(1024) Inciampare

Possiamo inciampare su tutto e tutti. Io, per esempio, in questo sono una maestra. Scegli una cosa a caso, una cosa innocua, inutile, invisibile, io posso inciamparci. E, nove volte su dieci, farmi male.

No, no, sembra una cosa da nulla, invece è un vero talento. Appena capisco come farlo fruttare diventerò ricca e famosa. Mi basterebbe ricca, a dire il vero.

Lo faccio da sempre, inciampare su tutto intendo, e l’ho sempre dato per scontato, come fosse una cosa che appartiene all’intero Genere Umano, una delle conseguenze del vivere quotidiano che tocca chiunque, nessuno escluso. Ho scoperto, troppo tardi ovviamente, che non tutti sono così fortunati da inciampare spesso e senza pregiudizi di sorta. Ci vuole proprio un talento preciso.

Quello che ancora non mi è chiaro è come io sia sopravvissuta a questa pratica naturale fino a oggi così coriacemente e così inconsapevolmente. È addirittura più inspiegabile del talento stesso. Fatto sta che a volte sono inciampata in persone che han portato nella mia vita grosse sorprese (no, non necessariamente belle), altre in cose che mi hanno dato accesso a luoghi di conoscenza benefici e proficui (altre volte meno, ovvio), a volte sono inciampata in occasioni che sembravano opportunità, altre in opportunità che si sono rivelate solo stupide occasioni. Sono inciampata in sassi che non c’erano, gradini di mezzo centimetro, fili d’erba innocenti, buche apparse all’improvviso (queste sono ovunque, non si possono schivare tutte, ma io posso prenderle tutte).

Oggi sono inciampata su una frase che mi ha ispirato il pensiero da cui questo post è partito. Non odiatemi, è un talento naturale. Inconsapevole. Inutile. E se lo si ignora, innocuo.

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(1023) Gola

Quando un’emozione ti prende la gola è fatta, sai già che avrai la peggio. Perché lo stomaco lo puoi nascondere, la gola no. Neppure una sciarpa o un foulard potrebbero nascondere il tremito che la gola rivela – che sia di gioia, di dolore, di rabbia, di tristezza, di tutto-quello-che-vuoi non importa – e che è pronta a usare contro di te.

Il segreto per evitare la disfatta sarebbe: non provare alcuna emozione. Bingo.

I peccati di gola, d’altro canto, possono rivelarsi ben piacevoli e del tutto perdonabili, chissà perché.

Prendere per la gola qualcuno – che tu lo voglia sedurre o far fuori – è un’azione potente, che richiede una certa concentrazione. Non da tutti, non sempre, non con chiunque e non ovunque. Bisogna farci attenzione.

Tagliare la gola… ecco, i tagliatori di gole son brava gente dopotutto – gente che fa soltanto il proprio lavoro – e che crede nel proprio valore e nell’utilità che apportano alla comunità, ma è meglio tenerli a distanza, si rischia di avere la peggio.

Il nodo in gola fa parte delle cose mal digerite, che ti viene da piangere o da vomitare, e sempre di emozioni si tratta.

Quando riesci ancora a parlare, quando la voce non ti manca, quando il respiro ti regge, sii grata alla tua gola.

Ingoiare i rospi come pratica quotidiana non porta niente di buono, bisognerebbe ricordarlo.

Tutto questo per dire cosa? Che la gola è importante perché ci rivela.

Eh, sì. Un’altra imperdibile perla di saggezza… no, non ringraziatemi, e soprattutto state lontano dalla mia gola!

‘notte

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(1022) Eletto

Quando vieni scelto dal Caso o dal Destino, insegna Matrix, non ti puoi tirare indietro. In qualche modo pagheresti la tua codardia. Vien chiaro anche, sempre seguendo le vicende di Neo, che la paghi comunque, anche se il coraggio non ti manca e ne usi fino all’ultimo grammo.

Eccoci arrivati al punto. Dentro alla mia Matrix la richiesta di tirare fuori le palle è più che altro un ordine. E, per non venire macellata anzitempo, mi sono ben presto adeguata. Presto, si fa per dire. Mi sono adeguata appena ne ho preso coscienza. Per la serie ognuno-fa-quel-che-può-con-quello-che-ha, quando un certo tipo di dinamica viene adottata con costanza diventa parte di te e vai avanti per inerzia. Non ti chiedi più se sia il caso di tirare fuori le palle, lo fai e basta perché hai imparato che ne sei capace, che ti dà una certa soddisfazione e che, andasse male, il tuo amor proprio se la riesce a metter via in modo decoroso. 

“Almeno ci ho provato” diventa un mantra onorevole.

