(626) Scomodità

Nomina una scomodità (mi sono detta oggi). Una sola? (mi sono risposta). Già, anche se sono diventata una specialista dei telegrammi, una sola è davvero poco. Posso scriverne cento di scomodità che ho abbracciato fin da piccola senza neppure accorgermene. Mi sembrava fosse normale, fosse una cosa da tutti. Crescendo ho capito che non era così.

Però anche alle scomodità ci si può affezionare, pensi che alla fine non è proprio ‘sta gran cosa e vabbé, va bene così. Sbagliato.

Mantenere salde certe scomodità non va bene, non va bene affatto. Metti che hai un materasso che ti spacca la schiena. Cambialo, subito! Metti che hai le scarpe strette. Ma sei matto? Buttale, ora! Ecco, siamo tutti d’accordo che bisogna disfarsi di certe scomodità, giusto?

Non è così in effetti, ci sono delle situazioni estremamente scomode che teniamo strette e queste maledette ci rosicchiano i nervi, fino a staccarceli come corde di violino spezzate dal logorio dell’archetto. Non siamo qui per soffrire, ce lo dicono a messa, ma è una balla. Siamo qui per vivere, fare in modo che il vivere non sia un fastidio è compito nostro.

E il nostro diritto alla comodità è il diritto di tutti. Ovunque.

Non significa calpestare le comodità degli altri per stare più larghi, neppure togliere di mano le comodità altrui per averne di più. Ci vuole misura, come sempre, ci vuole misura e rispetto, come sempre deve essere.

Ho deciso che toglierò di mezzo alcuni fastidi, il primo fra tutti è il silenzio obbligato, poi verrà il turno del sorriso forzato, poi penserò al sì stretto tra i denti. Uno dopo l’altro cadranno da me per farsi seppellire come meritano.

È tempo di prendersi la comodità di essere soltanto quella che sono. Adesso.

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(577) Surfare

Bisogna imparare, prima lo fai e meglio è per te. Arrivare al punto di rottura prima di arrenderti al surf emotivo delle relazioni umane non è una buona idea. Troppo tardi non è mai una buona idea, bisognerebbe ricordarcelo.

Ci sono dei piccoli accorgimenti che possono aiutare, basta solo prenderli sul serio. Del tipo? Bé, innanzitutto non dare nulla per scontato – e lo intendo nel bene e nel male; partire dal presupposto che i furbi son tutti più veloci di te, anche questo ti aiuta a stare allerta evitando di capirlo sempre dopo; un’altra cosa che serve tenere ben presente è che l’interesse del singolo prevale sempre su ogni sentimento benevolo che quel singolo può nutrire nei tuoi confronti. Tieni d’occhio l’interesse e il tornaconto, guarda da che parte va e scoprirai chi si sta preparando a sfancularti. Conta uno-due-tre e vedrai che la previsione si avvererà. Cinica? No, soltanto realista.

Dando per scontato che c’è chi nasce attrezzato per il surf e chi no, non è detto che le cose vadano sempre bene ai primi e male ai secondi e neppure che il surf sia appannaggio dei più dotati, si può anche imparare. Se lo impari a suon di tavolate sul muso, onda dopo onda, diventi cattivo – il dolore rende cattivi, lo sappiamo – quindi capire come vanno le cose un po’ prima di avere i denti frantumati non sarebbe male.

Aggiungerei anche un altro piccolo particolare: quando il surf diventa parte di te, quando non sei in balia delle onde e riesci a barcamenarti mica male – evitando le tavolate intercostali, oltre a quelle sui denti – non ti viene il veleno. Non hai più voglia di spaccare le ossa a tutti perché non stai subendo, non stai soffrendo. E non si tratta di trasformarsi in ginnici cinici (bello il suono di queste due parole insieme, vero?), sarebbe un errore fatale, diventeremmo lividi e la sofferenza si sposterebbe su un piano ben più profondo. Si tratta soltanto di farsi onda. Ripeto: farsi onda e ondeggiare con leggiadria (bello anche questo connubio, no?).

E se onda anomala dev’essere, allora onda anomala sia.

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(152) Decollo

La fase di decollo è cosa delicata. Prendi velocità e ti stacchi dal suolo e poi con una certa costanza prendi quota. Tutto lì. Quello che può andare storto, però, richiederebbe una lista lunga – dal guasto al motore fino alla lepre che può attraversare la pista e colpire il carello.

Non è che per decollare a te serve sapere nei dettagli la rosa dei possibili disastri. Ti basta averne una parvenza di idea laggiù in fondo al tuo cervello, e ostinatamente ignorarla. Altrimenti il volo si trasforma in un incubo.

Non soffro il mal d’aereo, amo volare. Non dico che sia una cosa fisicamente che mi galvanizza (qualche fastidio lo sento), ma passa assolutamente in secondo piano e – ripeto – amo volare. Ovvero: decido di ignorare qualsiasi cosa mi possa togliere, o anche solo dimezzare, il piacere di spiccare il volo.

Detto questo: sento che sto decollando. Breve o lungo che sia/sarà il volo, so che la lista di tutto quello che può andare storto è consistente. Decido di ignorarla. Non vedo l’ora di staccarmi dal suolo per godere di quella nuova prospettiva che ti fa sentire le farfalle nella pancia.

Amo volare.

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