(834) Gregge

Fare i bastian contrari a prescindere è idiota. Se lo fai con un certo criterio e ragioni solide ne possiamo parlare, ma se scopro che i tuoi bla-bla-bla sono aria fritta che mi spari in faccia perché ti pensi originale, bé… ti becchi quel che ti meriti. Scappa che è meglio.

Il gregge ha un suo perché: da soli si è più vulnerabili, insieme si fa massa difficilmente attaccabile. Nel gregge i bastian contrari danno fastidio. Punto.

Il gregge viene guidato da un pastore che ha il compito di prendersi cura di tutte le pecorelle – lo so cosa state pensando, ma non è un discorso religioso. Significa che qualcuno che non è una pecora si prende carico di tutte le pecore e fa in modo che vivano onorevolmente finché si può (to be continued).

Il gregge nel suo interno contiene teste matte e teste ordinarie, non è che tutte le pecore sono uguali. Eppure un certo equilibrio lo trovano. Sono piuttosto intelligenti le pecore, hanno comunque un ego per nulla ingombrante. In poche parole: il gregge è il gregge, le pecore sono pecore. Noi, credo, possiamo ambire ad altro. Credo.

Se da soli, noi uomini, siamo comunque più vulnerabili è pur vero che fare massa soltanto per non essere attaccati è da vigliacchi.

Scegliersi un pastore che non diventi il tuo carnefice, inoltre, potrebbe essere cosa alla nostra portata, basta far girare un po’ i neuroni e una alternativa la si trova.

Certe teste matte potrebbero pure restare matte se la smettessero di esserlo a spese delle altre teste. Neppure noi uomini siamo tutti uguali, non siamo costretti a sceglierci un gregge, possiamo imparare a autoproteggerci senza essere costretti a consegnarci a un padrone. No, non siamo pecore.

Resta il fatto che essere uomini comporta un certo rischio, una certa fatica, un certo marasma d’animo e che una pecora se la vive in modo decisamente più sereno. Vorrei ricordare però che le pecore vengono macellate e deprivate del loro manto. Ergo: a ognuno la sua croce.

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(823) Puntine

Siamo arrivati a quel punto dell’anno (la fine) dedicato al tirare le somme. Davanti a me ho – proprio fisicamente – un pannello di polistirolo bianco e in mano una bella quantità di puntine. Andrò nelle prossime righe a scrivere tutte le cose che le puntine fisseranno sul pannello (che è il mio 2018). Siamo pronti? Via!

Il buono del mio 2018:

  • la mia famiglia
  • i miei amici
  • il mio lavoro
  • la mia salute (che sto recuperando)
  • il mio amor proprio (che sto recuperando)
  • la mia voglia di scoprire, conoscere, imparare (che non si ferma mai)
  • i miei progetti (ben lungi dall’essersi esauriti)
  • le mie sconfitte e le mie piccole vittorie
  • il mio esserci senza sconti (croce e delizia di chi mi sta attorno)

Tutto questo è il malloppo che nel 2018 ho mantenuto e accresciuto e che sono intenzionata a portarmi anche nel 2019. Perché è facile dire ora che l’anno appena trascorso è stato un delirio – e lo è stato senza il minimo dubbio –  bisognerebbe anche avere il coraggio di nominare il delirio pezzo dopo pezzo per capire se ne è valsa la pena. Direi, nel mio caso, sì. La fatica, le incazzature, i buchi nell’acqua, gli scivoloni, le botte in testa e quelle all’orgoglio, le cantonate, le speranze spezzate, le illusioni polverizzate: ne valeva la pena.

E non è che adesso io pensi che il 2019 sarà tanto diverso dal suo predecessore… ne sarà la giusta conseguenza: una serie di cunette, muri, precipizi a non finire. Perché è sempre stato così per me e sto iniziando a pensare che è così per tutti, quindi perché lamentarsi?

La cosa migliore di quest’anno, che ormai è quello vecchio, è che ha saputo cambiarmi. A differenza di altri suoi colleghi, che in passato ci hanno provato – santocielo se ci hanno provato – ma che hanno anche fallito miseramente, questo 2018 mi ha messa davanti a me stessa e mi ha urlato: “Ti svegli o no?!”. Ecco, non sarà stato molto carino, né tantomeno gentile, ma l’ho trovato appropriato e del tutto efficace. Pur di farlo smettere di gridare come un ossesso ho iniziato a fare in modo diverso, addirittura a pensarmi in modo diverso da come mi pensavo. Ho proprio provato a pensare di me qualcosa d’altro. Non necessariamente migliore, ma ho varcato certi confini che prima neppure vedevo. Non so come spiegarlo, so che ha funzionato. Ho cambiato idea su me stessa. Già a scriverlo mi fa paura, accorgermi che è la pura verità mi fa tremare le gambe. E adesso come farò?

Boh. Sono certa che il 2019 avrà le risposte che merito. E si salvi chi può!

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(443) Applauso

Certe volte mi farei un applauso. No, non sono ancora arrivata a farmelo davvero – il clap-clap di mani, intendo – ma nella mia testa certe volte l’applauso è scoppiato, lo ammetto. In un paio di occasioni una vera standing ovation, e di notevole durata. 

Quando dico esattamente quello che penso, con chiarezza fulminante, senza paura delle conseguenze. Quando si avvera una previsione fatta sulla base del mio “sentire” di pancia. Quando vedo del bene dove si fa fatica e alla fine il bene si palesa. Quando non faccio calcoli, non faccio pensieri, mi butto e basta e l’esperienza mi rende migliore. Quando non mando a quel paese chi se lo merita, e non perché io sia buona, ma perché non m’importa di far valere il mio ego ferito. Quando – nonostante me ne renda conto – tengo botta e vado fino in fondo per prendermi la fregatura che avevo intuito, perché solo così poi posso buttarmela alle spalle. Quando dico no, anche se vorrei dire sì. Quando dico sì, anche se non sarà facile né comodo né indolore, ma so che è giusto dirlo e non mi tiro indietro. Quando vado oltre la mia pigrizia, lo scazzo, e faccio – semplicemente faccio.

L’applauso serve a darmi coraggio, serve come anticipo d’energia per le batoste che ancora mi aspettano, serve a dirmi “brava, ci sei” perché non mi sento mai brava e penso sempre che esserci sia più una croce che una delizia.

Non è che dopo l’applauso mi senta Wonder Woman, intendiamoci, ma mi fa stringere i denti ancora per un po’ e di po’ in po’ la vita mi si compie tra le mani, illuminandosi sotto i miei passi come le piastrelle del video Billie Jean di Michael Jackson. Con il clap-clap tengo il ritmo, e mi piace perché so che la musica non dura per sempre e le canzoni troppo lunghe non piacciono a nessuno. Almeno non a me.

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF