(491) Perfezione

Ci sono stata sempre così lontana che manco m’è mai passato per la testa di poterla raggiungere, un giorno e per un qualsiasi motivo, per qualcosa che mi riguardasse. La perfezione è sempre quella degli altri, così sono stata cresciuta. Mi si chiedeva in realtà di fare del mio meglio, ma non mi si pensava particolarmente dotata di alcuna capacità sorprendente. Da un lato questo non era di grande stimolo per diventare migliore – e qui la mia testardaggine e la mia ambizione han fatto tutto – ma dall’altro non sono mai stata messa sotto pressione per arrivare chissà dove. La medaglia ha sempre due facce, meglio guardarsi quella più comoda, quella che ti permette di sopravvivere, giusto?

Quando guardo gli altri non cerco la perfezione, non la pretendo, non me l’aspetto, ma quando la incontro la so riconoscere perché – anche se mai totale – emana comunque bella luce. Il mio perdonarmi per non poter ambire alla perfezione mi permette di perdonare doppiamente il mio prossimo per esserci vicino ma non troppo. La mente umana è affascinante – la mia un tantino patetica, ma affascinante lo stesso (almeno lo è per me).

La questione si chiude qui per quanto mi riguarda, ma sto valutando che la mia prigione non è migliore di quell’altra. Essere ingabbiata nella convinzione di essere sempre troppo imperfetta è un fastidio. Mi auguro sempre di svegliarmi una mattina e di trovare un altro modo di considerare queste sbarre, ma ancora non è arrivato, almeno sembra.

Per stasera deposito tutto qui e me ne vado a letto, forse sognerò di esserlo stata – perfetta – in una vita che mi sono lasciata alle spalle e di cui non ricordo il nome.

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(490) Giostra

Da ragazzina amavo le giostre, soprattutto il calci-in-culo e il tagadà. Quando ero proprio piccola andavo sul brucomela con mia sorella e nostra nonna, quella che rideva più forti di tutti era proprio la nonna (uno dei ricordi più belli che ho). Ora girare intorno mi dà sui nervi, non ci trovo uno scopo e senza un fine la mia capacità di divertimento si riduce a zero. Lo trovo orribile, ho perso la capacità di divertirmi soltanto per il gusto di divertirmi. Che brutta cosa, cavoli.

Il punto di questo mio Giorno Così, però, è un altro: fare le cose tanto per fare è una grandissima e stupidissima perdita di tempo. Fallo perché ti diverte, fallo perché ti interessa, fallo perché ti piace, fallo perché ti fa guadagnare soldi, fallo perché ti fa sentire vivo, fallo perché ti fa arrivare a qualcosa di meglio… insomma, fallo per un motivo, non così ad minchiam. Se devi occupare il tempo e basta, dormi… che di ore di sonno difettiamo tutti, santiddddddio!

Girare in tondo in giostra lo fai quando hai tanto tanto tempo davanti a te, quando ti sembra che vivrai per sempre, oppure quando quella gioia non la troveresti da nessun’altra parte. Insomma, bisognerebbe pensarci, farci caso, domandarsi davvero il perché delle cose. Si rischia di girare in giostra convinti di volerlo fare, di divertirsi e alla fine non combinare nulla di meglio soltanto perché non ci siamo mai chiesti un semplice e stramaledetto perché.

Va bene, sto diventando vecchia e acida, me ne rendo conto, ma i perché danno profondità al nostro vivere le poche ore che abbiamo a disposizione… perché toglierci questo privilegio vivendo zombizzati? Perché?

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(489) Estrosità

La mia estrosità è subdola, è poco evidente… perfino a me stessa. Non me ne accorgo finché non mi confronto con il resto del mondo, allora sì che diventa chiara e spiazzante.

Non c’è da stupirsi, un punto di vista soggettivo è sempre parziale, ma adottarne uno oggettivo a prescindere è faticoso fuor di misura e lo fai soltanto quando ce n’è davvero bisogno. Ecco perché tendo a essere stramaledettamente soggettiva e mi vivo la mia estrosità senza troppe menate. Non ci do peso e spero sempre che anche gli altri facciano altrettanto – non sono pericolosa, sono solo stramba!

Ovviamente, non avviene spesso, prima o poi me lo si fa notare. Cosa fastidiosa, perché io con le eccentricità degli altri mica lo faccio, è perlomeno ineducato, è segno di mancata delicatezza!

Eppure sto lì e mi becco quel che mi devo beccare, a volte sorrido – perché l’autoironia è sempre LA salvezza, altre volte arrossisco, altre impallidisco, altre rispondo per le rime. Mi sento meglio quando rispondo con sarcasmo, ho più soddisfazione, ma raramente me lo permetto ed è un peccato.

Tutto questo per dire che l’essere estrosa è una caratteristica che giace in me senza bisogno di estrinsecarsi in fuochi d’artificio, eppure non viene perdonata da chi mi percepisce come un pericolo, un destabilizzatore minaccioso per il loro equilibrio mentale. Mi fa piuttosto ridere, ma per quanto assurdo possa essere – e lo è eccome, se lo considerassi un mio ennesimo superpotere sarei pronta a conquistare il mondo!

