(1088) Pennarelli

Non li conto perché altrimenti dovrei prendere atto che sono malata. Tratto sottile, medio o grosso e di ogni marca e per ogni gusto. Perché mi piacciono tutti e ognuno dev’essere usato nel giusto contesto: una mappa mentale o un riassunto lavori in corso o un disegno.

I miei preferiti stanno davanti ai miei occhi, sulla scrivania, contenuti in un portapenne che potrebbe anche scoppiare, ma ancora non lo fa. Abbraccia tutte le gradazioni del viola, del rosso, del blu e del grigio. Ce ne sono alcuni neri (un must) ed evidenziatori come se piovesse. 

I pennarelli non sono penne, sono più liberi. Loro possono spingersi dove le penne non potrebbero mai. Loro tratteggiano, delineano e riempiono. Possono anche ombreggiare – se ci sai fare – e possono coprire ciò che hai erroneamente scritto. Insomma, possono mimetizzare certi sbagli e non è cosa da tutti, ammettiamolo. Quelli con punta sottile scrivono meglio di una qualsiasi penna, e poi non voglio neppure parlare dei mitologici Tombow… quelli sono stati creati da Dio in persona.

Purtroppo ho smesso da tempo di disegnare, anche se mi piacerebbe ricominciare e mettermici d’impegno, così li uso per fare cose basic (anche banali), più che altro per il gusto di usarli. Sì, non sono poi così normale come appaio.

Ho una fissa smisurata per i colori pastello, non considero i gialli e i marroni e non mi sento per niente in colpa per questo. Non amo indossare troppi colori (ne conto tre o quattro tra i miei prediletti), ma le lettere mi piace renderle vive e sgargianti per ricordarmele meglio. Le cose importanti, davvero importanti, devono essere scritte rigorosamente in viola.  È ovvio.

Ok, non ho più niente da dichiarare al riguardo. Ora voglio il mio avvocato. O mi taccerò per sempre.

 

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(1087) Plastica

Pensarci prima non sarebbe stato male. Intendo dire che pensare che un materiale quasi eterno dovesse essere usato con parsimonia e – soprattutto – ideare alternative per quei packaging che potevano avere alternative sarebbe stato un modo oculato di progettare un’evoluzione del benessere senza il colpo di coda inquinante. Col senno di poi…

Purtroppo la scarsa visione dell’uomo sul proprio presente e sul proprio futuro è imbarazzante. Supera persino la sua mancanza di saggezza nel ricordare gli sbagli del passato ed evitare di riproporli in diverse salse come i peperoni a cena che non li digerirai mai (se non quando ti decomponi post-mortem). 

Eccoci qui. Miserabili e ridicoli. Letali, per di più. Per il nostro Pianeta soprattutto. Nostro? Clamoroso misunderstanding umanitario: l’uomo tende a non prendersi cura di ciò che è suo. Lo consuma per sostituirlo. Tipo andare su Marte a rompere i coglioni ai Marziani preventivando un’implosione terrestre dovuto alla follia nucleare (tanto per fare un esempio banale). 

Il punto è che la Terra non è nostra. E la Terra lo sa. Quindi ogni tanto tira su il cartellino rosso ed elimina i giocatori non dediti al fair play. E fa bene.

Detto questo, fa impressione rendersi conto di quante cose create per migliorarci la vita finiscano per crearci danni importanti. Roviniamo tutto ciò che di buono riusciamo a creare. Darsi la zappa sui piedi è il nostro modus operandi di default e… bhé, siamo contenti così.

La cosa peggiore a cui porre rimedio con urgenza? La plastica che abbiamo dentro. Disfarci dal cellophane con cui abbiamo avvolto il cuore, pensando di preservarlo per tempi migliori e riducendoci a vivere miserabilmente attaccati a tutto ciò che è oggetto da possedere per sfruttarlo a nostro beneficio, magari a danno di un altro Essere Vivente o – assurdamente – a danno di noi stessi. Tutta la plastica che abbiamo accumulato nelle cantine dei nostri cervelli, ci sta soffocando il pensiero libero e se ci manca l’aria pensiamo che sia causa di qualcun altro. Perché le responsabilità ci rimbalzano, noi vogliamo poterci arrabbiare con chiunque ci stia sulle palle senza sensi di colpa.

Abbiamo capito tutto. Proprio tutto.

 

 

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(1086) Kleenex

Vanno via come le caramelle. Una volta che hai sulla scrivania una di quelle confezioni carine che ti fa spillar fuori i fazzolettini uno dopo l’altro è finita. Si perde il controllo. Le ciliegie a confronto perdono appeal perché loro sono lassative, ma i Kleenex no. Vittoria su tutta la linea.

Mi piacerebbe individuare nelle mie competenze quella che può produrre effetto Kleenex, mi risolverei la vita. 

Dovrebbe essere utile, morbida e a portata di mano. Facile da applicare a un target trasversale e che lasci un buon ricordo. Eh. Sono convinta che esiste in me questa competenza, che è più indole che frutto dell’esperienza, ma non avendo mai fatto analisi approfondita sull’argomento ancora mi è nascosta alla vista. Ci ho pensato adesso che ho posato lo sguardo sui Kleenex che ho posizionato esattamente sulla scrivania davanti a me, accanto al monitor. In evidenza, senza clamore. Stanno lì, e si offrono senza jingle né balletto, consapevoli che prima o poi io allungherò la mano e ne prenderò uno per usarlo. 

