(560) Chiacchiere

Le chiacchiere stanno a zero. Sul serio. Alla fine, quando tiri le somme, ti rendi conto che ci sono cose che sanno parlare senza bisogno di tirar fuori la voce e altre che per quanto riescano a rincretinirti di parole non ti lasciano niente.

E dire che a me piace comunicare, dire, far uscire suoni abbracciati ai pensieri, ma ci sono giorni in cui la mia voce si piega e si accascia al suolo, esausta. Mi rendo conto che metà di quello che dico è stato buttato. Non ha neppure scalfito la superficie del guscio contro il quale si è andata a schiantare. Energia sprecata, tempo sprecato, voce sprecata e intenzione mortificata.

Quando sono sola, le chiacchiere degli altri non mi colpiscono e le mie smettono di avere peso. Il mio chiacchierare con me stessa è leggero, più che altro un accompagnamento, e se i pensieri sono troppi arrivo al silenzio. Il silenzio seda le chiacchiere, anche quelle degli altri. Se tengo botta e non mi lascio andare a commenti, se riesco a lasciar correre, la persona che mi sta rintronando con i suoi bla-bla-bla dopo poco molla e se ne va via. Non regge il silenzio uno che vive di aria fritta. 

Quando riesco a ripulirmi da tutte le parole che mi hanno lanciato contro e che si sono appiccicate ovunque, mi sorprendo di quanto alcune siano riuscite a bruciarmi ogni strato e che comunque non se ne andranno. La non-dimenticanza è una questione di ferite, la pelle non dimentica e la pelle non perdona… perché il cuore dovrebbe? 

Le chiacchiere stanno a zero. Sul serio. A zero proprio.

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(383) Piega

Fare una piega dove è necessario è una delle regole d’oro per far avanzare le cose. Se lo fai, se ci riesci, devi scordartelo subito, devi far finta che tutto vada esattamente come volevi tu e non pensarci più, mai più.

Se non ce la fai, se continui a recriminare, se ritiri fuori la questione ogni tre per due – dimostrando palesemente che non l’hai mica digerita – evita di farlo. Evita. Non puoi continuare a sbattere in faccia a tutti il fatto che tu ti sei fatto andare bene qualcosa che in realtà non ti andava bene. La vita va avanti e tu t’imponi di rimanertene inchiodato lì. Rpeto: se non ce la fai, evita di farlo. Amen.

Negli anni ho accettato il fatto che ci sono cose che non riesco a fare. Non sono affatto d’accordo con chi dice che bisogna sempre superare i propri limiti, penso che ci siano dei limiti che non debbano per forza essere valicati bensì intelligentemente gestiti. So, per esempio, che ci sono cose su cui per me fare una piega è assolutamente fuori questione (tradimenti di ogni tipo, cattiveria, mancanza di rispetto e via dicendo), non posso fare finta di niente, non posso passarci sopra – se non con un TIR – è così e basta. Lo so, dovrei essere più flessibile in quanto tolleranza e sopportazione, ma non lo sono. Non lo sono e non faccio nulla per migliorare, mi tengo così come sono. Amen.

Tutto questo bla-bla-bla per arrivare al punto: posso fare una piega su moltissime cose, ma proprio moltissime. Talmente tante che a fare una lista non basterebbe un anno, talmente tante che si potrebbe sviscerare il concetto di tolleranza e di sopportazione, di pazienza e di comprensione per il resto della mia limitata esistenza. Una cosa devo aggiungere, però, per onestà intellettuale: tutte queste cose su cui posso fare una piega non sono cose importanti. Sono dettagli, sono un contorno che puoi lasciare nel piatto, sono sfumature che in un attimo scompaiono, sono niente. Posso fare una piega su una moltitudine di niente e per questo sentirmi benissimo. Ma proprio benissimo.

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