(888) Venezia

Ognuno di noi ha una sua Venezia dentro il cuore. Con i canali, tanta acqua, palazzi che fanno sognare un tempo passato un po’ più felice (forse) e… tanti turisti che rompono le palle sparsi in giro.

Il tuo luogo non è mai incontaminato. I turisti sono ovunque. E la cosa peggiore è che tu sei il turista nel luogo speciale di qualcun altro. Noi Esseri Umani siamo nati per darci il reciproco tormento. Innegabile.

Sto divagando, ero partita col pensiero che una Venezia sia per forza di cose irriproducibile (nonostante ci abbiano provato anche con risultati notevoli), perché quella malinconia sognante che puoi grattare giù dai muri, raccogliere da ogni pietra, acchiappare al volo dalle gocce d’acqua che schizzano al passaggio di un traghetto, quella cosa lì non la si può inventare. Non la si può ricreare. Non la si può dimenticare, una volta che l’hai incontrata.

Come certe persone che sono passate attraverso di te, che le hai sentite con tutto il corpo e che per quanto tu faccia non le potrai mai sostituire, le puoi solo ricordare con struggente nostalgia.

E ci sono cose che davvero non ritornano e cose che ti si presentano davanti con abito nuovo, ma sono sempre le stesse, e tu non sai se abbracciarle o mandarle al diavolo.

Sono spesso presa dallo Spleen, un tormento che ti parla di quello che non c’è mai stato e che si continua a desiderare perché lo si immagina perfetto. Lo so, un’enorme perdita di tempo, ma neppure me ne accorgo. Ci casco dentro e bon, ci rimango per un po’, finché non mi stanco e ricomincio. Un’autoindulgenza che fa poco bene, ma anche poco male, e allora chissenefrega. Di qualcosa dovrò pur morire e non morirò di certo di Spleen.

Ho Venezia stasera che mi luccica dentro. No, non mi sta facendo bene, ma neppure troppo male. Quindi chissenefrega.

Buonanotte.

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(887) Partire

Ammetto che, a volte e sottolineo a volte, partire per la tangente mi viene facile. Me ne accorgo tardi, quando già sono in viaggio, e tirare il freno a mano diventa pericoloso. Un testacoda letale.

Devo quindi monitorarmi quando i primi sintomi si fanno sentire. Io li riconosco, ma non sempre ho voglia di fermarli. Un maledetto diavolo me lo impedisce. Mi sussurra: “Dai, vediamo dove ti andrà a far sbattere la testa questa volta!”. Lui si diverte, io un po’ meno, ma la curiosità mi rimane. Quindi due volte su tre parto.

Pessima idea. Ma parto.

Durante il viaggio può davvero succedere di tutto, ma una cosa è certa: che io abbia torto o ragione il risultato non cambia. Per rimettermi in piedi mi ci vogliono almeno due/tre settimane buone. Non sto scherzando. La ripresa si è allungata a dismisura con l’età avanzata. Un dato che dovrebbe obbligarmi a usare un po’ di discernimento e a tirare quel dannato freno a mano. Sì, consapevolezza onorevole e del tutto fuori luogo con me. Sono senza speranze.

La curiosità di dove andrò a sbattere, di volta in volta, il naso è troppa. E non mi chiedo mai se ne valga la pena, se non sia uno spreco di tempo ed energia, se non sarebbe forse il caso di trovarmi un innocuo hobby su cui concentrarmi. Mai. Partire rimane sempre la cosa più interessante a cui riesco a pensare. E la tangente, bé, quella non è mai la stessa pertanto il panorama cambia. A volte è una superstrada, altre un vicoletto chiuso, ma la sorpresa qui e là la trovo sempre.

Sì, l’ho già detto, sono senza speranze di rinsavimento prima dei novant’anni.

E poi si vedrà.

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(886) Tormentone

Vivo di tormentoni. Che quelli di agosto alla radio mi fanno un baffo. Potrei fare diecimila esempi di come ci siano cose da cui mi faccio ossessionare, contenta di esserne ossessionata per di più. Da non crederci.

Fatto sta che a un certo punto mi rompo e quindi elimino totalmente il tormentone dalla mia vita. Tanto da disconoscerlo a 360°. Se qualcuno me lo ricordasse – povero lui/lei – sarei pronta anche a negare l’evidenza. Una volta fuori dalla mia vita il tormentone perde ogni potere e diventa niente. Zero.

Non lo so se sia normale. Voglio dire che non oso neppure chiederlo a chi mi sta vicino se vive la questione “tormentoni” così come la vivo io, una sorta di pudore me lo impedisce. Forse anche il timore di essere ricoverata alla neuro. Ora ne scrivo perché probabilmente ho bisogno di un po’ di adrenalina e se il post vi finisse strambamente all’improvviso davanti agli occhi significa che sono venuti a prendermi.

Il tormentone di cui mi approprio, nella fattispecie, accompagna un periodo della mia esistenza con le sue vibrazioni. Per esempio: sto male e mi ossessiono con una canzone triste all’inverosimile, sto bene e scelgo una che mi fa volare. Questa più che un’abitudine è diventata la regola per quanto riguarda la musica. Ci sono però delle cose che stanno con me perché senza mi sento male. La MIA mug, per dirne una. E non è soltanto una, cambia a seconda di come sto. O del luogo in cui mi trovo. Se sono a casa ne ho parecchie tra cui scegliere, se sono al lavoro posso contare su un paio (o per la tisana/tè o per il caffè). Insomma, se dovessi approfondire la questione della sostanza del tormentone in essere potrei torturare chiunque con storielle molto stupide e inutili, quindi preferisco vivermi queste ossessioni nel mio intimo.

Certe volte, però, ho bisogno di farle uscire. Come stasera. Non so perché, forse perché sto per scegliere proprio quella canzone e sto bevendo tisana bollente da quella MIA mug. Sì, insomma. Normale normale proprio non dev’essere. Me lo confermate?

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(885) Subire

subire v. tr. [dal lat. subire, der. di ire “andare”, col pref. sub– “sotto”, propr. “andare sotto” e quindi “sopportare”] (io subisco, tu subisci, ecc.). – 1. a. [ricevere una cosa non voluta né gradita, anche assol.: s. un torto] ≈ patire, soffrire. ↓ (fam.) incassare, sopportare, tollerare. b. [accettare senza reagire] ≈ (fam.) digerire, (fam.) mandare giù, (fam.) sorbire, tollerare. 2. [dover far fronte a qualcosa di spiacevole: s. un interrogatorio] ≈ affrontare, sostenere. ↔ evitare, fuggire, rifuggire, schivare.

Già solo leggere il significato del verbo subire mi fa ribollire il sangue. La nostra esistenza è una lista pressocché infinita di cose che dobbiamo mandare giù, con cui dobbiamo avere a che fare nostro malgrado, che non possiamo schivare e non possiamo risolvere. Frustrazione a mille e voglia di spaccare tutto.

Eccoci qui. Tutti d’accordo. Spacchiamo tutto.

Andiamo oltre però. Quando subisci significa che sei convinto, dentro di te, di non essere nel posto giusto. Torto o ragione? Torto. Ti senti dalla parte del torto. Ti pensi in difetto, ti vedi debole, ti credi non degno. Subire è arrendersi. Ti arrendi all’evidenza che tu non puoi o tu non sei o tu non hai o tu non vali/meriti niente. Sbang.

La normale sopportazione, la normale tolleranza, la normale sofferenza, nessuno ce le toglie. Son quelle e basta. Quando si va oltre, però, non va bene più. Ci sono mille modi per non arrivare a quel “oltre” che ti impallina senza scampo, bisogna solo farci attenzione in tempo. Far andare oltre le cose significa subire. Rassegnarsi al non-fare, non-dire, non-pensare, non-agire, non-credere, non-sperare. Morire.

Si muore un po’ dentro. Pezzo per pezzo si spengono le lucine e rimaniamo al buio. Al buio ci si sente ancora più piccoli, vulnerabili, fragili, miserabili. No?

Diventa importante captare i segnali e fermare la valanga prima che il normale si stroppi, direi vitale. Nessuno può farlo al nostro posto. Sappiamo noi quanto è normale quello che stiamo sopportando e quanto è troppo. E quando è troppo, se rimaniamo lì senza dire-fare-pensare-lettera-testamento, manchiamo di coraggio. Non abbiamo scuse. Siamo noi a decidere. Ogni sacrosanto minuto della nostra maledetta/benedetta esistenza. Che ci piaccia oppure no.

Ma forse l’ho già detto. Ho idea che sto andando in loop. Perdono.

 

 

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(884) Pezzo

Non capisco mai tutto insieme. Capisco un pezzo per volta. So per certo che esistono persone che capiscono tutto insieme. Quando capiscono, capiscono l’intero e capiscono la sostanza e magari anche i dettagli. Tutti interi. Eh.

Io capisco i pezzettini. Capisco i dettagli. Poi quando ne accumulo un po’ li metto insieme e compongo l’intero. Maledizione, mi ci vuole un tempo lunghissimo per arrivare all’intero. Lunghissimo. Intanto la vita se ne è già fatta tanta di strada e io arrivo, dopo. Esausta. Ma con l’intero in testa e in mano (almeno quello). 

Non è che questo processo sia necessariamente sbagliato, ho i neuroni che ho mica posso fingere altro, ma capire l’intero in un colpo solo credo sarebbe bellissimo. Bellissimo. Non sempre magari, ma qualche volta sì. Maledizione qualche volta sì!

Negli anni ho accelerato i tempi, perché un po’ più furba sono diventata, almeno so dove iniziare a guardare per venirne a capo, ma mai abbastanza. 

Però. Però a volte intuisco. Da un pezzettino intuisco come andrà a finire. E lì, in quell’intuizione non ho rivali. M’arriva come un fulmine che scarica sul mio neurone più sveglio una bella scossettina e… zak! So come finirà il film. Siamo soltanto alla prima scena, forse alla seconda, e io so già come finirà. Magari senza prove, magari senza giustificazioni plausibilissime, magari a volte con sensazioni sgangherate, è vero lo ammetto. Ma ci azzecco.

A questo punto la domanda: dirlo o non dirlo?

Cassandra, per quanto facesse, non veniva ascoltata, non veniva creduta. Cassandra sapeva, oltre che intuire lei sapeva, e parlava e non veniva minimamente considerata. Anzi, veniva giudicata da tutti una che le sfighe le chiama per nome e se le porta a letto. Benissimo. L’ho scritto con cognizione di causa (permettetemi l’azzardo, lo faccio spesso). Valutando la mia condizione il “dire” non è mai indolore. Prendo quella via del “vaffanculo” con tornanti a 90° a doppio senso che arrivano al picco del “ti butto giù/mi butto giù”  (mai troppo comodo stare lassù in bilico).

Quindi tacere? Eh. Cassandra non ci riusciva. Ce la metteva tutta, ma non ci riusciva. Ecco, chiamatemi pure Cassandra, ma io non penso che tutto sia scritto, per questo non starò zitta. Mai. 

 

 

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(883) Tranquillità

Non è che è gratis, te la devi proprio guadagnare. Costruirsi uno spazio dentro di noi dove poter stare tranquilli è cosa di pochi. Lo devi proprio volere con tutte le tue forze e lo devi anche saper difendere e riconquistare ogni volta che ti viene espugnato. Sì, è una guerra. Ma il premio è la tranquillità. A conti fatti ne dovrebbe valere la pena.

Devi però ricordarti come si fa a stare tranquillo. Cioé, a forza di combattere prendi quell’abitudine e ti vien difficile anche solo immaginarti in uno stato rilassato – che assomiglia molto alla pace interiore. Ti rimane dentro quella cosa che ti soffrigge lo stomaco, stai in una sorta di guardinga allerta, ti aspetti da un momento all’altro che la tua tranquillità venga presa d’assalto da un nemico qualsiasi. Il più delle volte è così, quindi il nemico vince anche quando non c’è o quando è lontano o quando ancora non si è accorto di te. Assurdo.

Sì, l’abitudine alla guerra è una bestia maledetta.

L’unica cosa da fare è rimanere concentrati sull’obiettivo: rimanere tranquilli nonostante la maledetta imperversi in ogni dove. Un modo per proteggere il fortino è di non farla entrare in casa. Prevenire è meglio che curare (sarà poco originale ma è sempre vero). Ci sono situazioni che sai già ti manderanno a remengo tutto, lo sai già. Ecco, tirarsi indietro, girarsi dall’altra parte, in questi casi ti salva dalla catastrofe. Non apri la porta all’Apocalisse. La saluti dallo stipite e te ne torni dentro. Semplicemente.

Qualcuno se la prenderà a male? Pazienza. La vita è difficile per tutti. 

Il pericolo è che, a forza di combattere, tu stesso inizi a pensare che la vita sia tutta lì. Se cadi in questo black hole tutto quello che ti accade si trasformerà in un’impresa sfiancante, senza neppure che tu te ne accorga. La prendi male già da prima, la vedi già come una cosa che ti rovinerà le giornate, la vivi male a prescindere. Questo, la bestia maledetta, può fare. Bisogna farci attenzione.

Detto questo: mi sto aggrappando alle mie parole per ripristinare in me un approccio sano all’esistenza. Una guerra maledetta contro il già vissuto e il già visto che mi si è tatuato addosso negli anni.

Ecco, ci sono ricascata: non sei in guerra, diamine, non sei in guerra Babs!

 

 

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(882) Gente

Tanta, ovunque, sempre. Trovare un luogo dove non ce ne sia almeno una manciata è un’utopia. Siamo in tanti. Tantissimi. 

Facciamo di tutto per ritagliarci il nostro piccolo spazio nel mondo e va a finire che non è mai solo nostro, c’è sempre qualcuno tra i piedi. Ovvio che ti viene il nervoso e inizi a sbottare sul fatto che ti senti invaso. C’è un’invasione di Esseri Umani! 

Allora ti verrebbe voglia di prendere il primo treno per casa-di-dio e fermarti lì a goderti… il nulla. Il nulla. Certo, ci potrà essere la Natura attorno a te, e il nulla. Ci potranno essere animali attorno a te, e il nulla. Il nulla ci sarà sempre. A meno che tu non accogli nel tuo spazio un altro Essere Umano. Il nulla si riempirebbe di un significato che solo tra simili è possibile cogliere. Il nulla scompare se un Essere Umano si connette con un altro Essere Umano. 

Come si fa per crearsi una connessione con Madre Natura? Si entra in una dimensione che non è la nostra, è la sua. Perfetto. Entri nel suo mondo, dominato da una logica che non riuscirai mai a comprendere davvero fino in fondo, e ti lasci trasportare. Come ci si connette con gli altri Esseri Viventi  (animali, insetti ecc.)? Dimenticandoci di chi siamo, della nostra modalità di pensiero e d’azione. Ci modelliamo seguendo la loro natura per azzardare un contatto. Perfetto. Ci dimentichiamo per qualche istante di noi perdendoci in un transfert che riteniamo utile affinché si possa creare una sorta di empatia simpatica, sperando vada dritta. D’altro canto sono sempre Esseri Altri rispetto a noi. 

Come si fa, invece, tra noi Esseri Umani? Si va in presa diretta, il confronto non ha altre strade se non quelle che il nostro pensiero ci propone solitamente. E il feedback che riceviamo percorre le stesse vie. Sembra che non ci sia fatica in questo darsi senza filtri. Ci guardiamo negli occhi e ci diciamo silenziosamente: “Certo che sei tu, sei come me, ti riconosco”. Perfetto. 

Eppure è faticoso, è pericoloso, è una lotta. Eppure abbiamo bisogno di staccarci, di allontanarci, di renderci estraneo qualsiasi umano sulla faccia della Terra per ritrovarci e smettere di confonderci con i nostri simili. Ci allontaniamo per cercare Madre Natura, e il suo sostegno, in poche parole. Eh.

Giro giro tondo, casca il mondo, casca la Terra… e tutti giù per terra.

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(881) Maschera

Sarebbe bello deporre le maschere. Tutte di tutti. Ci sarebbe di che ridere e di che piangere, suppongo. Riusciremmo a tenere botta o ci butteremmo l’un l’altro dalla rupe Tarpea? Eh.

Viviamo in un mondo mascherato, chi sembra bello fuori e dentro non lo è, chi è bello dentro e fuori non lo è, chi è brutto a prescindere e chi bello a prescindere (con e senza maschera). Come si fa a pararsi le spalle? Non lo so.

Ho sempre sostenuto di non aver mai indossato maschere, ma forse non è così. Tutte le volte che mi sono trovata in situazioni estranee al mio volere ne ho indossato una che non mi facesse sentire vulnerabile e perciò attaccabile. L’ho fatto, mi sono schermata, ho preso le distanze, ho sistemato me stessa in un luogo segreto per esporre quello che non avrebbero colpito o che non avrebbe attirato l’attenzione o che non sarebbe comunque risultato interessante. L’ho fatto. Me ne pento? No. Sono sicura che a fare in altro modo ci avrei rimesso le penne, quindi lo rifarei di nuovo. Anzi, lo faccio tutt’ora, anche se sempre meno.

Perché mi sento meno traballante, meno debole, meno in balìa degli attacchi del primo che arriva. Anche se ci sono persone che con niente possono annientarmi, senza neppure rendersene conto probabilmente, sono pur sempre poche. Le posso contare sulla punta delle dita di una mano.

Non me la sento di giudicare le maschere altrui, se sono usate con lo stesso mio scopo – quello di difendersi – sono ben motivate. Abbiamo il sacrosanto diritto di mostrarci per come vogliamo e quanto vogliamo, senza dare spiegazioni o giustificazioni a nessuno. Il diritto alla difesa è di tutti, no? Ok, se non uso la mia maschera per danneggiare qualcuno, allora guai a chi me la tocca. Deciderò io se togliermela e con chi. Nessun altro.

Credere alla bellezza o alla bruttezza fa capo a noi. Non è una maschera che ci può convincere né dell’una né dell’altra. E scegliere liberamente come mostrarsi rimane cosa intima, intoccabile.

Se per me questo ha valore, lo deve avere per tutti. Non sto difendendo la menzogna, sto rivalutando la scelta di ogni Essere Umano di rimanere di proprietà di sé stesso senza per forza darsi al pubblico dominio. Di questi tempi bisognerebbe pensarci bene.

 

 

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(880) Shuttle

Che significa “navicella spaziale”, ma non posso metterci due parole nel titolo (è una regola dei ***Giorni Così***, ve ne siete accorti?), quindi userò per l’ennesima volta un termine inglese. Rischio la galera, sappiatelo (sto ridendo, certe notizie sono davvero esilaranti se non uscissero dalla bocca dei nostri politici potrebbero stare tranquillamente sul palco di Zelig).

Fatto sta che oggi stavo pensando a com’è guardare dallo Spazio Infinito il nostro Pianeta Terra. Stavo guardando una delle foto che vengono postate su certe affascinanti pagine Facebook (quelle belle davvero) che ritraeva la Terra vista da lassù. Se non fosse per le orecchie che si tappano e il dover mangiare cibo liofilizzato, fare l’astronauta mi piacerebbe. Nella prossima vita magari.

Il mio pensiero si è spinto un po’ oltre: ma quante cose ancora non conosciamo?, mi sono chiesta. E poi: ma c’è proprio bisogno di conoscere tutto?, e mi sono risposta no. No. Non c’è alcun bisogno di conoscere tutto lo scibile extra-umano. Anche perché tutto quello che conosciamo finiamo per distruggerlo, quindi ignorare l’esistenza di qualche parte (più o meno rilevante) dell’ambiente terrestre e spaziale, potrebbe far bene al nostro pianeta e allo Spazio Infinito in generale. Siamo peggio della peste bubbonica noi Esseri Umani. 

Credo che guardare le stelle e pensarle vive e felici mentre brillano, solo per il piacere di brillare, sia un bel pensiero. Ignorante, ma bello.

Credo anche che immaginare che la Luna abbia occhi, bocca e naso, sia un modo carino per rendercela amica seppur distante. Idiota, ma bello.

Credo che sognare un pianeta (Marte?) vivibile e vivace quanto la Terra sia innocuo e divertente. Inutile, ma bello.

Non sono fautrice del “ignorante è meglio” per la maggior parte delle cose che ci riguardano, il Sapere e la Conoscenza sono sacri per me, ma certi particolari ci rendono la vita migliore. Sciocca, certo, ma bella. Come quando sei innamorato e vedi solo i lati positivi della persona che ti fa sbelinare il cervello. Così. Non dura molto, lo sappiamo, ma goderci quell’intorpidimento dell’intelligenza è piacevole. Bello addirittura, no?

Temo che non sappiamo più goderci questi nostri spazi di illusione pura e sberluccicante. Un vero peccato perché da lassù la Terra sembra un gioiello. Quei colori mordono la nostra coscienza e ci lasciano il segno. Siamo qui per poco e ci agitiamo come se dovesse essere per sempre. Pensando di dover sapere tutto perché così saremo noi i possessori dell’Universo, mica l’Universo che può fare di noi quel diavolo che gli pare.

Poveri noi.

 

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(879) Loro

Quando da bambini si inizia a capire la differenza tra me e te, tu e gli altri, io e gli altri, cambia tutto. Loro iniziano a essere in tanti, perché tutto il resto del mondo è “loro”. Come si fa a maneggiare questa enorme quantità? Non si può. In fin dei conti, quando è troppo è troppo. 

Si impara, quindi, a ridimensionare quel “loro” per non farsi portare via dall’enormità. Poi si fa una distinzione: i loro simpatici, che diventano con me un “noi”, e i loro antipatici. Quelli antipatici si guardano con distacco, si tengono a distanza e quando hai le palle girate li usi come pungiball (trad. punching ball).

Così ci sono un sacco di “noi” che non vogliono avere niente a che fare con un sacco di “loro”. Si fa fatica a capire chi è dentro e chi è fuori, anche perché le regole del gioco non sono mai state scritte, si va così un po’ alla selvaggia. Puoi starmi sulle palle oggi (e fai parte dei “loro”), domani mi diventi simpatico (e ti invito a far parte del mio “noi”). Ma non farti illusioni, potrei rispedirti con un calcio in culo tra i “loro” in men che non si dica.

Al di qua della rete (o del muro) le cose possono andare bene o male, ma son cose che si risolvono tra di noi. Sono affari nostri, non loro. Altrettanto fanno loro. Ci si protegge così dai nemici, no?