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(488) Mimetismo

Ho trascorso lunghissimi anni mimetizzata nell’ambiente in cui ero immersa. Ho cambiato centinaia di lavori, ho affrontato situazioni che mi parevano – e forse lo erano – assurde, ho incontrato gente, stretto mani, sorriso quando non volevo sorridere, fatto finta che quello che c’era mi andava bene mentre avrei voluto urlare e spaccare tutto.

Si chiama sopravvivenza. Chi l’ha praticata conosce bene i motivi, conosce bene le paure, conosce bene i pericoli, conosce bene le conseguenze. Non ci si mimetizza per mentire, ma per non essere visti. Ci si nasconde non perché abbiamo qualcosa da nascondere, ma per non attirare l’attenzione. Sappiamo che possiamo essere colpiti, sappiamo che saremo colpiti perché non siamo uguali agli altri. Né peggio, né meglio. Solo diversi per pensieri, bisogni, ambizioni.

L’Arte del Mimetismo mette in gioco la capacità di osservazione e di analisi, si acquistano colori che son nati per essere cambiati, a ogni passaggio. Mentre li indossi, quei colori, provi se davvero fanno per te – nel qual caso te li terresti volentieri – o se invece non sono i tuoi. Se non li indossi come puoi giudicare? Se passi oltre, per scelta, significa che ne devi provare altri, ancora non sei arrivato a destinazione. Così via, finché non trovi casa. Non c’è doppiezza in questo, c’è coraggio.

Il mio mimetizzarmi è durato sempre pochissimo, ma davvero pochissimo: a volte pochi mesi, a volte tre/quattro anni al massimo. Indossavo i colori, cercavo di capire se in quell’ambiente avrei potuto vivere e crescere e appena mi si palesava l’evidenza andavo oltre. Altri colori, altra esperienza. Con coraggio, sì, e con il bisogno di essere autentica con me stessa. Nonostante tutto.

Chi si mimetizza in malafede, per avvelenare, per depredare, per distruggere l’ambiente che lo accoglie, non pratica l’Arte del Mimetismo, è semplicemente un bastardo e tale resterà con ogni colore che deciderà di indossare. Anche fosse il colore giusto per lui.

 

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(487) Onore

Come molte parole contenitori di importanti, se non fondamentali, valori umani, anche “onore” è stata depredata e ridotta a una cosa da nulla o addirittura una cosa sporca, cosa di CasaNostra. Spaventoso. Se svuoti le parole migliori del loro significato, svuoti l’anima dell’uomo che trova nelle parole la traduzione del proprio sentire.

Credo fortemente nel decoro della persona, che è onore, nella dignità, che è anch’esso onore. Sono sinonimi, i sinonimi possono aiutarci a riportare le cose nella giusta prospettiva ecco perché mi piacciono.

A un certo punto della propria crescita personale si inizia ad avere un’idea – dapprima abbozzata e poi sempre più precisa – del tipo di persona che si vuol diventare. Non sto parlando di che lavoro fare, di chi vuoi sposare (se ti vuoi sposare), di quanti figli vuoi (se li vuoi dei figli, mica è obbligatorio) e via di questo passo, sto parlando di una questione intima, di una decisione che riguarda solo te e che dal momento che la inquadri bene e la indossi, tu sai se le stai rendendo onore oppure no. Nessuno può giudicarti meglio di te stesso, in tutto quello che fai e che pensi. Nessuno può. Se tu te lo eviti, allora significa che la persona che hai deciso di diventare è una persona che poco lotta, poco cresce, poco sceglie liberamente e poco vale.

Sono contenta di essere cresciuta in una famiglia dove mi si sono palesate per bene le diverse conseguenze di ogni scelta: ho conosciuto chi ha saputo essere dignitoso e chi no. Ho imparato sia dall’uno che dall’altro, ho deciso con i modelli davanti agli occhi a chi volevo assomigliare. Ho scelto bene, ma non ho scelto la via più facile. Cos’ha significato per me? Tutto. Ogni passo è stato segnato da quella mia scelta, ogni passo fino a ora. Non me ne sono mai pentita, mai.

In questi giorni ho fatto un altro passo, segnato più fortemente che mai da quella mia scelta originaria. I dubbi che prima si accompagnavano a me per mettermi alla gogna, ridendo dei miei mancati goals, si sono zittiti. Per questa volta, ho agito senza tremare, senza pensare che forse stavo sbagliando. Forse perché mi sono stancata di guardare a me stessa come se fossi sempre sbagliata. O forse, prima o poi, anche i dubbi si prendono una vacanza.

Non lo so. So che per me un no è sempre un no, un sì è sempre un sì, ed entrambi hanno i loro solidi perché. Adesso come adesso, i miei perché sono indistruttibili.

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(486) Lucchetto

Certe cose vanno lucchettate (trad. chiuse con il lucchetto). Il diario segreto, la bicicletta parcheggiata, il cancelletto che se rimane aperto fa entrare il cane della vicina nel tuo giardino e fa la pelle ai tuoi gatti, la bocca quando parla troppo invece di tacere.

