un attacco discreto, anche indolore, silenzioso di sicuro. Nessuno se ne accorge, ma io so. E mi basta.

I lucchetti ai cancelli? Sì, ma quelli al cuore pesano di più.

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(959) Fluttuare

Fluttuare leggera come un cavalluccio marino, una specie di danza che scivola e si confonde con l’ambiente. Così mi piacerebbe vivere. Mi ritrovo, invece, a muovermi a balzi e frenate, accelerate e virate, come stessi sugli autoscontri. Tutto perfetto.

È soprattutto l’umore che mi disturba, che non si riesce mai a stabilizzarlo per più di mezz’ora. Cioè: parto bene, col sorriso, poi per un qualcosa o un qualcuno o soltanto un pensiero… track, crolla tutto. Positività addio, benvenuto dramma. In loop.

Ho provato a tenere conto delle cose che mi fanno sorridere e sono tante, stesso vale per le cose che mi fanno incazzare (una bella lista, lo ammetto), e poi ho provato a contare tutti i cambiamenti emotivi che durante mezza giornata (manco una intera, soltanto mezza) si succedono dentro di me. Impressionante. So benissimo che con un po’ d’impegno si può curare quasi tutto, ma il punto è un altro: da dove iniziare? Da quello che provo? O dai motivi per cui lo provo? O dal fatto stesso che provo in questo modo anziché un altro? O dal solo dato che “provo” e che dovrei smetterla una volta per tutte?.

Si attaccano i pensieri a quello che sentiamo dentro. Non è solo questione di stomaco che si chiude, è che ci sono dieci pensieri da un lato e dieci dall’altro che spingendo lo chiudono. Tu dovresti parlarci con ognuno di questi venti pensieri e ridurli alla ragione: fa niente, lascia stare, vai avanti, stai tranquillo, fatti una dormita, rimanda a domani… insomma, terapia bella e buona. Personalizzata, o non serve a niente.

Una fatica disumana. Ignorare tutto viene più facile e forse viene meglio.

Siamo ormai assuefatti da decenni di psicologia e affini, sembra davvero che una volta che apri il tuo benedetto/maledetto subconscio per far pulizia, tiri fuori tutto, spolveri, sistemi ordinatamente tutte le tue miserie, una volta che lo richiudi sei come nuovo. Hai fatto l’inventario, sei a posto. E ti affidi a qualcuno che ti sviscera miseria per miseria e ci mette del suo, il suo carico di miseria, che si va a confondere con il tuo. Tutto questo sembra che aiuti. Non so chi di preciso, non voglio neppure saperlo. Fatto sta che quando si è in balìa di una mente e di un corpo che ti parlano no-stop e che ti danno anche messaggi discordanti, magari avresti voglia di avere tra le mani una mappa o di far partire il gps. Funziona fino alla prima rotatoria, poi le indicazioni si confondono e devi votarti ai santi o al tuo senso dell’orientamento.

Al momento il mio funziona discretamente. Sperando che le batterie reggano. Ma di fluttuare elegantemente non c’è proprio verso. Mai una gioia.

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(842) Virus

Agenti patogeni cattivi. E qui giù di lista. Nomi e cognomi, codici fiscali e cellulari. Ognuno di noi può fare la sua cernita e ognuno di noi potrebbe motivarne la scelta con dettagliate descrizioni. Il mondo è pieno di virus, d’altro canto. 

Ma siamo pazzi a vivere?!?

Riprendiamo il controllo: nel mondo ci sono i virus. Son cattivi, sì. Certi virus sono letali, senza dubbio. Sono i soli abitatori dell’universo? No. C’è spazio per tutti? Sì. Finché i virus te lo permettono. Ovviamente.

Va meglio? Ti viene più voglia di tener duro e continuare a vivere? ‘nsomma.

Ok, rifacciamo daccapo: nel mondo ci sono un sacco di esseri che vivono. Tra questi ci sono anche i virus. Sono agenti patogeni cattivi, a volte possono essere letali. L’uomo ha imparato a difendersi da alcuni di loro piuttosto bene, da altri meno bene, da altri ancora per niente. Ma ci stiamo provando. Perché a noi uomini piace vivere e piace vivere da sani il più a lungo possibile. Certo che può capitare che un virus si insinui in noi pensando di avere la meglio, ma appena ce ne accorgiamo sappiamo che dobbiamo attivarci per fare qualcosa. Dobbiamo chiedere aiuto quando la situazione si fa davvero seria, ovvio. E se lottiamo credendoci, se abbiamo un colpo di culo e trovare la cura giusta, se siamo abbastanza forti da tenere botta alle conseguenze della cura, se non si inceppa nulla durante il percorso… ce la possiamo cavare.

Molto meglio, vero? Sì, non perfetto, ma meglio.