Nonostante tutto questo, non è che vivere fronteggiando ogni sfida non ti consumi, tutt’altro. Alla fine della giornata sei proprio sfinita. Cioè, non ti rimane neppure la forza per piangere. 

E dopo un po’ ricominci a domandarti: “pillola rossa o pillola blu”? Perché non è poi così scontato e perché le cose possono cambiare e perché… boh, perché siamo sempre lì: domandare è lecito e rispondere è cortesia.

Cortesemente stamattina mi sono risposta: “Basta con le pillole e prendiamola per un altro verso, Babs. Posa tutto a terra e usa quello che hai. Concentrati su quello che c’è. Prendi i pezzi di te che ora ti sono utili e fanne qualcosa. Ormai sei sveglia, non riusciresti a riaddomentarti. Ormai sei oltre e la Matrix non la cambieresti neppure se ritornassi indietro, neppure se la barattassi con un’altra Matrix. E poi, diamine!, mica sei Neo, non sei l’Eletto. Puoi fermarti”.

Più che una risposta è un monologo interiore imbarazzante, me ne rendo conto ora che l’ho riportato qui, ma il succo non cambia: posso fermarmi. 

Ok, mi fermo.

E dormo.

Tanto.

Più che posso.

‘notte.

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(1021) Franchezza

Quando qualcuno ti si presenta alla porta, decidere se farlo entrare o meno è una questione di pochi istanti. Questi stramaledetti istanti ti possono costare cari. 

Si può tenere tutti lì sull’uscio? Diventerebbe un luogo fastidiosamente affollato, ma meglio che il casino rimanga fuori piuttosto che si instauri dentro per fare danni. Sbaglio?

Temo che questo pensiero giunga sempre troppo tardi, a danno fatto.

Nella mia vita sembra che questo entrare sfondando la porta sia la norma, per non parlare dell’uscire senza salutare e senza chiudersi la porta alle spalle (non sia mai). Molto probabilmente suonare il campanello è opzione  di poco valore.

Fatto sta che accogliere qualcuno dentro la propria casa non è cosa ovvia, né di poco conto, e le persone che amo avere accanto non hanno dubbi in proposito: il sorriso è sincero, l’abbraccio è sincero. Sempre. Anche quando ho le palle girate per qualcosa o a causa di qualcuno. Sempre.

Non esiste accoglienza-di-circostanza, non esiste proprio. Si accoglie con intenzione cristallina, altrimenti non si accoglie affatto. Fare come D’Annunzio, che faceva attendere gli indesiderati nella sala d’aspetto apposita facendoli fare la muffa prima di concedere udienza, è inconcepibile. Se ti si presenta alla porta una persona che non desideri vedere, non apri. Semplicemente non apri.

Quindi, quel fare-nonfare o dire-nondire che ti fa barcamenare tra il fraintendimento e il compreso-a-metà è, a mio giudizio, patetico. E se ti sto sulle palle, perlamordelcielo, fammelo capire senza giri di parole che è un attimo togliere il disturbo e sparire dalla tua vita. Grazie.

Ovviamente, assicuro la stessa franchezza.

Prego.

 

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(1020) Comodità

Scelgo scarpe comode e, comunque, con le scarpe sbagliate fai poca strada. Questo in generale. 

Scelgo scarpe che immagino potrei indossare senza vergognarmene. Quello che offre la moda mi rimbalza, scelgo basandomi su come mi posso sentire portando quelle scarpe abbinate ai vestiti che ho in guardaroba. In verità sono piuttosto concreta: le decolte tacco 16 son belle su qualcun altro, non certo su di me.

Ogni tanto penso ai piedi delle Geishe, vittime della pratica del Loto D’Oro, e penso a quanto dolore venivano sottoposte. Penso che andare lontano con dei piedi così sarebbe stata una Via Crucis, ecco perché era facile tenerle prigioniere. Avrebbero percorso mille miglia correndo avessero potuto farlo, ne sono sicura.

Negli anni ho avuto delle scarpe talmente comode e belle (a mio parere) che le ho consumate a forza di indossarle fino all’ultimo passo possibile. Non riuscivo a rassegnarmi che la nostra storia d’amore fosse costretta a interrompersi. È stato doloroso. Eh, tendo ad affezionarmi alle cose belle.

Tutto questo per dire cosa? Non lo so. Forse sono stata ispirata dalla mia amica sciatica che è ritornata alla riscossa e pretende calzature di un certo tipo. Forse sono infastidita dallo show delle ciabatte estive che non stanno bene a tutti e bisognerebbe tenerne conto. Forse i piedi delle Geishe mi hanno traumatizzato più di quel che pensavo, forse sono irritata dal fatto che non riesco a trovare della scarpe come dico io e mi sono rotta di girare di negozio in negozio sperando nell’incontro del secolo. Forse sono solo in affanno e ho bisogno di una vacanza.

Vabbè.

 

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(1019) Disposizione

Disporre le cose con cura è un’attività che mi dà parecchia soddisfazione. Le cose messe lì così, a casaccio, mi mettono a disagio. Non è tanto una ricerca di perfezione (come erroneamente si potrebbe pensare) è una soddisfazione dell’occhio (mio) che guarda. Mi sento bene quando quello che guardo ha una certa logica nel suo apparire, una certa forma, una certa pulizia, una certa luce, una certa eleganza.

Non posso uscire di casa indossando colori a caso. Non posso mangiare con il cibo buttato sul piatto come viene. Non posso lavorare su una scrivania dove le cose siano state disposte malamente.

Potrebbe essere una malattia sotto mentite spoglie, me ne rendo conto, ma non mi faccio venire un attacco di panico se qualcosa di inguardabile mi colpisce l’occhio (e ne vedo di cose ammassate senza criterio), anzi non faccio una piega. Tutto quello a cui bado per non contravvenire alla mia benedetta regola della buona-disposizione è metterci del pensiero ogni volta che scelgo il da farsi.

Questo è il motivo per cui nel mio guardaroba ci sono pochi colori (il nero vince su tutti), ho una logica a cui mi attengo. Con un certo rigore e con assoluta continuità. Curare quotidianamente un equilibrio che posa su questa logica è il meglio che posso fare. Il resto mi sfugge, il resto è Caos, il resto è quel che deve essere. Ma per stare sul filo e non cadere giù, la buona-disposizione è la soluzione che adotto quotidianamente. E funziona.

Stop.

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(1018) Smalto

Chi mi conosce sa che mi piace lo smalto sulle unghie. Chi mi conosce sa che i miei colori preferiti è lì che vanno a finire e spesso accompagnano i miei vestiti. Chi mi conosce non sa perché di questa mia ossessione, non l’ho mai spiegato a nessuno, e ovvio che nessuno me lo abbia mai chiesto, ma oggi lo voglio scrivere. Perché? Non lo so, lo scrivo e basta.

È stata una conquista che mi sono guadagnata da adolescente smettendo di rosicchiarmi fino al dolore sanguinante le unghie. Lo facevo perché ero ansiosa (e ansiosa lo sono ancora), ma mi piaceva lo smalto che decorava le unghie delle mani di certe donne che vedevo attorno a me e quindi mi sono decisa: basta rosicchiarmi le unghie e via con lo smalto!

Una volta conquistata la meta non sono più tornata indietro.

Se faccio un rapido calcolo mentale mi è evidente che ogni volta che conquisto una meta poi me la tengo stretta. Mi scoccia troppo ritornare indietro. Vado avanti, mica sono un gambero! Quindi posso affermare, senza dubbio alcuno, che quella mia prima vittoria sia stata fondamentale per la crescita. Soprattutto grazie alla dinamica che ho saputo mettere in atto.

Scegliere il blu o il viola, il rosso (raramente) o il nero, e procedere con l’operazione senza delegare a una professionista la questione manicure, è una delle azioni a cui mi dedico con più attenzione. Come se in quei gesti risiedesse la mia promessa: vai e prenditi quello che vuoi. E il mio impegno: per avere quello che vuoi devi saper rinunciare a qualcosa. E la mia perseveranza sostenuta da una presa di coscienza semplice: puoi.

Sembrerà tutto molto stupido, me ne rendo conto. Ma le persone stanno su per queste cose stupide, mica perché fatte di cemento.

Sottovalutare le cose stupide non è una buona idea. Mai. Credo.

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(1017) Basi

Quando non sai di cosa si sta parlando stai zitto. Ascolta, fai le domande del caso se hai intenzione di capire, e dopo, soltanto dopo che ti sei fatto un’idea, parla. Di’ la tua, tranquillamente, ma pensaci su. Pensaci su un po’. Un bel po’.

Queste sono le basi.

Quando non sai qualcosa, pensa alle domande che ti permetterebbero di sapere di più (o meglio) e una volta formulate ad alta voce all’interlocutore giusto, ascolta la risposta. Ascolta la risposta. Possibilmente fino in fondo. 

Queste sono le basi.

Quando ti senti in difetto, anziché andare in emergenza e tirare testate a destra e a manca, fai un bel respiro, richiama in te anche soltanto una goccia di umiltà e cerca di colmare le lacune che ti si sono palesate. Non è un problema degli altri, ma tuo. La cosa positiva è che si tratta di un problema provvisorio e una volta colmato il vuoto di conoscenza sarai migliore.

Queste sono le basi.

Quando punti il dito su tutti gli altri perché nessuno ti capisce o nessuno è d’accordo con te o nessuno ti degna di attenzione, fai mente locale e chiediti dove manchi nel tuo modo di comunicare. Io lo faccio tutti i giorni, tutto il giorno, di chiedermi dove manco nel mio modo di comunicare. E continuo a fallire. E continuo a indagarmi e non è mai finita.

Queste sono le basi.

Di cosa? 

Della vita.

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(1016) Sogno

Nella nostra testa è tutto perfetto. Si chiama sogno. 

Ti immagini una situazione, ti immagini una persona, ti immagini un risultato. Costruisci il tuo sogno con dettagli che vanno a colmare ogni vuoto, ogni mancanza, ogni stortura. Perfetto. Nella nostra testa. Perfetto.

Nella realtà è il Caos. Si chiama proprio così: il Caos della Realtà. Che non è fantasioso, ma non ha niente a che vedere con la fantasia quindi pretenderlo è da idioti. La realtà è una mescolanza di variabili, incidenti e dio-solo-sa-che-diavolo che rende qualsiasi possibilità di sogno un disastro. Anche andasse tutto bene, ma proprio tutto alla grande, quando lo viviamo manca sempre qualcosa. È sempre meno bello di come sarebbe se fosse solo nella nostra testa. Manca di perfezione. 

Cosa facciamo? Lo buttiamo? Soltanto perché non è perfetto? Eh.

Quindi crescendo si impara a mettercela via, male che vada possiamo sempre rintanarci nella nostra testa e raccontarci il film perfetto che vogliamo. Quali sono le conseguenze? Eh. Lo sappiamo quali sono, anche se non lo vogliamo ammettere perché ci rode: lo scollamento. 

In poche parole, noi Esseri Umani siamo un branco di disadattati allo stato brado. Il Caos è questo. 

Cosa facciamo? Ci buttiamo via soltanto perché non siamo perfetti? Eh.

È come cavalcare un purosangue: ti immagini la perfetta simbiosi con il potente equino che sarai in grado di gestire e domare e ti ritrovi disarcionato steso a terra. Poteva essere la cavalcata della tua vita, poteva, lo era nella tua testa. 

Io stamattina ho in mente un sogno, una cosa che in tre-quattro passi posso realizzare, e lo realizzerò entro domani. Una cosa da nulla, ma alimenta quell’ambizione di perfezione che mi divora l’Anima. Ripeto, una cosa da poco, una cosa che ha significato soltanto per me, una cosa che una volta che la butterò fuori dalla mia testa potrebbe risultare ridicola. 

Ma che faccio? La butto soltanto perché rischia di essere un fallimento? Eh. Il fallimento, arrivata a questo punto, è un dettaglio. Il sogno ha vinto. 

Inshallah.

 

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(1015) Cristallo

L’Essere Umano viaggia mediamente su frequenze torbide: difficile capire quello che pensa e le sue intenzioni. Spesso non perché in malafede, semplicemente perché confuso. Questo detto senza alcun tipo di giudizio, mantenendo uno sguardo scientifico sulla faccenda (io scienziata, mi viene da ridere).

Andando oltre, ci sono degli istanti – istanti da nulla  che se non ci fai attenzione scappano via e fan sembrare tutto un’illusione – in cui si scopre la purezza del cristallo che sta alla base di un’Anima. 

Potrebbe essere che lo noti in uno sguardo, in un gesto della mano, in un sospiro, in un voltare la testa o in una parola a cui la voce dà forma magari sopra pensiero. Il cristallo che c’è lancia un luccichìo riflettendo la luce che è nascosta dentro, in fondo. L’ho detto, questione di un istante. Se te lo perdi peggio per te.

Se, però, decidi di farci attenzione mentre interagisci con le persone che ti stanno attorno, potresti essere invaso da raggi di luce che – random – squarciano il tuo momentaneo buio. Per risonanza uscirà anche la tua luce, dal tuo cristallo che tieni ben protetto laggiù nelle tue viscere.

È necessaria una disinteressata disponibilità per far sì che si palesi questa piccola alchimia, è necessaria una predisposizione alla felicità. Credo.

Il cristallo è trasparente, ciò comporta una serie di preoccupanti conseguenze, per questo va tenuto al riparo. Ma al buio non può fare il suo lavoro: espandere la luce per illuminare tutto. È un peccato, vero?

Urge trovare un compromesso, sono d’accordo.

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(1014) Amarezza

Che colore ha l’amarezza? Un brutto colore, verrebbe da dire. O forse è il miscuglio di tanti colori, messi alla rinfusa, che si fondono e si confondono e perdono i propri confini. L’occhio scombussolato non capisce più nulla e ti schianti sul divano aspettando che ti passi.

Ma non passa.

Bisognerebbe trovare una cura per debellare questo maledetto sentimento, ma essendo tale non è labile, rimane ancorato in te e ci resta. Testardo, sordo e bastardo. La chimica non lo scalfisce, la meditazione gli fa il solletico. Il bastardo non molla. È un sentimento, è lì per restare.

Allora bisognerebbe agire contro tutto ciò che ti suscita amarezza, combattere contro chiunque, e qualsiasi cosa, osi aprire in te quella finestra maledetta che non si richiuderà mai, nonostante il tempo e le tempeste. 

E l’amarezza non ti fa piangere, non ti fa urlare, non ti fa sfogare, non ti fa sputare il dolore. Ti consuma. Punto.

Certo che ci può mettere una vita a farlo, ma lei ha tempo perché si mangia il tuo tempo e non si fermerà. 

C’è un modo per rallentare l’inesorabile processo? Sì. Riderle in faccia. Si fa fatica, ma si può. Ridere di quello che è stato e di quello che è. Ridere di quel che se ne è andato e di quello che non se ne vuole andare. Ridere di te. Che ti lasci incastrare da un sentimento da niente, nato chissà perché e cresciuto chissà come, e che pensi sia più forte di tutto. Ma che forte non è.

Tu sì, invece. Sei ancora qui. Giusto?

 

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(1013) Cioccolato

Quel che fa bene e quel che fa male. Ognuno ti dice la sua, ognuno portatore di lungimiranti elisir di vita eterna. Ma di qualcosa si deve pur morire. 

Il cioccolato (nahuatl cocholatl) fa bene perché aumenta la produzione di serotonina e muori contento. Questo è un modo per continuare a mangiare cioccolato senza sensi di colpa. Chi dice che il cioccolato fa male non ha capito niente. Lasciamoli parlare.

Ci sono cibi, riflettiamoci su, che creano l’atmosfera: prova a sostituire il cioccolato con le barrette ai cereali e poi dimmi se ti passa la saudade. Ma per favore!

E ogni cosa ha la sua stagione e la sua temperatura ideale. Strafogarsi di cioccolato in piena estate non ti viene naturale, a meno che non lo trasformi in gelato o qualcosa di fresco che gli assomigli molto. Quindi è ovvio che i Pocket Coffee o i Mon Chéri spariscano dai supermercati, sarebbero sprecati. Questo – voglia o no – ti porta uno scompenso, magari così sottile da non rendersi evidente se non in un angolo oscuro del tuo subconscio, infatti quando a quasi inizio autunno ricompaiono ovunque una certa felicità ti pervade. Grazie per essere di nuovo qui con me, amici!

Il cioccolato, in realtà, è stato creata dagli uomini per una ragione sacrosanta: sopravvivere. Anche nei periodi in cui ne faccio a meno, perché non ci penso, il solo sapere che esiste e che è alla mia portata mi fa passare metà dell’ansia. Perché c’è bisogno di qualcosa che ti faccia passare un po’ d’ansia che non sia il Prozac, c’è bisogno.

A questo punto, basita da quanto io stessa non sapevo di pensare riguardo all’argomento, ritorno al presente, a questa estate che è stramba e calda, caldissima e strambissima. Per fortuna che c’è il cioccolato.

Ogni saudade è la presenza dell`assenza / Di qualcuno, un luogo o un qualcosa, infine / Un improvviso no che si trasforma in sì / Come se il buio potesse illuminarsi. / Della stessa assenza di luce / Il chiarore si produce, / Il sole nella solitudine. / Ogni saudade è una capsula trasparente / Che sigilla e nel contempo offre la visione / Di ciò che non si può vedere / Che si è lasciato dietro di sé / Ma che si conserva nel proprio cuore.  La saudade è un sentimento; è la struggente presenza di un’assenza.  (“Toda Saudade” di Gilberto Gil) 

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(1012) Bluff

Mi piacerebbe poter vantare il contrario, ma non riesco mai a riconoscere un bluff raffinato al primo colpo. Quelli smargiassi sì, quelli evoluti no. E mi piacerebbe essere più furba, più sveglia, più intelligente, ma non lo sono mai abbastanza.

Il bluff, quello di classe, ha una grande struttura narrativa sotto. Si muove per raggiungere uno scopo chiaro, in un luogo preciso che ti viene nascosto finché non è troppo tardi per tirartene fuori. Bisogna avere pochi scrupoli e molto ingegno per bluffare da professionisti.

Ammetto che a un certo punto me ne accorgo, riesco nel lungo periodo a rilevare cadute di tono, incongruenze e scollamenti dello storytelling e riallacciando ogni scena alla fine ce la faccio: vedo l’inganno.

Ovvio che certe conseguenze me le prendo lo stesso, ma frenare risparmiandomi il crash finale è già qualcosa. Sono una che si accontenta, dopotutto.

Raramente riesco a perdonare chi bluffa spudoratamente per il proprio tornaconto a spese di qualcun altro, anzi, mai. Lo trovo uno spreco di energie impegnarmi ad essere misericordiosa con chi si merita le mazzate, soprattutto perché non sono programmata per la misericordia (questo in generale).

La cosa più strana è che ci sono personaggi in giro che non si rendono neppure conto di essere soltanto dei grandi bluff e agiscono come se l’autenticità fosse il valore che li contraddistingue. Si offendono pure, se qualcuno osa mettere in dubbio la loro buona fede. Scenate da non crederci. Davvero.

Non mi piace sparare sulla Croce Rossa, ma sui professionisti del bluff sì, senza pietà. Quello che mi rode è che non li riesco mai a intercettare in tempo utile, mi faccio sempre intortare dal concetto di “innocente fino a prova contraria”.

Ma la prova contraria mi cade tra le mani prima o poi. E da lì son mazzate. Garantito.

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(1011) Raccolto

Si semina e a un certo punto si raccoglie. Si dovrebbe raccogliere quanto seminato, sarebbe giusto, ma in realtà non è così. Il maltempo può rovinare il raccolto, così come i parassiti, così come gli uccelli che rubano i semi. Non si raccoglie quanto seminato, ma quel che rimane del seminato. Quindi sempre di meno. Prima lo capisci e meglio è.

Perché se lo capisci, e ti fai due conti, ti metti l’anima in pace e semini il doppio o il triplo di quanto faresti di norma, per aumentare il raccolto fattivo.

Dai di più, insomma. Fai di più.

Anche così facendo non puoi avere alcuna certezza, ma giocando con le probabilità ti puoi dare una speranza in più. Meglio che niente. Eh.

Questa è la filosofia che ho applicato con disarmante continuità durante tutta la mia vita, e spesso mi è stato fatto notare che dare troppo e fare troppo è… troppo. Non ti sbattere tanto, mi sono sentita ripetere negli anni, e questa frase mi ha sempre innervosito perché sottende un altro concetto tacito: dove pensi di arrivare, comunque?

Non è che le cose che uno fa o dà vengano valutate al chilo, le fai così e dai nella quantità che senti sia giusta. Giusta per te, mica per chi. Giusta per te, perché vuoi fare le cose per bene, perché vuoi dare il massimo di te a prescindere da quanto riceverai in cambio. Anche se il raccolto sarà deludente. E non nascondo che spesso lo sia, ma non è una buona ragione per darmi al risparmio.

Il concetto di risparmio è proprio bannato dal mio DNA. Nel bene e nel male.

Chi semina si aspetta un raccolto, io non faccio eccezione, ma non si mette in dubbio il seminare, si mette in dubbio il raccogliere semmai. Col tempo e con l’esperienza capisci che ti porti a casa quel che c’è e che non serve a nulla recriminare. Hai seminato e ora raccogli. Punto.

Ti devi far bastare quel raccolto per un po’ e devi continuare a seminare, queste sono le regole del gioco. Non esiste altro. E vale per tutti.

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(1010) Stile

Questione di stile. E non sto parlando di uno stile che sia migliore dell’altro, sto solo facendo presente l’ovvio: ognuno di noi ha il suo. O dovrebbe averlo. 

Ognuno di noi è portatore sano, o meno sano, di un mondo che si è creato col tempo: scegliendo quello che gli pare. Va da sé, ognuno di noi ha il suo modo originale di esplicitare quell’agglomerato di cose che ha inglobato nella sua personalità con gli anni e la ricerca. 

Ai miei tempi se non amavi Bukowski eri un po’raccio. Mi sono letta tutto Bukowski annoiandomi un bel po’ nel frattempo, per decidere che con tutto il rispetto che provavo nei confronti di questo autore/poeta, il mio mondo era un altro. Ovvio che certe sue frasi fan bene ai neuroni e al cuore, ma quel suo universo, con la sua malattia, è ben lontano dal mio, e dalla mia malattia. Stessa cosa per Kubrick. Stessa cosa per il Cubismo. Mondi che sfioro volentieri, ma nei quali faccio fatica a immergermi. Non risuonano con il mio. 

Il mio stile è fatto di tonalità accoglienti, anche se amo i colori sgargianti che trovo in natura. Per esempio: un verde acido su una maglietta o su dei pantaloni… ecco, non lo contemplo neppure. Il mio sguardo non accoglie, rifugge.