A dirla tutta, non ho mai dovuto chiudere con il lucchetto il mio diario segreto perché in famiglia ognuno si è sempre fatto rispettosamente i fatti suoi e non i miei; nessuno ha mai tentato di fregarmi la bici, ma il motorino me l’hanno fottuto proprio nel giardino dei miei zii e avrei davvero dovuto mettere la catena e il lucchetto alle ruote – maledetta me! – invece il cancelletto prima o poi lo chiudo davvero e per sempre, ci faccio un muretto di cemento armato così la vicina la smette di dimenticarselo aperto. Per quanto riguarda la mia bocca, qui è tutta un’altra storia.

Dovrei. Lo so, dovrei davvero tenere la bocca chiusa. Dovrei farlo almeno per la metà delle volte che la apro per parlare, dovrei fermarmi un secondo prima e stare zitta. Dovrei.

Non lo faccio, voglio dire che riesco a stare zitta soltanto per un misero 10% delle volte che dovrei e per il 90% mi affido ai Santi in Paradiso e non va sempre bene. Anzi.

Esempio: sto parlando con qualcuno e questo qualcuno dice una stronzata. Una di quelle che non sanno nulla di logica, di buon senso, di educazione, di nulla. Una di quelle che tutti riconoscono come bestialità, anche chi non le sta ascoltando. Ecco, per il 10% delle volte me ne vado, e le restanti apro bocca e dico la mia. Non risolvo niente, non arrivo a niente, non sono utile neppure a me stessa, eppure apro bocca e dico la mia.

Credo di essere un caso estremo di autoboicottaggio, oppure sono del tutto idiota, ancora non l’ho capito. So soltanto che la questione rimane: devo imparare a chiudere la bocca.

Un bel tacer non fu mai scritto… Eh!

 

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(485) Intrecciare

Mi piacciono i capelli lunghi per tutti quegli intrecci che si possono inventare per creare acconciature spettacolari. Ho i capelli lunghi, non me li faccio mai intrecciare da nessuno perché odio che mi si tocchino i capelli – ma io non faccio testo e rimango dell’idea che intrecciare i capelli sia un’arte incantevole.

Intrecciare le vicende di una storia è pane per i miei denti – evviva i luoghi comuni! – e in questo caso è un’arte che pratico tanto e volentieri perché sono convinta che prima o poi diventerò brava, talmente brava da incantare tutti.

Intrecciare relazioni umane mi viene bene a fasi alterne, alle volte me lo potrei proprio evitare, ma con gli anni ho capito un paio di cosette utili e i miei intrecci sono meno rischiosi e meno definitivi di un tempo. In questo caso sto diventando proprio brava, sempre più eremita, ma proprio brava.

Intrecciare le cose della vita è qualcosa che faccio mio malgrado, solo perché le cose della vita mi capitano tra le mani e tra i piedi e in un modo o nell’altro qualcosa mi devo inventare altrimenti qui non si va avanti. Ho il sospetto che così fanno tutti, ma ho anche la certezza che c’è chi lo fa ben meglio di me, talmente bene che io nonostante l’impegno e l’allenamento non riuscirò mai a raggiungere certi livelli di sapienza. Me ne farò una ragione.

Tutto questo per far presente a me stessa che il fatto che non mi taglio i capelli da un paio d’anni è ridicolo. Faccio pratica d’intreccio ogni giorno, in diversi ambiti, e se mi accorcio un po’ la chioma non succede niente. Ecco.

 

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(484) Gomito

Una curva a gomito è pericolosa, sempre. Viene segnalata, di solito, e far finta di non aver notato la segnaletica non è cosa intelligente – l’ho imparato appena presa la patente, un secolo fa.

Alzare il gomito può essere divertente, se reggi l’alcool in modo decoroso, altrimenti attenta che la gente che ti sta attorno non abbia stramaledette macchine fotografiche pronte a immortalare quel che fai da sbronza. Ora è ancora più pericoloso perché ci sono gli smartphones e grazie al cielo ho imparato la lezione verso i venticinque anni e non me la sono più dimenticata.

Il gomito del tennista è un fastidio di cui sono stata vittima alcune volte e non perché io sia una tennista. Questo significa che questa infiammazione ai tendini ha un nome fuorviante e che non guarda in faccia nessuno. E non voglio parlare della borsite del gomito perché andiamo troppo sul medico.

Lavorare gomito a gomito con qualcuno è la quotidianità per me, non mi dispiace, anche se ho imparato che conviene scegliersi bene i colleghi con cui sei obbligata a lavorare a stretto contatto. Al momento sono fortunata.

Confesso, però, che non ho mai dato alcuna importanza ai miei gomiti. Voglio dire, avrei dovuto, loro di tanto in tanto si sono palesati con dolori piuttosto invadenti, ma non ho mai voluto dargli la dignità che hanno. In fin dei conti tengono attaccate le mie braccia e, voglio dire, chi altro lo farebbe?