Potrei continuare così fino a rasentare la perfezione, ma state tranquilli non lo farò. Questo esercizio l’ho pensato soltanto per rendere evidente il fatto che se tu vuoi suscitare una precisa reazione nelle persone che si interfacciano con te, basta che tu sappia utilizzare regole basiche di storytelling e ti trasformi nel pifferaio magico. Non serve essere un genio, basta saperla raccontare. Ormai il saperla-raccontare è diventato un virus, iniettatoci da emeriti trogloditi, che si insinua nel nostro cerebro annichilendo il minimo di buonsenso rimastoci. Neppure intelligenti, soltanto trogloditi che te la sanno raccontare bene. Ma neppure tanto tanto bene, soltanto un po’. Quel po’ che serve a ottenere un voto per arrivare alla poltrona. Basta un niente, davvero.

La cura a questo virus letale? La sostanza. Pretendere la sostanza da parte di questi trogloditi li farà retrocedere. La sostanza però non significa intascarsi qualche euro al mese per farsi la vita più facile. Bastasse quello sarebbe davvero facile, ci vuole un altro tipo di sostanza, quella che fa capo al pensiero laterale. Quella che ti allarga la mente, non quella che te la mette in naftalina.

Devo ricominciare daccapo o ci arrendiamo all’evidenza che siamo stati tutti infettati?

Eddai!

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(673) Fenicottero

Credo di assomigliare molto ai fenicotteri, non tanto per piumaggio e abitudini alimentari, quanto piuttosto per gli escamotage per non disperdere calore corporeo quando si trovano con le zampe nell’acqua: ne alzano una, infatti, e per questo sono conosciuti. Non che io mi trovi spesso in ammollo con le zampe, specialmente quando fa freddo, ma nelle situazioni in cui disperdere anche solo un neurone diventa pericoloso io alzo la zampa e cerco di limitare il danno.

In poche parole, per una corretta manutenzione del mio cervello – quando in pericolo – divento di botto stupida.

Lo faccio istintivamente, una sorta di difesa naturale per non soccombere agli attacchi del mondo crudele. La stupidità ti mette al sicuro. Poi lascia stare che lo fai soltanto per sfangartela – altrimenti sarebbe un bel problema – lascia stare che decidi tu quando-come-dove-perché-perquantotempo – e anche questo è un tema – rimane il fatto che se ti fai stupido, chi ti sta attaccando un po’ di scrupoli se li fa. Tu prendi al volo la leggera titubanza che hai suscitato nel tuo interlocutore e te ne vai. Ecco, ti fai fenicottero accorto e risparmi energia per un prossimo quando. Peeeeeeeeeeerfetto.

Bisogna, per onestà intellettuale, mettere in chiaro che in tutto questo la questione dell’eleganza è fondamentale. Non devi sembrare tonto, né debole o vulnerabile, no. Soltanto stupido. Quella stupidità che è anche leggerezza… vuotezza, direi. Quel gap sinaptico che non è ben individuabile come tara genetica o défaillance momentanea, che lascia tutti nella perplitudine, nel limbo delle domande inespresse per una sorta di pudore o imbarazzo vergognoso. Ecco. In poche parole: un’Arte.

Non è che ci si riesce al primo colpo, bisogna allenarsi un bel po’, ma col tempo i risultati ripagano dello sforzo. La strategia è semplice e per questo disarmante. Non resta altro da fare se non provareprovareprovareprovareprovare…

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(611) Giugno

Stasera scriverò qualcosa di assolutamente inutile. Qualcosa che è stato pensato ed è stato eseguito con l’intenzione di dire niente, di servire a niente, di far perdere tempo a chi si fermasse a leggermi anche solo per caso.

Bene. Dopo questa premessa la maggior parte delle persone che transita da qui se ne sarà andata. Qualcun altro, pochi, no. Perché? Perché penseranno che non può essere così come è stato affermato, è un modo per rompere il ghiaccio, ma poi qualcosa sicuramente ci sarà per cui varrà la pena restare.

Ecco, ho appena messo in scena uno dei grandi misteri della mente umana: me lo dichiari apertamente e io non ti credo. La politica nostrana, e non solo, è piena di casi del genere, ma anche la mia modesta esistenza – a dirla tutta. Siamo Esseri molto meno intelligenti di quello che ci raccontiamo, bisognerebbe che ce ne rendessimo conto una buona volta.

Vabbé, visto che la mia affermazione è esattamente così come la realtà dei fatti dimostrerà, vorrei far notare il titolo di questo post: giugno. Inutile, vero? Ma ancora non siete convinti. Ancora c’è un dubbio e quindi state ancora qui a leggermi. Solo per questo vi meritate tutto il mio bene, siete persone belle, persone che vogliono credere nei colpi di scena positivi. Vi stimo.