Forse se questo pensiero mi fosse venuto prima a quest’ora sarei altrove a fare altre cose. Forse non m’è venuto prima perché c’era scritto che avrei dovuto trovarmi qui e non altrove. Forse m’è venuto ora perché da qui in poi potrei aver bisogno di un superpotere per farmi arrivare in un luogo che ancora ignoro, a fare qualcosa che manco mi so ancora immaginare. Forse sono solo pazza e sto perdendo il controllo dei miei pensieri. Po’esse’.

Vabbé, però non è che mi viene un pensiero come questo e posso fare finta di niente. Sono condannata a pensarci per l’Eternità, o almeno fino al momento in cui non scoverò davvero il mio Kleenex-Power da mettere a buon frutto. Come se non avessi abbastanza cose da fare! 

Ho bisogno di dormire. Vado.

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(1085) Ineluttabilità

Ci sono idee geniali che non concretizzerò mai. Una dura realtà che faccio ancora fatica a digerire nonostante la mia età non più verde. E di idee geniali ne ho almeno una al mese, che appena arriva si prende il mio cervello e lo stressa finché non ne esce con una certa sostanza (in parole, opere o omissioni).

Sono contenta che vengano a me nonostante io sia inabile a render loro onore, ma si dovrebbero prendere la responsabilità di una scelta (caduta su di me) piuttosto discutibile. Comunque, imperterrite, queste idee luminose arrivano, mi colpiscono e poi scemano. 

Alcune le vedo realizzate – dopo mesi o anni – da altri Esseri Umani ben più abili di me, e non mi dispiace perché saperle perse è una sofferenza. Ciò che è geniale (bello, buono, luminoso) non deve essere sprecato. 

Ci sono anche idee meno geniali, ma del tutto dignitose che mi sfrecciano in testa con quotidiana sollecitudine. Le riconosco come tali e del tutto fattibili, ma per qualche oscura ragione (sospetto ce ne sia più di una) non riesco a posarle a terra e fare di loro quel che mi chiedono. Tolto il fatto che sono tante, sarebbe quindi oggettivamente impossibile seguirle tutte e concretizzarle tutte, mi comporta una grande soddisfazione quando riesco a realizzarne una. 

Al momento nella mia testa viaggiano con insistenza (significa che mi sfrecciano davanti agli occhi, in corsia preferenziale su una tangenziale sinaptica che mi attraversa il cervello da est ad ovest) almeno tre maxi-badass-ideas che sto per acchiappare e lavorare. No, non sarà una passeggiata, ma saranno avventure interessanti. 

Stavolta voglio essere chiara: non pianificherò, eseguirò e lascerò che le cose accadano. Se non accadono vorrà dire che ho scelto le idee sbagliate, o quelle giuste che però non portano a niente. Che è ancora peggio.

No, non sarà una passeggiata. Conviene mettersi in cammino o non arriverò mai.

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(1084) Crepuscolo

Scende la luce e scende il giorno che si corica sul selciato aspettandosi un po’ di silenzio. Ma il silenzio parla comunque, specialmente a chi non ha voglia di ascoltare. E il silenzio parla di scelte fatte e non fatte, quelle azzeccate e quelle che sono state un disastro. Le scelte disastrose son quelle che fanno più casino, riducono il silenzio in briciole.

Quindi una sta lì ad ascoltare e si arrende al fatto che i conti non tornano, che dovrebbe stare bene e invece no. E si domanda perché no. E comincia a scandagliare il passato e trova tutte le magagne del caso (siamo tutti pieni di sporcizia nascosta sotto il tappeto che dovrebbe scomparire e invece si sedimenta). E non è che hai sempre voglia di star lì a pulire, è sceso il giorno anche per te e tutta la stanchezza del Creato.

Non si sa il perché, ma è al crepuscolo che la polvere si alza. Aspetta di avere tutta la tua attenzione per materializzarsi davanti ai tuoi occhi che si stanno chiudendo ben sapendo di non poter avere riposo. Le cose si squagliano assieme alle motivazioni e ti rimangono in mano tristi rimasugli di conseguenze. E che te ne farai mai di tutta quella roba? Boh.

La si mette sotto al tappeto, ovviamente. Strato su strato. Potrai mai perdonartelo? Il tuo essere quella delle scelte sbilenche, delle motivazioni da torero, delle posizioni granitiche su pavimenti scivolosi. Potrai mai perdonartelo? Al crepuscolo puoi. Sì, perché ne hai piene le palle di giudicare ogni pensiero e ogni passo che hai fatto nel corso di tutta la tua esistenza e meno male che la memoria ti oscura buona parte del vissuto altrimenti non ne usciresti viva.

Ecco: l’intenzione è di uscirne viva. Una volta focalizzato l’obiettivo si fa in fretta a prendere una direzione e – senza guardarsi troppo indietro – si taglia diritto per di là.

Se’… ti piacerebbe. Dai, non ci credi neppure tu. E smettila di ridere!

 

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(1083) Provare

Do or do not, there is no try.  (Yoda)

Dare torto a Yoda? Follia. 

E comunque, al di là di tutto, se faccio mente locale, ogni volta che ci ho solo provato non ne ho ricavato niente. Neppure un grammo di soddisfazione. 

Non sto parlando di azioni più o meno convinte, ma di scappatoie. Tanto se non va bene non ci perdo nulla, non è una strategia. Non è neppure una filosofia efficace per andare al mercato del pesce. 

Provare tanto per provare non è crederci e farsi in quattro per far andare le cose bene. Provare per provare è un tentativo e basta. Come se mi aspettassi già il fallimento, come se sapessi già come finisce la storia. Si va al risparmio, si calcola il dare e l’avere, ci si tira un po’ indietro perché sì, magari andrà anche bene, ma è probabile che no. 

Non c’è verso: o fai (e sei dentro al 100%) o non fai. Perché se non fai davvero non perdi tempo e non rischi delusioni e sofferenze e fatica e smarronamenti. Se non fai puoi sempre dire che avevi un’idea e che ce l’hai ancora e appena trovi il tempo la farai diventare una figata. E puoi continuare a ripetertelo per sempre, tanto da crederci tu stesso. Puoi fingerti impegnato anziché codardo, puoi farlo, funziona.

O fai o non fai. Ma se fai, allora la sfida non è vincere o perdere, no, troppo semplice. La vera montagna da scalare è quella fatta da sassolini e massi di “che cazzo sto facendo? Dove cazzo penso di andare? Ma perché cazzo mi sono messo in questa maledetta impresa? E adesso cosa cazzo faccio?”, insomma: una montagna di gran cazzi pronti a saltarti addosso appena muovi un passo. 

E se alla fine vinci, vinci contro la montagna franante e sei già contento di essertela cavata e di essere ancora vivo nonostante te stesso.

Perché Yoda non è mica il primo coglione che passa di lì. Se ti sta segnando la via, conviene pensarsela bene e rispondere onestamente a una sola semplice domanda: fai o non fai? 

Ovvero: credi o non credi?

È sempre una questione di fede, dopotutto. Eh.

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(1082) Fiorire

Il significato (uno dei significati) da dizionario è: essere in un periodo di splendore. Bello vero?

Ognuno di noi a questo punto avrà ben chiaro i periodi di massimo splendore che ha vissuto. Possiamo tracciarne le linee e i punti, uno ad uno, con grande chiarezza perché periodi come quelli non solo sono rari, ma sono di per sé indimenticabili. Ci sentiamo bene, tutto gira alla grande e non ci potrebbe fermare nessuno. La durata è ininfluente, la memoria non ne sarà toccata.

Dovremmo fiorire almeno una volta l’anno, certi fiori lo fanno più volte e in ogni stagione. Se non ci impegniamo affinché succeda, temo, l’evento potrebbe verificarsi una volta ogni vent’anni (se va bene). Eh.

Se penso all’ultima volta che mi sono sentita in un periodo di splendore devo tornare talmente indietro nel tempo da dubitare di essere stata io quella là. Una tristezza impressionante.

Eppure le persone che lo stanno vivendo quel periodo ti fanno voltare mentre le incroci per strada, a bocca aperta per l’ammirazione. E se ne rendono conto perché in quel momento la consapevolezza della propria forza è cristallina. Forse è per questo che ti permetti di fare cose che i più possono soltanto desiderare.

Mi domando però come si materializzi questa condizione benedetta. Non ricordo le mie precedenti esperienze come si sono preparate, se avessi fatto qualcosa per aiutarle a palesarsi o se fosse tutto riposto nelle mani delle stelle in congiunzione astrale perfetta. Non ricordo. Ricordassi potrei correre ai ripari e lavorare per ripristinare la situazione. Ma non ricordo.

Forse la tristezza non aiuta.

Eh. La vedo dura.

Davvero.

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(1081) Scorta

La mia scorta di pazienza era notevole. La mia scorta di buone-intenzioni-nonostante tutto era mica da ridere. La mia scorta di comprensione e vicinanza poteva far invidia al Dalai Lama. Lo giuro. 

Ebbene: tutto esaurito.

Non mi è rimasto più un grammo da utilizzare, sono stata prosciugata dagli eventi. E sono d’accordo che ho il 50% di responsabilità e che dovevo averne più cura, ma è anche sacrosanto che tirare la corda oltre ogni limite come se fosse normale e addirittura ovvio è una scelta calcolata e bastarda e le persone che ne sono artefici non si fermano finché glielo permetti.

Ebbene: non lo permetto più.

E non ci sono arrivata perché sono diventata arrogante ed egoista. Purtroppo no, sarebbe bello fosse così perché significherebbe meno patimento e più godimento. No, troppo facile. Ci sono arrivata per sfinimento, esaurimento delle scorte. E la cosa ha tutta un’altra portata. So che chi lo ha provato lo capisce perfettamente senza bisogno di spiegazioni.

Quando sei agli sgoccioli, quando non ne hai più, ti passa proprio la poesia. Ti viene voglia di tirare calci e pugni random, ti partono gli smadonnamenti per ogni cazzata che ti viene a sbattere addosso. Ecco. So che chi ci è passato sa esattamente di cosa sto parlando.

Quindi: si mette un punto.

Si chiarisce che di lì non si passa più. Si cambia. Si cambia in quello che puoi e vuoi fare. Si cambia in quello che sei disposto a condividere e quello che sei disposto a sopportare. Si cambia, punto e basta. E non lo so ancora se sarà un cambiamento permanente o se è soltanto un periodo di svarioni, addirittura non me ne frega nulla. Non è che le scorte son finite all’improvviso, le ho viste calare di mese in mese, di anno in anno, e ho anche tentato di fermare l’emorragia, ma nonostante i miei tentativi non c’è stato verso di salvare il salvabile.

Perfetto: ormai le cose stanno così.

Chiaramente non muore nessuno, non ci saranno Apocalissi e molto probabilmente saranno in pochi ad accorgersene, ma va benissimo. Basta che lo sappia io, basta che sia io a sentire nello stomaco e nella testa quel punto che ho messo e che resterà lì a lungo. Credo per sempre.

No, non mi dispiace. Non me ne frega più niente.

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(1080) Pattern

Significa: modello, paradigma, schema. E ognuno di noi si rifà al suo, quello che ha scelto in un tempo e in un luogo preciso o non ben identificato (immagino possa succedere di tutto quando si tratta di pattern 🙄 ) 

[ho usato per la prima volta un’emoji perché non ero sicura che l’ironia fosse percepibile… insicurezza da scribacchina, perdonatemi]

Facendo un libero calcolo dei miei posso ritenermi soddisfatta, ne ho a migliaia. La cosa che mi gratifica di più è che me li sono inventati io stessa prendendo ispirazione da altri che ho trovato in giro e che risuonavano bene con me. Ho colto ciò che più mi piaceva e l’ho sistemato a mio gusto. 

Ne ho per ogni occasione e ogni situazione, non parto mai impreparata, ma la cosa sensazionale è un’altra: non li uso se non in casi di assoluta emergenza. Non li prendo e li uso a prescindere perché non saprei che altro fare, ma quando non so da che parte voltarmi allora ecco che faccio mente locale, scartabello il mio archivio di pattern e scelgo quello che mi sembra più opportuno. Non solo mi tranquillizza sapere che ci sono e che posso chiedere aiuto a loro, ma addirittura ho la certezza che se li applico funzionano. Straordinario vero? Infatti, lo confesso, questo è il mio miglior superpotere. Lo condivido perché riflettendoci sopra potrebbe essere d’aiuto a tutti. Non perché penso di essere l’unica ad averli, ma perché non tutti si rendono conto che ce li hanno e cadono in schemi e modelli conosciuti e rassicuranti in modo automatico, senza rendersene conto.

Ecco, questo meccanismo diventa pericoloso, non ti permette di crescere, non ti aiuta a guardare oltre, non ti fa agire da persona di libero pensiero e libero arbitrio. Bisogna farci caso, ‘sta trappola influisce notevolmente sulla nostra felicità.

Il mio consiglio è farne collezione e in extremis utilizzarli ad hoc. Tutto qui.

[l’opzione fatti-gli-affari-tuoi-e-non-rompere non la trovate qui sotto, ma potete tranquillamente pensarla, è legittimo]

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(1079) OCA2

Ok, facciamo un gioco: indovinate che diavolo significa il titolo di questo post. Potete usare la mia pagina Facebook o il mio profilo per tentare la sorte… il premio? Nulla se non la soddisfazione di avercela fatta. Che ne dite?

Bene, io scommetto che nessuno di voi ci si metterà d’impegno perché non c’è premio e perché la “soddisfazione” fine a sé stessa ormai non ha alcun valore. Non è una motivazione che ci fa agire. Vogliamo qualcosa di interessante in cambio, qualcosa che ci faccia brillare gli occhi. La soddisfazione non ci reca che un tepore provvisorio, che si dimentica appena la nostra attenzione si sposta altrove.

Ebbene, il titolo là sopra non c’entra nulla con la soddisfazione, questo è il primo indizio. Il secondo è: appartiene soltanto ad alcuni. E il terzo indizio ve lo dò alla fine di queste righe perché voglio continuare con il ragionamento appena iniziato.

Quindi, noi adulti a meno che non abbiamo un interesse bello esplicito ci muoviamo difficilmente. La ricompensa ci piace quando è concreta, solida, non sentimentale. Per esempio: per una donna non basta l’amore, ci vuole un anello di fidanzamento che lo testimoni. Per un uomo non basta trascorrere una bella serata con una bella donna, ha bisogno di immaginarsi un dopo cena a base di sesso o gli sembrerà di aver perso tempo.

Non penso di essere stata troppo vaga con gli esempi e temo siano dannatamente veritieri.

Ok, stupidamente pensiamo che sia tutto lì. E io stupidamente mi ritrovo a fare delle cose solo per la soddisfazione di averle fatte e, me ne rendo conto, sono cose che non mi portano altrove e potrei anche risparmiarmele. Eppure mi immergo in cose che non hanno valore se non per me, senza mai pensare di star perdendo tempo o a quanto si riveleranno inutili nell’economia della mia esistenza.

Questo fa di me una sciroccata, molto probabilmente, ma (eccolo qui il terzo indizio) è qualcosa che non ho scelto, qualcosa che mi è stato dato in dotazione ed è qualcosa che ha riflessi che neppure io conosco (sì, è un indizio anche se non lo sembra). E non ho altro da dichiarare. Fine della storia. Per oggi.

 

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(1078) Piuttosto

Ho sempre pensato che offrire le condizioni migliori per far sì che una persona possa dare il meglio di sé sia la cosa giusta da fare. Lo penso ancora. Lo penso al 100%, credo sia l’unico modo per scoprire realmente la natura delle persone. È nel benessere, nella serenità che una persona si mostra davvero.

Quando si è sottopressione, quando devi sopravvivere, sei guidato dall’istinto e fai di tutto per cavartela in qualsiasi modo. Sorridi se sai che questo ti porterà beneficio, digrigni i denti se devi farti valere, insomma fai quello che devi fare per restare a galla, restare vivo.

Quando la tua vita non viene messa in discussione e sei tranquillo, allora e solo allora, decidi cosa fare e come reagire alle cose, alle persone, alle situazioni, in autonomia. Pensi e dici. Pensi e fai. Non hai interesse alcuno nel fare o nel dire, ti senti libero di agire e di mostrare chi sei e cosa vuoi perché sai che il tuo Essere non è minacciato e non viene messo in discussione.

La gentilezza è reale. La crudeltà è reale.

Quello che scopri delle persone quando si sentono intoccabili non ha prezzo. Il come rispondono a un gesto gentile o a un’aggressione ti dà l’esatta sostanza di quanto amore hanno dentro di sé e di quanto amore sono disposti a elargire al mondo che li circonda.

Ho le prove. Non mi sono mai sbagliata. E lo dico con tanta amarezza perché spesso è una sconfitta per aver riposto la mia fiducia dove non dovevo. Però il metodo funziona e ve lo consiglio fortemente. Meglio la verità, meglio avere ben presente la sostanza delle cose e delle persone, piuttosto che costruirsi una bugia e dannarsi l’anima per non farla sbriciolare miseramente al minimo sussulto.

‘notte.

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(1077) Potere

Chi vuole può. Questa regola non scritta dovrebbe essere la prima lezione da imparare, eppure ci vuole una vita (se va dritta) per capirne la portata. 

Oggi mi chiedo se sia davvero così. In linea di massima ci ho sempre creduto, ma forse mai del tutto. Convinta a metà. Forse è per questo che mi funziona a fasi alterne? Forse è un incantesimo che per rendersi efficace e dirompente deve partire da enormi presupposti di fede. Manco di fede, evidentemente.

[ecco, il post potrebbe tranquillamente finire qui, non ho altro da dire, la mia constatazione amara non mi porta altrove bensì dentro sé stessa – dove non ci sono risposte o nuove domande, dove lo stallo è reale, dove la voglia di uscirne e ridotta a zero – quindi perché non termino il post esattamente in questo preciso istante? Non lo so… le mani non si vogliono staccare dalla tastiera e forse hanno altro da aggiungere che non parte dalla testa… no, vabbé, come non detto, questo resterà il post più breve della storia dei ***Giorni Così***… perché no? Certe regole possono anche essere bypassate a volte… regole? Ma quali regole? Mah… ]

 

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(1076) Veleggiare

Non smettere mai di veleggiare, questo bisognerebbe tenerselo bene a mente. Se getti l’ancora sei fottuto. Questo bisognerebbe tatuarselo ovunque per non pensare di poter far finta di nulla e farla franca. 

Chi si ferma è perduto. Raramente i proverbi si sbagliano.

Lo so che la stanchezza ti fa fare scelte di comodo, che sembrano una comodità almeno, ma alla lunga le si paga tutte. La stanchezza è una brutta bestia. Quando sei stanco le cose ti escono dalla bocca in modo sgarbato, fai danni soltanto con un’occhiata di traverso. Quando sei stanco il mondo lo odi a prescindere. Tutto ti dà fastidio. Vuoi solo dormire. E dovresti farlo perché sei veleno allo stato libero che dove si posa fa danno. Dormire aiuta. 

Tutte le scelte che fai pensando di mettertela via e stare tranquillo ti si rivoltano contro. Ti sposi perché così ti risolvi il problema di trovare l’anima gemella, ti tieni quell’anima che hai e te la fai andare bene. Chiudi un sogno e ti adegui. Oppure ti fermi al lavoro che ti dà due soldi (sì, soltanto due, ci si vende per poco ormai) e ti fai passare sopra il rullo compressore ogni giorno, tanto più di così non hai trovato e alla fine del mese le bollette si devono pagare. Smetti di veleggiare, smetti addirittura di cercare il vento, smetti di proiettare te stesso sulla rotta che ti eri ripromesso di mantenere per costruirti una vita a tua misura. Soddisfacente. Semplicemente.

Veleggiare costa fatica, il movimento snerva, è vero. L’immobilità, invece, mummifica e non è che si soffra di meno.

Io sono stanca e non so se riuscirò a veleggiare, ma non è che la vita ti chiede il permesso prima di ribaltarti. E la vita non ha pietà. Rendiamocene conto una volta per tutte. 

Ok, vado a recuperare la bussola. Chissà dove diavolo l’ho messa…

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(1075) Targa

Definire sé stessi è un casino. Per assurdo, meno ti conosci e più ti è facile trovare una descrizione di te da offrire al mondo. Più approfondisci la conoscenza del tuo Essere e più le cose si aggrovigliano.

Ogni volta che mi si chiede di presentarmi dico sempre la cosa più idiota e inutile possibile. Del tipo: “Ciao mi chiamo Barbara e mi piacciono le ciambelle”.  Cose che se stessi zitta sarebbe meglio. Comunque oggi stavo pensando che sarebbe più facile interagire con le persone se girassimo con delle targhe che riassumessero in massimo una riga le nostre caratteristiche. Lo so, è un pensiero di estremo interesse per un dromedario dell’Alto Egitto ma soltanto per lui immagino, ad ogni modo ci stavo pensando e ho anche trascorso un po’ di tempo a valutare cosa ci avrei scritto in quella targa per presentarmi.

Ci sto ancora pensando.

Non ne vengo a capo.

Ero convinta che “Essere Umano Senziente e Pensante” (cit. il Maestro Italo Calvino) potesse bastare, ma la vaghezza non fa buon impressione su nessuno. Ho valutato che potevo trovare qualcosa di più caratteristico rispetto alle mie… caratteristiche. Quindi, si finisce sempre lì, potrei far presente che la mia attività principale è scrivere, con un secco: “Scrivo dunque sono” (ispirato dal “Cogito Ergo Sum” di Cartesio, ovviamente). Che per quanto sia drasticamente autobiografico, può risultare a tutti gli effetti un tantino supponente. Focalizzarmi sulle cose che per me nella vita sono importanti può fuorviare leggermente il concetto, comunque non mi basterebbero trenta targhe una accanto all’altra per completare la lista. Se dovessi analizzare quali sono le lezioni che ho appreso vivendo fino a ora si finirebbe con un onesto e demoralizzante: “Mi sembra di aver capito finché non ci ricado”. Tirare fuori sogni e desideri darebbero come risultanza un lapidario: “Non più”. E di questo passo si precipita nel burrone dello scoramento totale.

Insomma: nella mia targa ci metto i puntini di sospensione. Appena capisco da che parte prendermi vedrò di sostituirli con qualcosa di sensato. Per il momento circolerò nel mondo senza presentazioni di sorta e il mondo sarà libero e legittimato a leggermi come diavolo gli pare.

Bon voyage!

 

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(1074) Pappagallo

Se non capisco non funziono. Non è che ripeto quel che sento o riprendo quello che gli altri fanno o copio pedissequamente quello che già c’è. Non funziono così. Allora è ovvio che azzardo, che mi sbilancio, che provo e fallisco, che dico troppo o troppo poco, faccio troppo o faccio male. È ovvio. 

E anche se sbaglio, se fallisco, se mi combino un disastro, dal mio punto di vista fa tutto parte del concetto legato al F-U-N-Z-I-O-N-A-R-E. Fa parte di me, anzi, sono proprio io. Autoreferenziale? Ehmmmm… sì. Certo. Ovvio. La prendo sul personale, si tratta di me, di chi altro?

E vedo quelli che copiano, quelli che giocano sul sicuro perché altri hanno già provato, e già fallito o già vinto, e provo una grande delusione perché penso che siano tutte occasioni sprecate. E non sto parlando di inventare cose mai viste prima, ma di maneggiarle e renderle diverse – magari migliori – quello sì. Ed è l’eterna sconfitta che è propria delle grandi ambizioni, ed è il sale del provare perché non si sa mai quello che può accadere, ed è la ragione di tutto. Di tutto.

L’Umanità avanza così, provando cose diverse, partendo da quanto già conosce e spingendosi un po’ più in là o in qua o in su o in giù… che ne so.

Io sono soltanto un atomo di un Universo dove ambiziose menti superiori stanno facendo fare a tutti salti quantici notevoli, non è che mi metta in competizione con nessuno, faccio solo la mia parte. Non mi tiro indietro, non ho paura di spingermi oltre a quello che già so fare. E non mi aspetto niente. Davvero.

Non faccio per ottenere una ricompensa, non faccio per mettermi in vetrina, non faccio per arrivare chissà dove. E se non ti è chiaro questo di me, non capirai mai un cazzo di me. Ma non è importante. Davvero. Non sono qui per essere capita o supportata, so fare da me. Tranquillamente.

Lo scrivo anche se so che non lo dimentico. Lo scrivo perché è stata una delle lezioni più difficili da imparare per me e so che ci sono persone che si chiedono ogni giorno se quello che stanno facendo valga la pena di essere portato avanti, perché sono sole o perché sono ostacolate continuamente. E io vorrei dire a tutte loro, a tutti voi che passate di qui, che non solo ne vale la pena, ma che non c’è niente di più importante a cui dedicarsi, e che la ricompensa siete voi stessi e che arriverete così soddisfatti ovunque siate diretti che non ci saranno più domande in sospeso.

I pappagalli in natura sono splendidi pennuti simpatici, tutti gli altri sono soltanto patetici. Ricordiamocelo la prossima volta che ne incrociamo uno più invadente degli altri che ci vuole tagliare la strada.

E… senza pietà, mi raccomando.

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(1073) Ingenuità

Ingenuamente rimango sempre basita quando scopro cosa pensa la gente di me. Gente è un termine generico che racchiude tante persone e non con tutte sono necessariamente in stretto contatto. Quindi, se in linea di massima posso non curarmi dell’idea che si sono fatte di me le persone che non mi frequentano, vengo in qualche modo coinvolta da quelle con cui interagisco spesso. 

Forse l’ingenuità ha a che fare con il dare per scontato ciò che non lo è per poi scoprire cose che non paiono neppure reali e che invece sono belle solide e pronte a scontrarsi sul tuo muso? Può darsi. 

Si dice anche cadere dal pero. Il che ha una sua logica. 

L’ingenuità risuona con la meraviglia dell’innocenza fanciullesca, no? Bello direi. Da mantenere, per certi versi, ma alle tante bisognerebbe mettersela via e diventare un po’ più sgamati

Quando iniziai tre anni fa questo diario mi ero fatta tutto un discorso bellissimo sull’equilibrio dell’esposizione, sul controllo del linguaggio, sulla scelta accurata delle tematiche da trattare e sul basso grado di sbrodolamento emotivo da mantenere per non diventare indecorosa. Una meraviglia vero?

La realtà si è rivelata in tutta la sua follia, giorno dopo giorno, e le premesse si sono sbriciolate. Non ho più controllato nulla, ho soltanto cavalcato l’onda cercando di non colare a picco con la mia tavoletta insaponata. Risultato? Persone che mi leggono in silenzio si sono allontanate da me perché non d’accordo con i miei pensieri o perché si sono sentite prese in causa pensando che io pensassi proprio a loro mentre stavo scrivendo. Ehmmmmm… ingenuamente ho scritto e dato per scontato che chi mi conosceva non poteva fraintendere. Sbam. Caduta dal pero. 

Se ho qualcosa da dire a qualcuno gliela dico. Non la scrivo. La dico proprio in faccia. Se non dico nulla è perché penso sia comunque inutile e non lo scrivo neppure. Perché se è inutile è inutile, punto e basta.

Fatto sta che guardare me stessa attraverso una lente d’ingrandimento, mentre scrivo questi miei post, fa per forza di cose sfocare tutto ciò che mi sta attorno, e non mi fa valutare le conseguenze di ciò che scrivo perché non so neppure chi mi leggerà. Non ho aperto il blog ai commenti per non essere influenzata dai pensieri di chi sarebbe passato di qui e penso sia stata una buona mossa. So più o meno quante persone approdano in ogni mio post, ma non so chi siano a meno che non si palesino sulla mia pagina Facebook. Quindi ingenuamente ho percorso questo sentiero seminando molliche di pane che sono state mangiate dagli uccellini lasciando zero tracce alle mie spalle (se non le righe da me scritte, ma a che servono in fin dei conti?).