Da un paio d’ore mi sto concentrando su una cartina dettagliata del corpo umano e sto tenendo conto di tutte le parti del mio corpo di cui ho sempre ignorato l’importanza. Mi sento in colpa, e a ragion veduta, mi sembra incredibile che io sia a conoscenza di avere un corpo. Ma come sono messa?

Va bene, prendiamo questo come l’anno 0. Da qui non può che andare meglio.

 

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(483) Tesoro

Una parola che mi piace è proprio: tesoro. Se pronunciata alla Gollum – il mio tessssssorooo – mi piace ancora di più, perché a forza di dirla una parola perde il nervo e invece quando ne enfatizzi il suono si riprende il potere che aveva all’inizio. Quindi dire di qualcosa che è il mio tesssssorooo mi fa sorridere.

Dico tesoro molto di rado, solo a particolari persone a cui voglio molto bene, un paio di amici in tutto. Non che ad altri amici io non voglia bene, ma a questi due amici m’è venuto naturale chiamarli tesoro a un certo punto e di tanto in tanto li chiamo così.

C’è un’altra parola, invece, che detesto con tutta me stessa. Un odio viscerale, che mi parte dal piloro (probabilmente) e che quando la sento mi fa trasformare in Hulk: cara/caro. Aggettivo che se viene accostato alla mia persona – soprattutto quando il nome di battesimo si omette – mi fa diventare pericolosa. In quell’istante so, anzi SO, che quella persona non è sincera nei miei confronti. Lo SO, senza ombra di dubbio, senza se e senza ma: lo SO.

Se mi chiami tesoro, con tutte le sfumature possibili e probabili, non penso che mi consideri davvero un tesoro, ma ti concedo il beneficio del dubbio. Se mi chiami cara, no. Niente beneficio, nessuna pietà.

Non ricordo se sia sempre stato così o se a un certo punto le cose siano cambiate e il cara mi sia diventato insopportabilmente odioso, non lo so. Quindi non posso ricondurre questo mio sentire a un episodio, a una persona in particolare. Eppure SO.

“Così una cara persona” è soltanto un modo per dire “Poverina/o”, è un’esternazione stucchevole, pietosa, viscida, nauseante. Dimmi “stronza” e ti porto più rispetto, diamine!

Tesoro, invece, ha in sé misteriosi sentimenti da scoprire. Tesoro è qualcosa che riconosci come prezioso, che sei disposto a proteggere a costo della tua vita, capito? Quindi a tutti quelli che lo usano in senso ironico, va tagliata la testa. Subito!

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(482) Kazoo

Il kazoo è uno strumento musicale, non ci devi soffiare dentro – così non funziona, non è un’armonica – devi fare mmmmmmmmmm con la voce, in questo modo canti attraverso questo tubo che ha una membrana che vibra alla vibrazione del suono che parte dalla tua gola. Semplice.

Il kazoo è uno strumento musicale, ma non per me. Per me è una cavolata, del tutto inutile e addirittura fastidioso perché va a distorcere il suono di una voce per renderla qualcosa di simile ma peggiore. Ascoltare un pezzo storpiato con il kazoo per me è un’agonia, spaccherei tutto, specialmente la faccia di chi lo usa pensando che sia una figata.

Che sia definito uno strumento musicale, che sia usato – in rarissimi casi – in modo anche dignitoso, che sia considerato da tanti una figata, non mi basta. Non mi convince, non mi tange minimamente. Rimango della mia idea: detesto il kazoo per le ragioni sopra descritte.

Questo per dire che se riesco a essere così affermativa, chiara e spietata nei confronti di un innocuo kazoo – che tra l’altro nulla mi ha fatto (mi era stato regalato da bambina e io l’ho usato per qualche settimana per rompere i timpani a chiunque mi si avvicinasse) – immaginarsi come mi posso trasformare quando qualcuno cerca di convincermi che una piccola e sgualcita ideuzza (copiata e sminuzzata malamente) sia una genialata.

No, davvero, prova a convincermi che quella cosa lì sia un’idea, prova, dai. Provaci con tutte le tue forze, mettici il cuore, dai. Ti faccio a pezzi senza pietà. Quant’è vero che odio i kazoo, non hai scampo.

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(481) Salvagente

Non so se ci si pensa abbastanza seriamente, in generale, ma credo che dovremmo farlo. Tutti dovrebbero riflettere su che cosa ci fa restare a galla. Cos’è che non ci fa piombare a fondo quando tutto ci viene a mancare?

Se riuscissimo a individuare quella cosa che ha il potere di farci stare su, nonostante ci venga a mancare anche la voglia o la forza per stare su, avremmo la chiave della serenità. Quella cosa lì penserà a me quando neppure io sarò in grado di pensarci. Cambierebbe tutto.

Se guardiamo a quello che abbiamo da quest’ottica, scopriremmo di poter fare a meno dell’80% delle cose che ci circondano – e che erroneamente consideriamo vitali – e concentreremmo le nostre energie su quel 20% che resta e che ha la forza e il potere di farci da salvagente quando la vita si storta.

Ho provato a fare una lista, è una lista breve – spaventosamente breve – e non si tratta di cose bensì di persone. Sorprendentemente, però, in cima alla lista c’è una cosa che fa parte di una persona e quella persona sono io e quella cosa è il mio cervello. Cervello comune, niente di che, ma collegato a un cuore – nella norma, niente di che – e a un “sentire” che vuol dire tutto e al contempo niente, ma che sostiene il resto in modo onorevole.

Tutte le scelte che ho fatto partono da questo presupposto, questo salvagente personale che ha sempre fatto il proprio dovere, in qualsiasi situazione e con tutti i mezzi che aveva a disposizione. Restare a galla ti dà la possibilità di continuare a respirare. Non ho nient’altro da aggiungere.

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(480) Zanzare

Sono zanzare tutti gli atroci fastidi che ti saltano addosso mentre tu ti stai godendo un angolo di santapace che hai costruito con pazienza e amore e che ti auguri possa farti bene. Sai che sarà breve, che sarà solo un blando tentativo di riposo, metti pure in conto che al telefono dovrai rispondere se proprio è urgente… eppure ti illudi sempre, SEMPRE, che le zanzare ti ignoreranno per quei tre minuti tre in cui ti ritiri in te stesso.

Ti sbagli.

Le zanzare annusano il tuo intento da lontano, anche fossero su Plutone lo sentirebbero forte e chiaro e tu non ci puoi fare nulla.

Le zanzare sanno che, grazie alla tua ostinazione, riuscirai prima o poi a ritagliarti quello scampolo di pace e ti aspettano al varco. Le zanzare sanno essere tanto pazienti (ben più di te) quanto implacabili (ben più di te).

Le zanzare non se ne andranno soltanto perché tu glielo chiedi o glielo imponi. Neppure se le implori. Le zanzare pensano di essere dalla parte della ragione e vogliono che tu abbracci la loro visione senza fare storie. Se le fai, sappi che avrai la peggio perché il fastidio durerà molto più a lungo di quanto da loro preventivato. La questione principale è che alle zanzare tu servi e finché non ti arrendi e dai loro ciò di cui hanno bisogno, loro non molleranno. Mai.

Le zanzare hanno nomi e cognomi, le zanzare sono dentro alla rubrica del tuo telefono, vivono ovunque e vogliono sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che guarda caso ti coinvolge, anche se tu lo ignori. Le zanzare non dormono mai, al massimo si rilassano aspettando il momento giusto per colpire, le zanzare si riposano mentre tu sgobbi e imprechi per risolvere i loro affari e intanto pensano a qualche nuovo fastidio da consegnarti appena poggi il sedere sfinito e frustrato.

Scordati la tua pace. Le zanzare sono qui per te e per sempre.

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(479) Nascondere

I pensieri sono nascosti, questo la dice lunga su tutto. Fossero scoperti sarebbe un disastro, sono invece dentro di noi e lì dovrebbero essere al sicuro. Se non fosse per quegli specchi pericolosi che sono i nostri occhi, attraverso loro i pensieri corrono il rischio di essere indovinati. Basta poco, mezza luce riflessa, e dal nascondiglio esce un indizio che ci frega.

Anni fa vivevo convinta di essere un libro aperto. La realtà dei fatti m’ha fatto cambiare idea, sono piuttosto brava a nascondere i miei pensieri. Devo dire che in certe occasioni sono stata fin troppo brava, e non so ancora dire se sia stato un bene o un male. Comunque sia, quando mi girano le palle divento davvero un libro aperto, leggibile da chiunque. Questo, è cosa certa, non è sempre un bene.

Non dare accesso a chiunque alla sostanza dei miei pensieri è l’unico modo per proteggerli. Ho pensieri delicati, si stropicciano facilmente e dopo è un casino ridare loro la giusta piega. Mio dovere è cercare, meglio che posso, di garantirgli il luogo sicuro di cui hanno bisogno – ovvero dentro di me.

Eppure qualcosa, di tanto in tanto, mi sfugge e se non sono gli occhi a tradirmi è un sorriso o una smorfia, nei casi peggiori le mie gambe che mi impongono di andarmene – senza voltarmi indietro. Sono fatta così.

Se in passato ho cercato di gestire questa mia indole contraddittoria con fastidio, ora mi trovo nella condizione di dovermela maneggiare con sapienza. Alzo il livello di difficoltà a +5 per non ritrovarmi nei guai. Le cose non hanno più il sapore di prima, non mostrano più gli stessi colori, non portano in sé odori definiti, devo pertanto riprogrammare i sensi e ricominciare daccapo.

Non dallo stesso Via di anni fa, certo, dal livello +5 e qui le cose le riconosco, ma non per questo significa che siano esattamente le stesse. Devo per forza di cose trovare nuove soluzioni a problemi già affrontati che però portano a dinamiche con effetti leggermente più devastanti.

Suonerà pure melodrammatico – il dramma è una delle mie corde migliori – ma dopo una certa soglia tutto quello che potrebbe scoppiarti in mano diventa devastante. Quindi per iniziare nei migliori dei modi questo nuovo percorso di livello +5 indosserò un cappello. Lo sceglierò assecondando il mio umore, le mie nuove esigenze, e lo cambierò spesso. Lo calerò leggermente sulla fronte, la tesa sfiorerà i miei occhi, e guarderò meglio, nasconderò meglio, svelerò meglio quello che dev’essere guardato, nascosto e svelato.