A volte capita che qualcuno, alzando lo sguardo, si accorga che loro non sono poi tanto diversi da noi. Che la rete avrebbe bisogno di un po’ di respiro e un varco potrebbe essere una buona idea. Un atto di ribellione, un atto di libertà. Rischioso? Certo, rischioso. Ma chi se ne frega. Di qualcosa si deve pur morire. Morire di libertà suona bene. Meglio che morire di schiavitù. Sono già morti in troppi con i segni della schiavitù addosso, sarebbe ora di metterci un “basta” sopra. Perché loro non sono così lontani, non sono così alieni. Perché noi per loro potremmo essere una risorsa, almeno quanto loro potrebbero esserlo per noi. Certo, bisogna saper guardare oltre la rete, oltre il muro, oltre l’odio, oltre la paura.

E chi non ha paura alzi la mano.

Sì, nessuno. Proprio come immaginavo.

Nessuno.

 

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(878) Genio

Non sono nata genio, ma lo so riconoscere quando lo incontro. Anche per questo ci vuole un certo genio, concedetemelo.

Mi va a genio, generalmente, chi mi guarda negli occhi riconoscendomi come essere pensante – no non è cosa ovvia – e sa ascoltare anche quando dico cose noiose (succede raramente, ma succede) (detto con una certa ironia, ovviamente).

Mi vanno a genio i libri che mi fanno scoprire il mondo – no non lo fanno tutti – e quelli che mi fanno scoprire piccoli pezzettini di me che ancora non avevo focalizzato per bene.

Mi va a genio chi sorride per darti il benvenuto, chi ti offre da bere solo per poter trascorrere del tempo con te e nient’altro. 

Mi vanno a genio le mug perché non sono tutte uguali, anche se tutte nascono con la stessa funzione. Caffè, tè, me? (cit. Una donna in carriera – film)

Mi vanno a genio le noci brasiliane, i frutti rossi, le candele e gli incensi, lo smalto per unghie, il chinotto, le mappe mentali, gli abbracci sinceri, le corse in bicicletta nella mia pianura/campagna natìa, il mare…

Mi piacciono le persone geniali, ma solo quelle che non sanno di esserlo. L’umiltà colma certi vuoti d’anima delle menti troppo illuminate. Perché anche essere troppo illuminati non è che sia proprio il massimo (secondo me, e non parlo per invidia). Mi piacciono di più, però, le persone di cuore. Quelle superano il genio perché hanno capito cosa significa amare.

In tutto questo vorrei che ci fosse un senso, ma non sono giorni sensati questi per me, sono giorni scoperti, dove gli appigli scivolano via e il rotolare mi fa cadere la testa. Vorrei essere più forte. Più saggia. Anzi, geniale. Magari riuscirei a risolvere questa vita-rebus che mi supplica di essere risolta.

Eh. Mica è cattiveria. Sono soltanto limitata. Maledizione.

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(877) Confini

Non sono segnati da una mappa, da una cartina geografica, dove diventa preciso il punto in cui poggi il piede in terra non tua. Perché è tua la terra in cui nasci, le altre le fai tue – se vuoi – e sono sempre scelte, anche quando obbligatorie. 

I confini tra me e te quando si oltrepassa il corpo, perché il corpo è un confine che puoi varcare solo se alla dogana te lo permettono, non sono visibili. Bisogna starci attenti.

Difendere i propri confini intimi è un casino, in certi casi è un disastro. Faccio un sacco di disastri in quei casi, riesco davvero sempre a fare un sacco di disastri. Patologico, direi. 

Quando entri in territorio non tuo ti devi imporre delle regole e devi importi una disciplina ferrea nel rispettarle, stai camminando dove non dovresti neppure esserci, non puoi dimenticarlo. Mai.

Eppure. Eppure. Eppure. Si sconfina e si fa un po’ come cazzo ci pare. Così. 

I confini che l’uomo ha imposto alla Terra dapprima erano un modo per prendere le misure – dove sono, fin dove posso spingermi, dove finisce il cammino, cosa c’è qui e cosa c’è là – e poi è stato un modo per difendere le terre addomesticate. E poi è diventato un modo per respingere chi stava fuori, in altre terre, e si spostava. Per ispirazione o per necessità. E oggi è un modo per schiavizzare chi ha meno, perché derubato da chi ha di più. 

Non portando più rispetto per i confini della nostra Terra, quelli segnati dai fiumi, dalle montagne, dal mare, dalle foreste e anche dal cielo, abbiamo pensato di poterci spingere ovunque. Di poter conquistare, conquistare qualsiasi cosa. Si dice anche “conquistare il cuore di una donna/uomo”, vero? Per noi, nel nostro cervello malato, conquista ha il significato di “appropriazione indebita”. Terribile, no?

Vabbé, dirò l’ovvio: dove troviamo un confine ci si ferma. Un attimo almeno. Ci si ferma per valutare quanto sia appropriato varcarlo. Opportuno. Giusto. Ci si pensa un po’ su. Si pesano le proprie intenzioni. Questa è la prima regola. E le altre fanno capo al rispetto, all’ascolto, alla cura. Ma che ve lo dico a fa’? 

Un minimo di disciplina, perdio!

 

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(876) Furia

C’è una furia dentro di noi, una furia silente. La sento solo io? Bhé, ognuno sente la sua, ovvio, e non è per tutti uguale. La mia al momento è davvero speciale. Credo che una furia così sia la prima volta che la provo. Già questo la dice lunga. Non è che sono una che la furia la schifa, tutt’altro. Ma così, mai prima. 

Questo da un lato mi incuriosisce – chissà che disastri mi sta preannunciando – e dall’altro mi infastidisce – mai una gioia! – e da un altro lato mi mortifica – ma non ero io quella dell’autocontrollo? – e da un altro ancora – ma quanti lati ci sono? -mi fa temere per quanto sarò capace di fare. So quanto sarei capace di fare in queste condizioni emotive. Lo so benissimo.

Diamo per scontato che i presupposti non si discutono, il motivo è talmente limpido e ben focalizzato che faccio fatica a manomettere la sua solidità. Quindi passando da lì non vado da nessuna parte. Anche la questione di trovare una via di comunicazione adeguata per convogliare utilmente l’energia è da scartare. La furia si è potenziata dopo i numerosi fallimenti assorbiti in questi ultimi tempi. Cosa rimane? La rassegnazione.

Ci si vive così come viene e ci si prende sul muso le conseguenze. Così sia.

No, no. La furia non passa. La furia, dopo che si è esplicitata e dopo aver fatto i morti che deve fare, si posa. Si posa dentro. Si indurisce, come cemento armato, e rimane lì per sempre. La furia non si accontenta di una vittoria immediata, vuole rimanere per godersi i frutti della devastazione. 

Non c’è modo di scamparla.

Evviva.

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(875) Filante

Mozzarella filante, questo mi viene in mente. Ma anche stella filante, certo. Poi sono andata a recuperare il dizionario e ho trovato anche: affusolato, slanciato, aerodinamico. Eh. Filante, come un siluro. Ci devo pensare su.

A volte penso che penso troppo. Dovrei smettere. Forse.

Non è che basta deciderlo. Magari. I pensieri sono filanti, come la mozzarella sulla pizza. Lasciano la scia quando li tiri, in qualsiasi direzione. Quando rimangono così attaccatti l’uno all’altro fanno filare il discorso. 

Sì, pensare troppo non mi fa troppo bene. 

Ritornando a tutto ciò che fila, mi piacerebbe tanto che una volta o due quello che per me fila filasse anche per gli altri. Presente quando costruisci un bel discorso che chiude il cerchio e tutto torna, la perfezione della logica si compie? Talmente evidente che manco ci sarebbe bisogno di spiegarlo. Lo guardi e capisci. Ecco, sarebbe bello che una volta o due mi riuscisse la magia, perché in certe giornate mi piglia uno scoramento smisurato nel constatare che c’è bisogno sempre di spiegare spiegare spiegare spiegare… Alla fine, dopo tante parole si torna al punto di partenza: embhé?

Eh. Ma che parlo a fare allora? Niente, ritorno al pensiero puro, a quello che rimane in testa e non ha bisogno di essere condiviso, quello che può filare e restare filante senza che questo comporti nient’altro. Sto lì e contemplo la perfetta filatura della mia mozzarella stesa sulla mia pizza sinaptica e faccio della contemplazione la mia ragione d’essere. Mi trasformo in un filosofo filante, uno con lo scazzo per il mondo, uno di quelli che stringe il cuore e smette di occuparsi dei piani bassi per proiettarsi nel suo magnifico iperuranio. Uno che se ne fotte del condividere e del confronto. Uno che ha in sé le domande, le risposte e i punti e le virgole. Tutto. 

Ok, detto questo vado a rispondere a un paio di email spiegando perché c’è bisogno di comunicare un po’ meglio. Non tanto, neh, soltanto un po’. Ma non credo userò i miei pensieri filanti, magari metterò un biglietto su un siluro e mirando bene…  

Maledizione.

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(874) Fobie

Tutto quello che vogliamo è una piccola casa in cui rifugiarci. Vero? Poi quella casa la arrediamo come più ci piace, o semplicemente come siamo capaci, e ci rintaniamo per scampare al mondo che resta fuori. Che male c’è? 

Diventa claustrofobico il nostro rifugio quando pensiamo che tutto quello che ci abbiamo messo dentro ci possa bastare. Non è così. Il mondo là fuori, nel bene e nel male, ci è necessario per riempirci. Non di cose, di esperienze.

Tutto molto semplice detto così, vero? Sì, ma perché dovrebbe essere tanto più complicato? Perché abbiamo così paura a ridurre il carico per poterlo sostenere? Pensiamo che sia troppo per noi e lo guardiamo sconsolati. “Mi dispiace, ma non ce la faccio”, ci prostriamo davanti a quel mucchio di roba che manco sappiamo riconoscere più cos’è. Siamo costernati davanti all’abbondanza. 

Quando abbiamo meno siamo più focalizzati, vero? Less is more? Bah. Chi non ha niente potrebbe non essere dello stesso parere, suppongo. Fatto sta che rifiutando il mondo ci sentiamo rifiutati dal mondo. Un gioco perverso che non ci vede vincitori, ma sopravvissuti scontenti. Lamentosi. Rabbiosi. E dentro la nostra casa ci nutriamo di robaccia che attraversa l’etere per depositarsi nei nostri neuroni sfiniti. 

No, non siamo felici, neppure dentro il nostro rifugio. Non siamo felici quando camminiamo per strada, non siamo felici quando raggiungiamo il picco della montagna, non siamo felici quando attraversiamo gli oceani baciati dal cielo. Non siamo mai felici. Ci risvegliamo, di tanto in tanto, e sorridiamo. Sì, ma quella cosa che senti in mezzo al petto e che ti fa posare sul mondo come una farfalla, quella cosa lì è lontana, così lontana da non sapere più neppure come desiderarla.

Forse non ho capito niente.

Neppure di quello che ho scritto.

Eh.

 

 

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(873) Segreto

Il segreto perfetto è quello che potresti buttare in un bicchiere di vetro trasparente con dell’acqua fresca senza che nessuno riesca ad accorgersi della sua presenza. Sotto gli occhi di tutti. Tutti se lo bevono. Tutti inconsapevolmente.

Noi italiani siamo degli specialisti in questo: ci beviamo qualsiasi segreto maledetto senza farci caso. Non li vediamo proprio.

Agatha Christie direbbe: “Bisogna andare a cercare le cose, non aspettare che cadano in testa!”. Che potrebbe sembrare che non c’entri nulla, ma secondo me c’entra eccome. Ma non lo spiegherò. Vorrei andare oltre.