In poche parole: volevo dirlo e l’ho detto. Anzi l’ho scritto. Non vorrei dimenticarlo e non vorrei che si cancellasse questo momento perché le piccole cose contano. Nell’economia della mia esistenza le piccole cose sono quelle che hanno da sempre avuto più significato. Sono fatta così. Pazienza.

 

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(1072) Scaffale

“Allora ci si colloca nello scaffale degli oggetti smarriti, si aspetta di essere cercati di nuovo e si resta ad occhi aperti la notte aspettando il passo di chi torni a reclamarci. Ma nessuno torna e dopo il giusto tempo si è di nuovo se stessi, sciolti dal possesso, liberi perché si diventa liberi dopo essere stati perduti.”
(“Aceto, arcobaleno” di Erri De Luca)

Stai lì sovrapensiero, sai che ti gira qualcosa che potrebbe avere parole ma che si rifiuta di parlare. Non puoi fare altro che aspettare che accada. Se non parla dovrà per forza palesarsi con un’azione, altrimenti che sta lì a fare? 

Vaghi sovrapensiero tra i post del diario di Facebook, non è che uno pensa a sta sempre immobile e scorrere è sempre meglio di stagnare. Così tanto per dire. Fatto sta che accade quel che doveva accadere e leggi una frase riportata da qualcuno e postata come omaggio all’Autore. Sei sovrapensiero e quindi leggi solo con gli occhi. Veloce. E vai avanti. Dopo un po’ gli occhi si sono collegati al cervello riportando un messaggio che evidenzia due o tre parole e poco altro. Non c’è verso di archiviarle, ci pensi mentre scorri e devi tornare indietro. E lo ritrovi quel post, e rileggi quella frase una volta, due volte, tre volte. 

Accade quindi (perché gli accadimenti sono sempre a valanga) che quella frase ti scoppia nella testa e ti muove come un terremoto col boato scuro. Sì, il tuo scaffale trema. 

Ti rendi conto che il giusto tempo è arrivato e che si è sciolto il possesso. Ti accorgi che non sei più perduto e che riconsiderarsi libero non è un peccato. Non sei più sovrapensiero sei dentro il pensiero e se lo allarghi un po’ vedi e senti meglio. Ti mancava l’aria e non te n’eri neppure accorta. L’aria c’è sempre stata ma te la stavi negando. Ti stavi annegando. Perché? Sortilegio maledetto.

L’Oceano in movimento ti compare davanti senza averlo mai visto. Dovresti vederlo, pensi. Dovresti andarlo a incontrare. Ci sono storie che devono essere raccontate. Prima o poi, nel tempo giusto.

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(1071) Numerologia

Tra le centinaia di cose che mi appassionano (sì, so essere dispersiva) c’è la numerologia, che va pari passo con l’astrologia, che va pari passo con tutto il resto. I numeri parlano, indubbio. Solo che a scuola mi parlavano per torturarmi a morte e io scappavo come se la morte fosse incombente, ora – in vecchiaia – hanno smesso di essere minacciosi e si sono fatti interessanti. Ovviamente se e quando riferiti alla sfera esoterica e non all’algebra (una che nasce tonda mica può morire quadrata, eh!).

Detto questo, sono riuscita a rendere questo interesse per il significato simbolico dei numeri un’ossessione (ovvio, il rendiamoci la vita impossibile è l’imperativo) specialmente quando sono in auto. Mi fisso sulle targhe delle vetture che incrocio/affianco/sorpasso-omisorpassano/ecc. e se trovo le mie iniziali prima o dopo i numeri, faccio la somma di questi e ne ricavo una cifra soltanto. Quello è il messaggio che l’Universo mi sta lanciando. Solo per me (follia).

Lo so, fondamentalmente è una stronzata, ma è divertente. Riporto al numero (dall’1 al 9) il concetto/significato (legato a una posizione mentale o spirituale) che la numerologia ufficiale ha designato e ne ricavo qualcosa di utile contestualizzandolo alla mia giornata. Sembra contorto ma non lo è. Faccio un esempio: oggi mi ha superato un’auto targata BF 587 NW. Avrei voluto infamare il tipo perché mi ha tagliato la strada per poi frenarmi davanti (c’era coda), ma il messaggio sulla targa me l’ha impedito. Ovvio che non l’avrei mai notato se l’auto non mi avesse fatto quel “torto”. Ok, quindi: 5+8+7=20 che riducendo a una cifra (2+0) dà 2. In numerologia il 2 si accompagna al concetto di Armonia/Stabilità. E che fai? Mandi al diavolo uno che ti taglia la strada se è portatore inconsapevole di Armonia? Ma sei fuori? Certo che no! Quindi fai finta di niente, arrivi in ufficio con l’Armonia e la Stabilità che ormai si sono impossessate della tua Anima e ti siedi al computer per scrivere il post del giorno. 

E sai, tu sai, che durante l’intera giornata dovrai difendere con le unghie e con i denti l’Armonia che si è ormai insediata in te. E lo sai che sarà una battaglia perché l’Armonia dà fastidio a tutti quelli che non ce l’hanno dentro. Ma l’Universo ormai ti ha avvertita, non hai scuse. 

E ricorda: basta un niente per mandare a remengo l’Armonia e la giornata. Un niente. 

Daje.

