(842) Virus

Agenti patogeni cattivi. E qui giù di lista. Nomi e cognomi, codici fiscali e cellulari. Ognuno di noi può fare la sua cernita e ognuno di noi potrebbe motivarne la scelta con dettagliate descrizioni. Il mondo è pieno di virus, d’altro canto. 

Ma siamo pazzi a vivere?!?

Riprendiamo il controllo: nel mondo ci sono i virus. Son cattivi, sì. Certi virus sono letali, senza dubbio. Sono i soli abitatori dell’universo? No. C’è spazio per tutti? Sì. Finché i virus te lo permettono. Ovviamente.

Va meglio? Ti viene più voglia di tener duro e continuare a vivere? ‘nsomma.

Ok, rifacciamo daccapo: nel mondo ci sono un sacco di esseri che vivono. Tra questi ci sono anche i virus. Sono agenti patogeni cattivi, a volte possono essere letali. L’uomo ha imparato a difendersi da alcuni di loro piuttosto bene, da altri meno bene, da altri ancora per niente. Ma ci stiamo provando. Perché a noi uomini piace vivere e piace vivere da sani il più a lungo possibile. Certo che può capitare che un virus si insinui in noi pensando di avere la meglio, ma appena ce ne accorgiamo sappiamo che dobbiamo attivarci per fare qualcosa. Dobbiamo chiedere aiuto quando la situazione si fa davvero seria, ovvio. E se lottiamo credendoci, se abbiamo un colpo di culo e trovare la cura giusta, se siamo abbastanza forti da tenere botta alle conseguenze della cura, se non si inceppa nulla durante il percorso… ce la possiamo cavare.

Molto meglio, vero? Sì, non perfetto, ma meglio.

Potrei continuare così fino a rasentare la perfezione, ma state tranquilli non lo farò. Questo esercizio l’ho pensato soltanto per rendere evidente il fatto che se tu vuoi suscitare una precisa reazione nelle persone che si interfacciano con te, basta che tu sappia utilizzare regole basiche di storytelling e ti trasformi nel pifferaio magico. Non serve essere un genio, basta saperla raccontare. Ormai il saperla-raccontare è diventato un virus, iniettatoci da emeriti trogloditi, che si insinua nel nostro cerebro annichilendo il minimo di buonsenso rimastoci. Neppure intelligenti, soltanto trogloditi che te la sanno raccontare bene. Ma neppure tanto tanto bene, soltanto un po’. Quel po’ che serve a ottenere un voto per arrivare alla poltrona. Basta un niente, davvero.

La cura a questo virus letale? La sostanza. Pretendere la sostanza da parte di questi trogloditi li farà retrocedere. La sostanza però non significa intascarsi qualche euro al mese per farsi la vita più facile. Bastasse quello sarebbe davvero facile, ci vuole un altro tipo di sostanza, quella che fa capo al pensiero laterale. Quella che ti allarga la mente, non quella che te la mette in naftalina.

Devo ricominciare daccapo o ci arrendiamo all’evidenza che siamo stati tutti infettati?

Eddai!

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(829) Bosco

C’è chi pensa che nel bosco si possa trovare soltanto il lupo e qualche fungo. Questa visione ristretta della faccenda non ha nulla a che vedere con lo storytelling, ovviamente. La cosa che impariamo vivendo, è che nel nostro personale bosco mentale ci possiamo mettere quel diavolo che ci pare e piace e le cose – udite udite! – possono comunque funzionare.

L’importante è che certe cose che nel nostro bosco hanno una loro ragione d’essere, ci rimangano lì dentro per sempre. Non è sano far uscire dal bosco tutto quello che ci abbiamo messo dentro, bisognerebbe tenerlo presente.

E non sto parlando soltanto delle perversioni e delle brutte cose – nel bosco le brutte cose proliferano, lo sappiamo – ma anche delle cose belle. Anche i fiorellini di Cappuccetto Rosso devono rimanere lì e non andarsene a spasso nel nostro giardino. Perché? Perché il bosco è finzione, la realtà è altro. Nel bosco tutto è di più: più luminoso e più oscuro, più intenso e più tormentoso, più accattivante e più ributtante. I colori sono diversi, i suoni, i sapori, gli odori… tutto è di più dentro al bosco. Fuori c’è la realtà.

La realtà ha momenti spettacolari, verissimo, ma il più delle volte ha colori sbiaditi e tempi sbagliati (troppo lenti o troppo veloci) e modi sbagliati. Sbagliati perché castranti. Castranti perché ti bloccano il sogno. Ti inibiscono l’immaginazione. Ti fanno venire una voglia maledetta di buttarti dentro il tuo dannato bosco e restarci per sempre.

Ecco, la realtà non ti coccola, non ti asseconda, non ti rassicura. Ti dà quel che ti deve dare e non ti chiede se gradiresti – forse – altro. Se ne frega.

Il trick, però, che può farti risultare la realtà meno mostruosa sta nel prendere una parte del tuo bosco – quella meno strong, tanto per intenderci – e inserirla di tanto in tanto nel contesto adatto. Quando ci vediamo un film, o leggiamo un libro, o ascoltiamo musica, o balliamo senza che nessuno ci guardi, o cuciniamo assorti nei nostri pensieri, o ci dedichiamo al giardinaggio, al bricolage, alle passeggiate, al bungee jumping… ecco, così.

Non sempre, di tanto in tanto. Non necessariamente in compagnia, anzi meglio se da soli. Non per staccarci dalla realtà, ma per assaporare il mondo con una diversa profondità, come se non fosse tutto racchiuso in quel che c’è o non c’è. Il nostro bosco ha piccole parti di concretezza disarmante, solo che nessuno ne potrebbe indovinare l’esistenza. Nessuno le può vedere. Tranne noi, ovviamente. Tranne noi.

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(763) Scalinata

Anche senza pretendere di essere Wanda Osiris (ma quanto sono vecchia per ricordarmi questa signora?!) le scalinate mi sono sempre risultate un po’ ostiche. Sia a scenderle che a salirle. Per scenderle devo sperare che i miei occhi non si incrocino facendomi vedere doppio, per salirle devo augurarmi che le mie ginocchia non vogliano abbandonarmi proprio in quel mentre. In poche parole: detesto le scale. 

Un paio d’anni fa son volata come si fa al Cirque du Soleil e ancora mi porto addosso le conseguenze (no, non ho sbattuto la testa ma quasi). Tanto per andare sul concreto e convincervi della mia posizione: le scalinate mi son nemiche.

Per assurdo, però, mi piace guardarle. Soprattutto dal basso, perché salire sarà anche più faticoso, ma scendere non porta proprio benissimo (a mio modesto avviso). Questo discorso a dir poco idiota lo sto facendo per motivi che mi sono oscuri, ma non sempre so di pensare quello che sto pensando, a meno che non mi metta a scriverlo. Averlo scritto fa la differenza.

Forse tutto m’è partito dal fatto che oggi ho potuto condividere con i miei colleghi la magia dello storytelling e che questa sia arrivata dritta a loro senza bisogno di spiegazioni. Mi sono sentita come se avessi fatto la scalinata in salita – cercando di mantenere ritmo e concentrazione – e poi una discesa a piedi veloci e occhi fermi finché non sono arrivata in fondo. Una bella sensazione. Mai provata prima. Speravo arrivasse questo momento, è arrivato e… bene.

Bene perché mordere sempre il freno mi ha quasi spaccato la mandibola. Bene perché parlare a metà è peggio che non parlare affatto. Bene perché c’è solitudine nella scrittura, ma fino a un certo punto. Bene perché sono decenni che faccio scale in salita e che poi scivolo giù senza quasi toccare un gradino frantumandomi l’amor proprio. Bene, davvero bene.

Forse sono solo una patetica donnetta, ma tanto vale esserlo fino in fondo. L’ho già detto che le cose a metà fanno più danno che giovamento, no?

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