Sotto il sole o sotto la pioggia,  con il vento avverso o amico, non farà differenza. Ho deciso, anzi: è deciso.

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(478) Dolcetto

Ce la metto tutta a scovare l’aspetto consolante negli eventi bastardi. Ce la metto talmente tanto tutta da risultare patetica a me stessa. E non è affatto consolante. Nella mia stravagante forma mentis non è prevista la sconfitta totale. Francamente, non riesco a valutare una qualsiasi sconfitta come intera, completa, la considero sempre sconfitta per massimo il 97%. Sospetto il perché, però mi sembra una conclusione semplicistica e sono portata a pensare che non stia tutto lì.

Entra in ballo il concetto di umiltà, virtù della quale probabilmente sono sprovvista ma che ho in grande considerazione. Forse, quel 3% che ripara le mie sconfitte dall’essere complete è proprio il mio dolcetto. Lì ci metto quello che mi può tirar su un po’ il morale: il fatto che comunque ci ho provato, che comunque ho imparato qualcosa in più, che comunque se dovessi affrontare di nuovo la stessa situazione me la caverei meglio. Cose così, cose che mentre le pensi ti fanno sentire meno fallita, cose che ti racconti perché non vuoi infierire, hai compassione di te stessa e facendo un paio di conti non fai torto a nessuno se ti crogioli due minuti in quel benedetto 3% che ti concedi come premio di consolazione.

E non voglio dilungarmi sul fatto che nessuno mai ti offre un dolcetto quando crolli sconfitto, ti viene data una pacca sulla spalla che sa di pietà più che di comprensione, pertanto il dolcetto che riservi per te può essere il serbatoio segreto di energia a cui attingere quando tutto sembra finito.

Certo, se apri il dolcetto non trovi mai il biglietto della fortuna che ti fa fare la svolta, ma anche se disfatta mica sei così idiota da pensare il contrario. So con sicurezza che nessuna sconfitta se assorbita come totale, completa, intera, può portarti a un pensiero positivo, è sempre devastazione. E visto che di devastazione si può anche morire, scelgo una punta di arroganza zuccherina per ogni sconfitta che mi piomba addosso. Di meglio non so fare, purtroppo.

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(477) Rete

Può salvare o può dividere. Essere rete è come essere bipolari: “Ti salverò! – Ti impedirò di raggiungermi!”, esclamò la rete con slancio sincero seppur malato. Certe verità possono ucciderti, certe verità ti vogliono morta, ogni rete lo sa.

E non è questione di gestione del potere, non è neppure gesto consapevole, è soltanto un enorme casino. Einstein diceva che la mente che ha creato il problema non può essere la stessa che troverà la soluzione. Finché la cosa non ti tocca da vicino, la teoria regge, ma se appena appena ci sei dentro ti prende un nervoso che manderesti al diavolo Einstein e le sue teorie senza farli passare dal via. Sciò.

La tentazione di delegare qualcuno che lo faccia per te è fortissima. Massì, tieni il mio casino e vedi di trovare il modo di rimettere le cose a posto, grazie. Ma non funziona, neppure con il terapista più illuminato del Creato. Non funziona mai.

Sei sempre tu e il tuo casino, che ormai sei tu, una cosa sola anche se bipolare. Son cose belle da scoprire, neh? Cose che ti fanno perdere la voglia di guardarlo, ‘sto enorme casino che sei tu. Niente specchi, niente vetrine riflettenti, neppure acque stagnanti o superfici lucide. Alla larga, sciò!

Essere una rete non è cosa per stomaci delicati, bisogna dirlo. Bisogna che si sappia.

 

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(476) Acchiappasogni

C’è una bella differenza tra i sogni che facevo da adolescente e quelli che faccio oggi, e questo non l’avevo proprio messo in conto. Pensavo che i sogni non avessero età, che tenessero botta nonostante il tempo, che se ne fregassero dei duri colpi del Destino… mi sbagliavo. La cosa più mortificante è vedere come si sono ridotti i miei sogni adolescenziali dopo quasi trent’anni di bastonate. Santiddio!

No, non sto dicendo che i miei sogni si dovevano realizzare, non l’ho mai pensato. I sogni – anche se tutti dicono il contrario – sono fatti per sognare e non per concretizzarsi. Nella realtà ogni sogno perde almeno il 50% dello splendore, non conviene mai portarli a terra. Anche perché i sogni quelli veri non sono fatti per camminare, quelli sono i desideri e lì è tutta un’altra storia. Sto parlando proprio dei sogni, quelli che sai che non si realizzeranno e quindi non ci pensi che si possano logorare con il tempo. Eppure… a forza di pensarli si consumano. Diventano sottili sottili, trasparenti, carta velina. Da non crederci ma è proprio così.