Avere un segreto non è mentire. Avere un segreto è scegliere di essere liberi. Liberi dagli occhi, dalle orecchie, dal tocco di chiunque. Quel segreto ti fa sgusciare via, ti fa leggero, ti fa potente. Intoccabile. Se un segreto non ti fa sentire così hai sbagliato tutto. Diventerà la tua rovina, conviene farlo uscire allo scoperto, dargli aria e fare in modo che il peso si disperda nell’etere senza più avvelenare le tue viscere.

Un segreto ti insegna l’ascolto più che la parola. Un segreto ti impone disciplina anziché superficialità. Un segreto ti accompagna al rispetto di quel che c’è e deve essere protetto. Ognuno di noi dovrebbe averne uno e se uno non ce l’hai ti consiglio di creartelo.

Che sia gioioso, che sia vitale, che sia soltanto tuo. Ora!

PS: ma davvero non avete capito perché ho messo la citazione della Christie in mezzo al post? Diamine!!!

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(872) Calcoli

Non sono mai stata brava a farli, non mi ricordo mai di mettere in conto il guadagno. Così mi ritrovo a smazzarmi una perdita fastidiosa. Una ragioniera perfetta, me l’aveva detto pure la mia prof: “(…) piuttosto di farti diplomare ti butto dalla finestra!”. Mi considerava la rovina della categoria. Per fortuna tutto è relativo, ho cambiato scuola e ho iniziato a prendere 8. Mi sono pure diplomata. Pazzesco come ci si può sbagliare sulle persone. Eh.

In realtà, la vecchia megera aveva ragione: piuttosto di fare la ragioniera mi sarei buttata dalla finestra. Così ho fatto altro.

Nella vita, però, quattro calcoli uno se li deve pur fare, tanto per vedere se i conti tornano e io ho lasciato andare per troppo tempo. L’incubo del Perdite e Profitti mi ha devastato ben oltre il periodo scolastico. Ammetto con stupore, ma senza troppo orgoglio, che rimasugli di buonsenso ragioneristico mi devono essere rimasti impigliati qua e là perché alla fine almeno me ne sono accorta.

Fare i calcoli significa focalizzare l’attenzione su quello che ci metti per confrontarlo con quello che ti rientra in tasca. Spesso le monete non sono le stesse, quindi far tornare tutto diventa complicato. Se ci metti tanto amore e ti arrivano calci in culo è un po’ difficile capire quanto meno amore ci dovevi mettere per non ricevere calci in culo. Magari ci metti un po’ meno e te ne arrivano solo la metà, d’accordo un miglioramento c’è stato, ma comunque non va ancora bene.

[lo so, certi miei esempi fanno impressione, perdonatemi anche questo limite]

Ritornando ai calcoli, a parte quelli renali che quando ci sono ti piegano in quattro e vincono loro su tutto e tutti, si possono aggiustare se li si sa leggere e interpretare. Non è che son così e basta, alle volte non aspettano altro se non di essere sistemati per far funzionare meglio le cose. Capire come fare, con premesse come le mie, diventa complicato. Affidarsi all’ispirazione, all’istinto, al talento, alla visione o alla Madonna-di-Međugorje?

Ci sto pensando. Non ho ancora la soluzione, ma ci sto pensando.

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(871) Convinzione

Nutrire una convinzione può portare ovunque. E questo non è affatto rassicurante. Sto pensando a tutte le mie convinzioni e c’è di che riderne, lo garantisco. Se non mi fossi focalizzata su alcune di loro ora non sarei qui (nel bene). Se non avessi dato retta ad alcune di loro ora non sarei qui (nel male). Fatto sta che sono qui e ho un po’ di tempo per pensarci e scriverne.

Quando sei convinta che qualcosa sia possibile, e questo è parecchio inquietante, è molto probabile che lo sia. Soltanto perché tu agisci già come lo sia, quindi non dai adito a dubbi e a tentennamenti o anche opposizione (interne o esterne) e vai incontro a ciò che tu già sai che sarà. Possibile. Semplicemente.

Stessa cosa vale per tutto quello che riteniamo impossibile. Lo è prima di tutto perché noi ne siamo convinti. Magari la Realtà o il Destino la pensano diversamente, ma non siamo disposti a credere ad altro se non alla nostra convinzione. Se per noi è impossibile, stiamo certi che impossibile sarà.

Dopo anni di realizzazioni improbabili, ma per mio credo assolutamente fattibili, ho iniziato a pensare che gran parte delle cose che avrei voluto fare e che non ho fatto hanno unicamente me come responsabile: non ero abbastanza convinta. Non ci credevo tanto da poter sentire dentro che era possibile. Che idiota.

Credo faccia parte di quell’ampio discorso sul nostro essere protagonisti della nostra stessa esistenza o solo spettatori. Spesso deleghiamo al Fato la scelta che è solo nostra. Ci convinciamo che non ce la potremo mai fare perché abbiamo una visione di noi fin troppo piccola. Nonostante un ego smisurato, beninteso. Perché una cosa è voler essere e un’altra cosa è essere consapevoli di essere.

Posso affermare con convinzione che io predico bene e razzolo male. Sto ancora qui persa nelle mie paranoie soltanto per poi ridere di me. Che – perlamordelcielo – non fa mai male, ma alla fine diventa stucchevole.

Dovrei svegliarmi. Santiddio!

 

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(870) Bello

Come un invito a sorpresa da chi non ti saresti mai aspettata. Bello come quando guardi il cielo che brilla e respiri bene e puoi sorridere. Bello come un segreto che ti viene svelato soltanto perché la vicinanza lo permette. Bello come quando ti puoi affidare a un silenzio perché è tutto già pieno e non serve altro.

Bello che puoi ricominciare a sentire. E pensavi fosse un lusso che non ti saresti più potuta permettere.