Il mio stile è fatto di suoni grintosi e di melodia. No, non frequento i rave

Il mio stile è fatto di parole legate ai concetti e immagini che raccontano senza dover dire niente e oggetti anche inutili ma tanto belli. E dettagli, milionate di dettagli che vanno a migliorare la sostanza.

Detto questo: essere criticati per lo stile che ci portiamo appresso è d’obbligo. E a dirla tutta, se da ragazzina me ne facevo vanto, se da ragazza alzavo le spalle, se da giovane donna alzavo il sopracciglio, ora resto impassibile. 

Francamente non me ne potrebbe fregare di meno. Non baratto il mio stile per il tuo. Fattene una ragione e ignorami. 

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(1009) Muta

Ci sono dei periodi in cui mi ammutolisco. Non so se sia per una sorta di cortocircuito neuronale o per sfinimento, fatto sta che smetto di parlare. Soltanto lo stretto necessario. Se sono costretta a dire di più lo faccio malvolentieri. 

Sia chiaro: non lo decido coscientemente, applico la nuova modalità e me ne accorgo soltanto se punto lì la mia attenzione. Più che altro se ne accorge chi di solito mi sta attorno, abituato alla mia voce che va e viene a intervalli sostenuti. Se gli intervalli si dilatano significa che sto affondando in uno dei miei periodi muti.

Il silenzio che si crea dentro di me non è allarmante, è una sorta di limbo dove i rumori sono solo rumori e i pensieri non sono poi così importanti. Perdendo il senso del contenuto, il contenente perde di sostanza. Molto probabilmente.

Non durano tantissimo questi periodi, non potrei però definire una timeline precisa, sono sicuramente ciclici. Al momento ci sono dentro. Non è una grande notizia, ma è comunque qualcosa che voglio far presente a chi mi sta attorno in questi giorni e mi trova strana e più insopportabile del solito. È così. 

Non parlare, o parlare poco, è una condizione che associata a me potrebbe sembrare paradossale, ma i periodi in cui sparisco dalle scene non sono orientati al calcare altre scene, sono quelli che mi vedono in ritiro monacale e che non racconto a nessuno perché sono pieni di cose che riguardano soltanto me. Piccole cose, stupide cose che parlano a me e a me soltanto. 

Non è dove finisco, è dove mi espando. 

Ritornare poi in scena è sempre strano. Quasi doloroso. Sempre strano e stranamente doloroso. Non capisco più che peso dare al contenente e al contenuto e questo potrebbe non essere un dettaglio da poco. Proprio no.

Tant’è

(…)

 

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(1008) Pesci

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.
(Albert Einstein)

Innanzitutto bisognerebbe fare mente locale e capire che tipo di pesce siamo. Per esempio: un pesce con poca memoria a breve termine, tipo Dory, è un pesce che mi assomiglia molto. Ma quello che intendevo dire è che pensarti un pesce o una giraffa cambia parecchio, ma anche crederti uno squalo mentre sei soltanto un pesce rosso può darti qualche disturbo in certe situazioni.

Pertanto già decidere che pesce siamo è un bel punto di partenza.

Da lì si parte con una bella introspezione per capire se ci piace essere un pesce o se vorremmo magari essere uno scoiattolo per salire e scendere dagli alberi in scioltezza. E poi valutare come/quanto/perché chi ci sta attorno ci pretenda altro da ciò che siamo. Completato il giro, ci si fa due conti e si procede.

Lasciamo da parte i geni, quelli hanno tutta un’altra storia, parliamo di persone comuni, come me, persone che vogliono solo fare quello che gli riesce meglio senza rompere le palle a nessuno. Ok, queste persone, tanto per dire, non è che si immaginano di essere condor e sono soltanto girini, queste persone si vedono esattamente come sono e cercano di trovare un posto nel mondo dove esserlo senza chiedere il permesso e senza chiedere scusa. Trovare il proprio posto, insomma.

Ora: le pretese che ci afferrano per la gola sono quelle che alla fine ci fanno soffocare. E, in tutta sincerità, le acrobazie le fanno gli acrobati, che son dotati e sono pure allenati, quindi si arriva fino a pagina 2 e a pagina 3 ci si può pure fermare. Giusto?

Io mi propongo di farci attenzione d’ora in poi, perché va bene tutto, ma non è che la vita è sempre un dimostrare qualcosa a qualcuno (neppure a sé stessi). La vita è viversi con serenità, che dove non arrivi tu magari arriva qualcun altro e le cose vanno  comunque avanti senza bisogno di tragedie. Giusto?

Ok, tanti pesci ci sono in mare, a me basta esserne uno ed esserlo in totale tranquillità e in santa pace.

