(799) Punti

Vado per punti, non ho altro modo per procedere. Non giro mai a caso. Anche se mi ritrovo a caso in un giro, dei punti li trovo sempre e se non ci sono li creo. I punti uniti fanno una linea, la linea ha un inizio e una fine. Questo mi rassicura (per la presenza di un senso) e nel contempo mi preoccupa (per ogni inizio che affronto) e mi intristisce (per ogni fine che vivo). Se questo non è un casino, ditemi voi che cos’è. 

Ma non voglio soffermarmi sulla mia sbrindellata emotività – che non è argomento interessante – vorrei parlare dei punti.

Da qui a lì. Da lì a là. Da là a laggiù o lassù… si procede, si avanza, si va. Andare per punti è un modo sensato di andare, credo. E andare in modo sensato è bello, semplicemente bello. Il punto è (dimostrazione pratica che andare per punti serve) che non tutti abbiamo lo stesso modo sensato di procedere, ma qualsiasi modo sensato di procedere lo fa per punti. E i punti si fissano molto in fretta, si fissano e si possono spostare qualora le cose cambiassero improvvisamente o avessimo soltanto cambiato idea. I punti non occupano spazio, sono arrivi e sono partenze. I punti non ti chiedono ragioni né resoconti, sono approdi, sono appoggi. I punti non reprimono la libertà, la creatività, la scelta, le sostengono, le fanno appoggiare meglio a una base mobile ma stabile, che non affonda.

I punti si fanno invisibili agli occhi altrui, ma sono stelle che brillano dentro di te e soltanto per te. Ed è uno spettacolo la costellazione che negli anni ho creato nell’intimo del mio cielo. Ne sono proprio orgogliosa. E questo è il punto.

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(357) Break

Il momento più creativo della giornata è il break. Che per me, fino a poco tempo fa, il break era cosa agile, del tipo: mi prendo una mug di caffè/tè davanti al monitor e cazzeggio per dieci minuti. Ho scoperto che questo non è – tecnicamente parlando – un vero break, è un lavorare sciallo tra due porzioni di hardworking a testa bassa.

Una vera rivoluzione. Non sto scherzando. Ora devo impegnarmi a gestire i dieci minuti di break inventandomi trucchi geniali per non inchiodarmi al monitor mentre sorseggio una qualsiasi bevanda, sgranocchiando mandorle o alimenti molto meno sani.

Mi costa una fatica non indifferente perché va al di là della mia concezione di pausa, come se il mio cervello venisse espulso nello spazio intergalattico con l’obbligo di non pensare a quello che un secondo prima lo aveva fagocitato e in cui è destinato a immergersi di nuovo, soltanto dopo una manciata di minuti. Mi gira la testa.

Quando lavori con le idee, impari presto che sono le idee a gestire te e non viceversa. Non ti si presentano citofonando, si infilano in spazi che tu manco avevi previsto e ti colpiscono con la mazza chiodata sempre a sorpresa. O sei pronta o sei pronta. Buona alla prima o adieu.

Devo imparare a gestirmi il concetto di break, magari riesco ad addomesticarlo e renderlo meno invadente. Magari dovrei venirne a patti. Magari dovrei fargli capire che i miei neuroni a forza di viaggi intergalattici potrebbero decidere di non tornare alla base e allora sì, Houston, che avremmo un bel problema. Capito?

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