Mi trovo, quindi, nella situazione tristissima di dover sognare altri sogni, che siano luccicanti e che sappiano darmi gioia. Costruirmeli, pezzo per pezzo, nella mia mente non troppo agile ormai, è diventato faticoso da morire. Cioè, crearmi dei sogni nuovi sta diventando logorante almeno quanto struggersi per quelli che mi si stanno sciogliendo tra i neuroni esausti. E adesso?

L’acchiappasogni che è appeso alla testa del mio letto sa impigliare i sogni da buttare, quelli che valgono poco, che splendono poco, che durano poco. Fa un buon lavoro, non mi attacco alle patacche ed evito di perdere tempo, quindi gliene sono grata, ma non mi basta. Non mi basta vivere, non mi basta desiderare, non mi basta realizzare i desideri… ho bisogno di sognare.

Un sogno stupido e bellissimo, stupido e leggero, stupido e luccicante, stupido e senza senso, stupido e incoerente, stupido e colorato, stupido e ridicolo, stupido e romantico, stupido e… basta. Un sogno che non mi imponga di essere logica, coerente, sensibile, creativa, lungimirante, visionaria, intelligente e intelligente e ancora intelligente. No, voglio essere libera. Ecco: voglio un sogno che sia libero e che mi sappia portare con sé, anche solo per qualche minuto al giorno, come un vento del nord che ti congela il naso e le orecchie. Questo voglio.

Chissà come farò.

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(475) Vetro

Non ho mai pensato che il mio corpo fosse delicato. L’ho sempre trattato con poco garbo perché è sempre stato solido, tutt’altro che esile, e mi pareva che questa sua apparenza fosse sinonimo di forza. 

Anche quando ho ricevuto lezioni cosmiche consistenti e me lo sono visto piegato dal dolore e davvero spaccato, ho sempre dato per scontato che fosse passeggero e che tempo qualche ora si sarebbe ripreso perché il mio è un corpo forte.

Improvvisamente, negli ultimi mesi mi sono accorta che non è così, che non lo è mai stato, che ho frainteso tutto.

Nonostante l’apparenza il mio corpo non è così possente, registra ogni cosa con una sensibilità assurda. Mi parla continuamente per mettermi in allerta, mi strilla giorno e notte che devo – una volta per tutte – mettermi in testa che non posso spingermi oltre. Non posso spingermi oltre i suoi limiti e i suoi limiti non sono lontani, sono qui. Proprio qui.

A volte vorrei essere di vetro così da guardarmi dentro e scoprire cosa succede, perché potrei capirmi meglio e capire meglio lui che da troppi anni mi sopporta e ancora non mi ha mollata. Accidenti che idiota che sono!

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(474) Bingo

In un Universo parallelo io sono fortunatissima. Davvero, cose da urlare Bingo! ogni tre per due, giuro. Cose che la meritocrazia diventa limite, giuro. Cose che sogni e desideri sono accessori di poco conto e talmente poco conto che smettono di infilarsi tra le cellule perché depressi causa inutilità. Giuro.

Ecco, in questo Universo invece le cose vanno diversamente.

Non che la fortuna mi voglia male, perlamoredelcielo, ma che ignori totalmente il mio esistere, esserci, far parte del mondo, sì. Senza malizia, perlamordelcielo, senza cattiveria, perlamordelcielo, senza… delicatezza, questo sì. Voglio dire: una volta ogni tanto fa’ finta che per te conto qualcosa. Non ti dico cioccolatini e fiori a ogni occasione, ma una pacchetta sulla spalla, un buffetto sulla guancia, anche un flebile sorriso lanciato nella mia direzione da molto lontano, questo sarebbe solo buona educazione e la buona educazione fa bene a tutti, non ti pare?

Va bene, poniamo anche il caso che ti stia sulle palle. Poniamo il caso che io ti abbia maltrattata in una vita precedente, che io sia stata sgarbata o anche cattiva, ma si tratta pur sempre di una vita andata, passata, dimenticata! Un grammo di compassione la si usa anche per un moscerino, vuoi dirmi davvero che con me sarebbe tempo sprecato? Energia sprecata? Buon cuore sprecato? Eddai!

Ritornando all’origine del pensiero filosofico di oggi, dichiaro che se urlare Bingo! in questo Universo mi viene negato, ne stanno pagando le conseguenze nell’Universo parallelo dove l’altra me – tronfia di binghi che piovono a secchiate – sta usando la sua fortuna per rendere la vita impossibile a tutti. Ma proprio tutti, senza compassione, senza delicatezza, senza senso. Perché, Fortuna bella, essere ciechi e darsi via senza accertarsi di dove ci si va a posare, non è proprio un’idea geniale. Sappilo.

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(473) TED

Come ho trascorso le notti negli ultimi weekend? Ascoltando persone interessanti condividere le proprie esperienze professionali, e anche private, sopra un palcoscenico con una platea attenta e interessata.

Sono immersioni che faccio da molto tempo, credo siano già tre anni, e ho ascoltato un migliaio di conferenze, delle più disparate, e non sono mai stata delusa. Ho sempre ricevuto qualcosa su cui riflettere, qualcosa da utilizzare, qualcosa che mi ha resa più viva. Amo ascoltare storie, almeno quanto amo raccontarle. Funziono così.