Se ora concludessi il mio post dicendo qualcosa di utile, però, verrei meno alla premessa/promessa e finirei col dare ragione a quel meccanismo mentale idiota che fa di noi tanti poveri illusi e… non me lo posso permettere. Mi dispiace.

Quindi vi auguro buonanotte, nella speranza che mi possiate perdonare.

Grazie (per davvero).

 

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(482) Kazoo

Il kazoo è uno strumento musicale, non ci devi soffiare dentro – così non funziona, non è un’armonica – devi fare mmmmmmmmmm con la voce, in questo modo canti attraverso questo tubo che ha una membrana che vibra alla vibrazione del suono che parte dalla tua gola. Semplice.

Il kazoo è uno strumento musicale, ma non per me. Per me è una cavolata, del tutto inutile e addirittura fastidioso perché va a distorcere il suono di una voce per renderla qualcosa di simile ma peggiore. Ascoltare un pezzo storpiato con il kazoo per me è un’agonia, spaccherei tutto, specialmente la faccia di chi lo usa pensando che sia una figata.

Che sia definito uno strumento musicale, che sia usato – in rarissimi casi – in modo anche dignitoso, che sia considerato da tanti una figata, non mi basta. Non mi convince, non mi tange minimamente. Rimango della mia idea: detesto il kazoo per le ragioni sopra descritte.

Questo per dire che se riesco a essere così affermativa, chiara e spietata nei confronti di un innocuo kazoo – che tra l’altro nulla mi ha fatto (mi era stato regalato da bambina e io l’ho usato per qualche settimana per rompere i timpani a chiunque mi si avvicinasse) – immaginarsi come mi posso trasformare quando qualcuno cerca di convincermi che una piccola e sgualcita ideuzza (copiata e sminuzzata malamente) sia una genialata.

No, davvero, prova a convincermi che quella cosa lì sia un’idea, prova, dai. Provaci con tutte le tue forze, mettici il cuore, dai. Ti faccio a pezzi senza pietà. Quant’è vero che odio i kazoo, non hai scampo.

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(294) Shopping

Ok, tutte le donne – e dico TUTTE – amano fare shopping. Infilarsi in un negozio e provarsi tutto quello che c’è. Tipo Pretty Woman, tanto per dirne una. Io no. Scegliere un vestito, per me, è questione di un nanosecondo: guardo, provo, acquisto, pago e ciao.

Individuo subito quello che mi piace, valuto velocemente se potrebbe starmi bene, lo provo (perché non sempre valuto bene) e se mi convince (nel giro di mezzo nanosecondo) allora procedo. Se dopo un’ora non ho trovato nulla in nessuno dei negozi visitati, me ne torno a casa senza fare tragedie.

Non sono normale, me ne rendo conto.

 

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(247) Tenerezza

Sfugge al controllo, può scaturire da qualsiasi situazione, può avere origine in un altro cuore o in un oggetto che pare inanimato e in realtà vive di ciò che si ripone in esso. Se ne scrivo anche la mia scrittura cambia, va alla ricerca di parole morbide, delicate.

Quando mi capita di scorgere una luce tenera sul viso di qualcuno mi si accende la speranza che quel qualcuno sia soltanto uno dei tanti milioni di esseri viventi capaci di provare un sentimento così delicato e così irruente. La tenerezza che nasce all’improvviso, e sorprende più te che gli altri, è un primo passo all’apertura, all’accoglienza, all’empatia.

Amo smisuratamente le persone capaci di donare la propria tenerezza a chi sta loro accanto. Ne vorrei incontrare mille al giorno.

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(130) Rischio

Il rischio è a portata di sbaglio. O è lo sbaglio a portata di rischio? Rischio e sbaglio sono a portata di mano, di questo sono sicura. Eppure, tra rischio e non rischio io scelgo rischio. Mica è detto che poi anche sbaglio.

Domani ho deciso che rischierò, di nuovo. Non sono certa che non sbaglierò, ma se mi sbaglierò lo farò in modo educato e leggero. Questo mi rassicura.

No, non affronto la cosa pensando “adesso sbaglio”, altrimenti non mi ci metterei neppure a rischiare. La prendo bene dall’inizio, consapevolezza innanzi tutto.

E poi, alla fin fine, cosa rischio? Rischio di sbagliarmi. Non sul fatto che ho voluto rischiare, non sul fatto che tutto andrà liscio, ma solo sul fatto che sia il momento giusto per rischiare. Non puoi sapere quale sia il momento giusto finché il momento giusto non ti si palesa davanti e tu… tu sei lì a guardarlo negli occhi e gli stringi la mano.

Se non rischi, il momento giusto potrebbe pure essere lì con la mano tesa, a un passo da te, ma tu non lo vedresti perché saresti girato di spalle.

E su questo non mi sbaglio. Proprio no.

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