(466) Quiete

Un’aspirazione più che una possibilità. Quello stato d’animo che ti fa dire “massì, va bene così”, senza morderti le labbra, senza sospirare, senza bisogno di voltare il viso per non far trapelare l’amarezza. Ecco, quella cosa lì mi piacerebbe. Certe persone possono, sanno, io no. Il mio vabenecosì è amaro, è umiliato, è triste. Peggio di quello cantato da Vasco, peggio. Ma si può? Eh, sì.

E a vent’anni non ci avrei creduto che finivo così, ma poi le cose sono precipitate. Certo che la vita ti impone un fantastilione di vabenecosì, ma bisognerebbe anche che ti desse modo di digerirli meglio. Ma come si fa? Non lo so.

La mia quiete nasconde la tempesta, non la precede e non la segue, l’accompagna. La mia quiete alimenta un fuoco, una fame, un’ambizione che si fa presto a dire vabenecosì, non va proprio bene così. Perché il fuoco ti brucia lo stomaco, la fame ti sgomenta il cervello, l’ambizione fa di te un fantoccio. Non va proprio bene così. Andrebbe bene, invece, la tranquilla accettazione, la sorridente arrendevolezza di chi non cerca altro. Andrebbe bene sedersi senza far ballare le ginocchia come se stessi morendo dal freddo. Andrebbe bene guardare l’oggi e respirarne il sollievo senza la tachicardica angoscia che strozza la voce. Andrebbe bene anche soltanto darsi un tempo, breve, per godersi il fatto di esistere – in qualche modo, con alti e bassi, senza illusioni.

La quiete, quella autentica, ti rincuora da tutto. Ti ripaga di tutto. Credo, però, sia troppo tardi per me: ho conosciuto il fuoco, la fame, la febbre. Che non si dimenticano, che non si lasciano. La quiete è seduta laggiù e mi guarda sorridendo: “Vabenecosì,” sembra dire, “vabenecosì”.

Le devo credere?

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(333) Ballerina

Sognavo di fare la ballerina da piccola. Nessuna possibilità, mi è stato detto. Allora, da adolescente mi sono data al sogno di diventare una cantante rock. Anche questo è stato ben calpestato e ridotto in brandelli e da quel momento ho smesso di sognare di essere e ho iniziato a fare.

Ho iniziato a scrivere, ma senza altri scopi se non quello di scrivere. Finché ho pensato che scrivere potesse essere un modo per guadagnarmi da vivere. E sono trascorsi 30 anni da allora, così tanti da farmi venire le vertigini, ma io ora sto scrivendo guadagnandomi il pane e così la mia storia ha trovato un senso.

Negli anni ho continuato a ballare e ho continuato a cantare, non su un palco, ma nel mio privato (più o meno). Il mondo non sente di certo la mancanza di una ballerina mancata e di una rock star illusa, il mondo non ha perso nulla e non me ne farà una colpa – forse me ne è grato.

Il mondo non ha neppure bisogno di una scrittrice in più, me ne rendo conto, ma da qualche parte dovrò pure stare. Ho deciso che resto qui e scrivo.

Fattelo andare bene lo stesso, mondo, prometto che non ti darò fastidio.

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