Quelle persone che ho conosciuto attraverso il web non le avrei mai potute incontrare semplicemente camminando per strada, così per caso. E mi sarei persa un tesoro immenso. Mille volte mi sono soffermata a riflettere su quanto avrei voluto parlare con questo o con quello e invece niente, troppo lontani da me, alcuni letteralmente inarrivabili.

L’incredibile patrimonio di conoscenza che l’Umanità ha accumulato fino a oggi deve fluire, deve raggiungere tutti, deve essere alla portata, deve essere curato e protetto, deve essere alimentato, deve essere ampliato, deve essere approfondito, deve essere libero, deve essere libero deve essere libero. Libero e gratuito.

Perché qualcosa di buono dovremo pur lasciarlo alle Anime Pure che stanno nascendo e che dovranno sobbarcarsi tutto questo casino che siamo stati capaci di combinare senza porci domande, senza intestardirci a trovare soluzioni efficaci, senza prendere a cuore le cose importanti, senza farci scrupoli perché tanto prima o poi morirò e chissenefrega.

I bimbi continuano a nascere, però, e il chissenefrega non è più contemplato. Chiaro?

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(472) Mappa

Evidentemente devo rifarmi la mappa. Sono cambiati i confini, sono cambiati i riferimenti, sono cambiate le strade, sono cambiate pure le cabine telefoniche dove fermarsi a chiedere aiuto. Va bene, sono cambiata io e la mia mappa obsoleta è diventata inservibile, devo buttarla.

Buttarla, però, mi fa male al cuore, e se poi mi dimenticassi di com’ero? Chi mi ripiglia più?

La piegherò con cura e la riporrò nel mio scrigno, quello che porta con sé più anni, quello che mi può capire meglio. La comprensione non è certo ancora in cima alla lista delle mie priorità, ma con gli addii serve tutto ed è lecito usare tutto pur di non soccombere.

Temo si tratterà proprio di una mappatura al millimetro, da cima a fondo e da fuori a dentro, non la scampo stavolta. Ho bisogno di capire cosa c’è, cos’è rimasto, e cosa non c’è più. Ho buttato un sacco di roba, e di quella mi ricordo, ma sono sicura che le altre cose perse ormai sono andate senza intenzione di ritornare e prenderne nota non sarà cosa leggera.

C’è di buono che la materia prima, seppur plasmata, ha ancora forma riconoscibile – almeno a me stessa – e questo mi basta. Me lo posso far bastare, ho imparato a fare cose ben peggiori sopravvivendo contro ogni previsione. Allora avanti, carta e penna, pennarelli per segnare i punti strategici con colori diversi – seguendo rigorosi criteri d’importanza. Le zone rosse rimangono off-limits? Vedremo. Le zone verdi rimangono spazi accessibili? Vedremo pure questo. Cercherò di non lasciarmi scappare troppe cose, ma sono certa che non riempirò tutta la mappa di dettagli futili. Ho imparato che andare per sommi capi, quando i sommi capi sono le fondamenta, va bene. Non per trasformare l’evento nella sagra delle banalità, ma per impiegare meglio l’energia che rimane.

C’è un tempo per ogni cosa, giusto? Bene, ora è tempo di mappa nuova. Via!

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(471) Festa

Non so quando e non so dove, ma la voglia di far festa m’è passata. Credo sia stato molto molto tempo fa, credo sia stato quando ero ancora giovane ed ero felice. Mi è passata molto prima che il periodo difficile iniziasse e di questo non riesco a capacitarmi. 

Mi sento come se mi fossi auto-derubata della capacità di divertirmi. La condizione in cui mi trovo rasenta il ridicolo, me ne rendo conto, ma mi sto arrovellando su questo fatto perché mi sento davvero vittima di un furto e la ladra sono io. Sdoppiamento di personalità, direbbe il dottore, e francamente non saprei come ribattere.

Facendo un balzo indietro nel tempo, in quel non so quando e non so dove che ho blandamente ipotizzato, non so immaginarmi il motivo per cui io mi sia voluta togliere quel talento che – giuro – possedevo e di cui usufruivo in modo sopraffino. Una sorta di autopunizione? Perché? Forse perché mi stavo divertendo troppo e mi è stato fatto notare che non era il caso? Ecco. Posso iniziare da lì, da quello che mi ricordo.

E da lì credo che le cose siano andate a sommarsi e che la somma non sia mai giunta al capolinea ed eccomi qui a farmi domande scomode ed eccomi qui a cercare di arrivare a risposte spiacevoli. Sì, autopunizione pure questa. Credo che il gioco si sia ribaltato e, anziché premiarmi col divertimento per quello che mi sono guadagnata, passo a deprivarmi di qualsiasi barlume di festeggiamento. Questa storia deve finire. Solo che non so da dove cominciare. E se è vero che da qualche parte un inizio per me ci deve essere (mero calcolo delle probabilità), allora un’idea ce l’ho: massì, brindiamo… cheers (!) – che a dire salute sembra una presa per i fondelli.

 

Share
   Invia l'articolo in formato PDF