(911) Indirizzo

Metaforicamente parlando, quando conosci l’indirizzo di qualcuno hai in mano un’arma carica. La mossa tattica del comparire a sorpresa sulla soglia della tua vittima facendo finta di capitare lì per caso è sempre letale. Capiti quando capiti, ricevi quel che ricevi. Questa dovrebbe essere la punizione. Ecco, per quanto mi riguarda ho deciso di sostituire il sorriso di circostanza con una bella testata.

Così.

Sempre metaforicamente parlando, non è che sei sempre il benvenuto. Se decido di aprire la porta non è tanto perché ho voglia di scoprire chi c’è – a sorpresa – dalla parte opposta, ma per una sorta di pudore malato che mi obbliga a non fingere di non essere a casa. Sarebbe fottutamente maleducato, sarebbe proprio una cafonata. No? Capitare, invece, per caso come se non ci fosse neppure una remota possibilità di disturbare è una cosa carina. Davvero davvero davvero carina.

La questione “Entrata libera” e “Uscita libera” è – per quanto riguarda la mia esistenza – la norma. Tu decidi quando comparire a sorpresa e decidi anche quando scomparire a sorpresa. Tanto l’indirizzo lo sai. Houdini ti fa un baffo. Bravissimo. 

Così.

Dunque, credo che sia un diritto inalienabile di qualsiasi Essere Vivente il poter fingere di non essere in casa e di non aprire quella dannata porta. Posso essere anche gentile, per una sorta di buona creanza di cui non riesco a liberarmi, ma se non ti faccio entrare è perché quando sei uscito (di tua iniziativa e senza salutare) per quel che mi riguarda lo hai fatto una volta per tutte. E la tua scelta l’ho registrata come E-T-E-R-N-A.

Te lo dirò? Magari quando ti tirerò quella testata che è lì pronta per partire. Ora la domanda è: oserai suonare quello stramaledetto campanello?

Sto aspettando (e mi odio per questo).

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(861) Museo

A un certo punto della nostra vita scopriamo – con sgomento – che la nostra vita è diventata un museo. Cose vecchie messe in mostra per spaventare chi si avvicina a noi, un monito: “Io sono questa cosa qui, risultanza di tutto il mio passato, se entri sappi che dovrai studiare un bel po’ per capirci qualcosa. No, non sei proprio il benvenuto, ti tollererò per un po’ e valuterò col tempo se meriti di restare o te ne devi andare al diavolo”. 

Più o meno è quello che ho scritto nel cartello che sta fuori al mio museo. Spaventoso vero? Lo spero tanto, è pensato apposta per esserlo. 

Devo specificare che non è che l’ho scritto tutto di un botto, ci sono arrivata con gli anni. E non mi immaginavo potessi arrivare a pensare e quindi scrivere una cosa del genere perché da giovane il mio motto era “mi casa es tu casa”. Presente il salto quantico che la vita mi ha obbligata a fare. A volte non mi riconosco. Momenti di sconnessione a parte, la questione del ti-devi-guadagnare-il-privilegio-di-frequentare-il-mio-museo è nata da poco. Qualche mese penso. Penso, perché altrimenti mi suonerebbe nuova oggi che ne scrivo, invece mi girava dentro da un po’. Non è che le cose mi compaiono suonando il campanello, spesso sgattaiolano dentro da una finestra che ho lasciato incautamente aperta o dalla porta approfittando di chi entra e chi esce nella mia testa. C’è un bel po’ di movimento nel mio museo (nonostante il cartello, figuriamoci quanto so essere assertiva nelle mie posizioni… no comment), sembra di essere in stazione centrale, e non è che posso sempre chiedere chi-è?, ho anche altro da fare.

Ritornando al topic di questo post, i musei non mi hanno mai messo a mio agio e non credo siano stati pensati per farlo (né con me né con nessuno), quindi non capisco come ‘sta cosa sia nata in me. Esasperazione suppongo. Fatto sta che ora mi si pone la questione del come-fare-a-trasformare-un-museo-in-un-posto-meno-respingente. Non ho intenzione di farlo diventare un locale da happy hour, ma una sorta di salotto accogliente, forse sarebbe il caso. Non mi fa impazzire l’idea, il solo pensiero delle tracce che i miei ospiti lasceranno in giro mi fa ritornare immediatamente sui miei passi, ma morire dentro a un museo mi sembra eccessivo anche per un’introversa del cavolo come me.

Santiddddddio! Ma perché devo essere sempre così complicata? Non posso per una volta prendere le cose con meno impeto? Non sarebbe ora di darmi una calmata? In fin dei conti sono una donna matura (ahahahahahah!) che sa quello che vuole (ahahahahahah!) e sa dove vuole andare (ahahahahahah!)…

almeno da qui a tre minuti… 

Ehmmmm… certo! 

A letto. 

Buonanotte.

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