Bello il lago che ti parla col suo azzurro sempre diverso, che un po’ segue quello che ti succede dentro e puoi rimandare anche le spiegazioni. Bello quando le parole che decidono di uscire trovano ascolto anche se qualche dubbio rimane. Bello quando non conti i passi e non conti il tempo e non conti il come-dove-quanto-quando perché va tutto bene.

Bello che te ne accorgi, che riesci a gustarlo e gli permetti di depositarsi con gentilezza senza pretendere di metterci sopra altro.

Bello poterlo scrivere, perché non è ovvio che si possa fare e che non sia forzato e non sia tradotto in un linguaggio lontano che poco ha a che vedere con te.

Forse è un pezzettino di felicità.

Bello.

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(869) Pregiudizio

Parti in quarta. Prima di sapere. Prima di aver ascoltato. Prima di aver guardato. Prima di avere il tempo di farti un quadro della situazione. Parti in quarta perché quello che pensi – a prescindere, anche se non sai di che cosa si stia parlando – è più importante di tutto. Di tutti. Quello che pensi è fondamentale per farti prendere quella posizione, quella dove ti senti al sicuro e da cui non ti muoverai più. Finché morte non ti colga. 

E sai sempre cosa pensare. Anche quando le cose sono oggettivamente ingarbugliate, complicate, piene di vuoti e di angoli bui. Tu sai. Tu devi metterti al sicuro e farai di tutto per riuscirci. Temi per la tua vita, quindi sei giustificato. Tutto il resto non conta. Tu ti devi salvare.

Il fatto, brutto idiota, è che non sei in pericolo. Quello che stai facendo è metterti sopra tutto e al di là di tutti. Quello che stai facendo è dare per scontato che nessuno tranne te conti qualcosa, d’altronde chi altro al mondo può essere più importante? Tu sai prima ancora degli altri, ci vedi più lungo. A te le complicanze fanno un baffo, tu sai guardare dove c’è da guardare per sapere. Tu guardi te stesso. Tu inizi e finisci in te stesso pensandoti perfetto universo bastante. E – a dirla tutta – lo sei. Ti basti. Tu trovi piena soddisfazione in quello che ti riguarda e soltanto se qualcosa ti riguarda. Un compendio del sapere universale in un corpo solo. Sorprendente. Il tuo giudizio cade come gocce di piombo dal tuo cielo inquinato e quello che spargi sugli altri è semplicemente quello che sei: una pioggia spessa di rifiuto, di disprezzo, di violenza. Tu e il resto del mondo (quello vivo) siete separati irremediabilmente e senza possibilità di contaminazione, perché in altro modo non sopravviveresti, saresti sopraffatto dalla tua pochezza e dovresti raccontartela troppo bene per non esserne schiacciato. Manchi di creatività per raccontartela così bene, ovvio che ti devi rifugiare dietro al tuo muro di cemento armato. Bravo, così si fa. Bravo.

Il pregiudizio che, come una tagliola, trancia di netto le possibilità di espansione degli altri è la forma più malvagia e perversa messa in atto dal buon padre di famiglia (o madre di famiglia, che non si è mai sentito, ma per par condicio va scritto), che è pronto a sacrificare chiunque, ad ogni costo, pur di salvaguardare il piombo che si porta dentro. Pensandosi vivo. Eh. Auguri.

[questo post è da leggersi tenendo presente che nell’autrice non vi è un grammo di compassione per questo tipo di umanità – sì, l’autrice è proprio una brutta persona]

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(868) Disturbare

Disturbare il flusso dei pensieri di qualcuno è sempre delicato. Ti introduci senza essere invitato in una festa che non solo non è tua, ma che rovinerai con la tua presenza senza se e senza ma. In linea di massima non si fa. Poi ci sono le eccezioni. Quelle ci sono sempre, lo sappiamo.

L’attività disturbante che uno può mettere in atto in qualsiasi momento, a scapito di qualcuno e addirittura di sé stesso, se strategica porta alla vittoria, se senza discernimento porta a un calcio nel sedere. Ben meritato, aggiungerei.

Essere disturbati può attirare diverse conseguenze: perdi il filo dei pensieri (e può essere una tragedia se ti trovi dentro il flusso creativo o può essere la salvezza se ti trovi dentro un loop di disperazione), perdi la pazienza (e-che-il-cielo-abbia-pietà-di-te-oh-disturbatore!), perdi la voglia di rimettertici d’impegno nel finire quello che stavi facendo (se era un’attività che facevi malvolentieri o meno il risultato sarà diverso, ovvio).

Disturbare qualcuno funziona come atto disturbante se il disturbato si sente tale. Se non ci fa caso, il tuo disturbare perde forza, perde senso, perde valore. Sei soltanto uno che interrompe, ma che non viene preso come un maledetto scocciatore. Quindi il concetto legato al verbo “disturbare” è necessariamente legato alla percezione del disturbato.

Interessante vero? A seconda della tua percezione il mio stato cambia. Sono legato alla tua percezione per determinare se le mie intenzioni si esplicitano in positivo o negativo. Eh.

Se sei disturbato, in realtà, sei disturbato da qualcosa o da qualcuno. E non è detto che quel qualcosa o quel qualcuno stiano fuori da te. Potrebbero essere dentro la tua testa e basta. E qui si apre un mondo, vero?

Non so perché stasera ho affrontato questo pensiero. Forse sono stata disturbata mentre elucubravo su altro. Un flusso creativo interrotto è disturbante, non si fa, bisogna evitarlo a tutti i costi. Quello che per grazia ti aveva avvicinato se ne andrà per sempre e senza neppure far rumore. Un doloroso abbandono.

State lontani dai disturbatori di flussi creativi. O imparate a dare testate a chi se le merita. Io vi ho avvertito.

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