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(1070) Perimetri

Oggettivamente parlando siamo fatti di perimetri e di aree. Il nostro corpo ha un perimetro e il contenuto è l’area, la nostra mente ha un perimetro e un’area, il nostro cuore (inteso come luogo dei sentimenti) ha un perimetro e un’area. Questi limiti ci dicono fin dove ci possiamo spingere, andare oltre non è permesso senza conseguenze, andare oltre ti mette in pericolo, andare oltre ti può costare la vita.

È rassicurante avere un perimetro che puoi seguire con la punta delle dita e su cui poter contare, crearsi delle certezze aiuta. Il corpo parla chiaro, lo vedi e lo senti, è abbastanza assertivo quando lancia i suoi avvertimenti, ma la mente no. La mente ama spingersi oltre, la mente sana (sembra un ossimoro ma non lo è, e qui sta il guaio) lo fa continuamente perché andare un po’ più in là ti permette di scoprire cose che ancora non conosci. Se rimane in equilibrio, la mente a un certo punto si ferma e ti dice: “Goditi quel che già sai, lascia il resto ai dissennati”. Se sei saggio le dai ascolto.

Ma parliamo del cuore, parliamo di quello che i sentimenti osano (e se non osano loro chi altro potrebbe?) e sanno fare (aiuto!). Il perimetro di ciò che sentiamo è bislacco, fa fatica a chiudersi, rimane qualche fessura di qua e di là e scappa sempre qualcosa. L’area che dà sostanza al sentimento ha intensità diverse, non è omogenea. Ami? Certo! Con quante diverse intensità provi lo stesso sentimento per la stessa persona? Cento? Mille? Centomila? Ma siamo seri! Di cosa stiamo parlando? Del Caos, in pratica.

E non ho ancora capito come puoi contare su un perimetro che ha delle fessure e su un’area che ha vuoti e addensamenti sparsi senza mappatura né segnaletica, non lo so. Temo che non ci si possa contare affatto. Temo che non ci siano certezze. Temo che non ci siano bussole o misuratori di temperatura che tengano. Il Caos. Punto.

Allora la domanda rimane una soltanto: io con me non posso avere certezze, quindi come posso pretendere certezze dagli altri? Semplice: non posso. 

E così sia.

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(1069) Settembre

Ricordo che lo scorso settembre mi lamentavo proprio qui (e dove se no?) che l’autunno era fottutamente in ritardo. Ebbene, stamattina il tempo è talmente autunnale da far paura. Presa di sorpresa non ho con me il mio giubbino, ho però l’ombrello, ombrello che se continua così si rovescerà su sé stesso da come tira.

Faccio presente che trattasi di vero temporale, con i tuoni e i lampi e i fulmini e la pioggia… autunno. Quindi mug extra-large di guaranà bollente davanti a me, computer acceso e ben settato nel mio blog (qui) e pensieri che vanno lenti, per carburare ci vorrà ancora un’ora buona.

Tutto questo è autunno. E autunno significa che le zanzare e le mosche moriranno tutte o se ne andranno altrove (e vi auguro di bruciare all’inferno, maledette!). Significa che non si soffocherà dall’afosa umidità lacustre, ma che si soffrirà di reumatismi (eh, mica è una stagione perfetta l’autunno, bisogna prenderne atto).

Tutto questo è rassicurante. Non lo so perché, ma per me è rassicurante. Forse perché sono un’abitudinaria? Però le mie abitudini me le tengo strette pure nelle altre stagioni, quindi questo aspetto non penso sia determinante. Forse perché non sono un tipo solare? Ecco, questo conta, conta parecchio di sicuro. Forse perché l’estate mi fa svogliata e distratta e mi detesto quando sono così? Sì, decisamente.

Ok, estate 2019 è stato bello, ma ora si va avanti e con altri ritmi, quindi prepariamoci a essere più scattanti e focalizzati, c’è un sacco di lavoro da fare e soprattutto… tante mug fumanti da godersi.

Buon settembre a tutti!

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(1068) Maturità

Pensavo che la maturità fosse un’oasi di pace, dove i conti tornano e ci si mette via via l’anima in pace preparandosi a godersi la vita così come la vita deve essere: meravigliosa.

È molto probabile io abbia frainteso un paio di concetti costruendomi un’utopia difficilmente giustificabile.

Ovviamente, la maturità ti porta una certa presenza di spirito. Magari prendi un po’ meglio le cose – dalle rotture di palle alle delusioni, dai contrattempi ai piani falliti e via dicendo – ma poco altro. Davvero poco altro. Ci si incazza ancora (sperando di esserne ancora capaci) e si soffre ancora per le cose che sfuggono via e non ci si può fare niente. Soprattutto si viene presi da attacchi furiosi di nostalgia e ogni nostra giornata ha un sottofondo malinconico che si sposa male con il godersi davvero la vita meravigliosa che vorremmo.

Su questo me la sento di azzardare che non sono la sola a viverla così, altrimenti vedrei i miei coetanei passarsela meglio.

Dunque è evidente che la mia idea naïf di maturità deve essere corretta e sanata. Eppure, la tristezza che mi prende nel pensare di lavorarci sopra togliendo tutto lo zucchero mi è insopportabile. Pensare che prima o poi scorgerò all’orizzonte quell’oasi di pace in cui rifugiarmi è un bel pensiero, dopotutto. Illudermi che ci sarà un miglioramento e che le cose diventeranno meravigliose (andiamo a percentuale, dai, almeno un bel 50% su!), mi tranquillizza. Mi fa stare a galla.

Comunque, l’estate si sta squagliando, si entra ufficialmente nella stagione della malinconia… dove mi trovo decisamente più a mio agio. Ma di cosa sto parlando, quindi? Va bene così, va tutto bene così.

È meraviglioso.

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