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(1007) Romanticismo

Nel giro di qualche secolo siamo passati da “rivalutazione del sentimento, della fantasia, della soggettività” (definizione da dizionario di romanticismo) alla “sopravvalutazione del sentimento, della fantasia e della soggettività” che fa capo alla selfie-ossessione che pervade il globo terracqueo senza ritegno.

Da rimanerne allibiti.

Abbiamo pensato ad un certo punto del nostro percorso umano che il sentimento fosse uguale a emotività. No, non è la stessa cosa (e non sto qui a fare la lezioncina che non serve a nessuno, tranquilli). Abbiamo anche pensato che la fantasia contenga più valore della realtà. No, e non se la giocano neppure alla pari (purtroppo, lo dico con dispiacere, ma a una certa bisogna pure avere il coraggio di accettare quel che deve essere accettato). Abbiamo inoltre pensato che la soggettività potesse scavalcare qualsiasi concetto di oggettività e comunità. No, non funziona, la nostra stessa sopravvivenza in quanto genere umano ne è la prova. In poche parole: abbiamo perso la brocca. Siamo partiti per la tangente e abbiamo stravolto ogni norma di buonsenso e di buongusto.

Ritorniamo al concetto di romanticismo: se lo pensi come eccesso di sentimentalismo è un peccato. Davvero. Trasformi qualcosa che era partita bene in una storia col finale patetico. Ma perché?

Due persone che si guardano negli occhi senza bisogno di parlare e si trovano vicini come se non ci fossero due corpi e due menti ma uno/una soltanto, cosa che può durare un istante al massimo, è un piccolo romantico evento che se hai la fortuna di viverlo ti fa volare in alto. Non è patetico. È prezioso.

Ed è estremo. È estremo perché significa lasciarsi cadere nel vuoto senza paracadute. Eppure, praticare il bondage sembra più intrigante (legare come un salame un altro essere umano per renderlo libero di provare). Come riusciamo a rincoglionirci con i concetti filosofici noi moderni… è addirittura questione affascinante. E sfuggiamo gli sguardi e i tocchi gentili, romanticismi d’altri tempi, per provare emozioni forti in situazioni forti con chi è forte quanto noi. Forti quanto? Più forti possibile, ovvio. Ah. Interessante, molto interessante.

Il sentimento, la fantasia e la soggettività sono strade che si percorrono con una certa idea di misura e di equilibrio. Sono delicate vie che portano lontano e che allo stesso tempo ci fanno avvicinare l’un l’altro. Quando ci si dedica all’arte della gentilezza (che è un pensiero leggero e che non sono sicura si possa insegnare), le cose si possono fare molto forti, estremamente forti, ma non per distruggerci, per completarci. E lì che scopri chi sei. 

In poche parole, ho sempre schifato i sentimentalismi, ma mi sono sempre fatta forte dei miei sentimenti. Ho sempre schivato l’esasperazione dell’individualità, ma ho sempre curato la mia soggettività. Mi sono sempre rifugiata nella fantasia per ricaricare le batterie, ma non l’ho mai confusa con la realtà (soprattutto perché la realtà non me lo ha mai permesso – grazie Realtà, a buon rendere).

Quindi nonostante il mio lifestyle non lo dimostri con grande evidenza, mi posso definire una romantica.

E questa potrebbe essere, per quanto mi riguarda, la rivelazione dell’anno… santiddddio!!!

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(1006) Caldo

All’estate non c’è scampo. Ogni anno mi penso a riposare su altri lidi, nel profondo nord dove di notte si dorme bene con un piumino… e ogni anno mi sbaglio. Qui inchiodata a guardare il lago evaporare, tutto quanto sopra la mia testa.

Il caldo senza senso di questi giorni è l’inferno che si anticipa ante-mortem con una certa soddisfazione. E per quanto io fossi preparata non lo sono mai abbastanza. 

Dicono sia l’estate più calda, ma pure l’anno scorso era così. Sono andata a scovare il mio vecchio diario perché l’avevo pure scritto, me lo ricordavo bene. Una frase che non lascia dubbi: “Maledetto caldo infernale non mi avrai!”.

Stessa frase che mi tormenta in queste notti insonni sperando in temporali rinfrescanti che non arriveranno mai (ma a Guadalajara è scesa una montagna di grandine… ma no, i cambiamenti climatici sono solo paranoie allarmistiche).

Mi rendo conto che niente è per sempre e che il tempo passa che è una meraviglia, ma siamo il primo luglio e c’è tutto il mese davanti e poi c’è agosto… metti pure che a settembre inizi a rinfrescare (e non è detto per un tubo perché l’anno scorso c’erano i tropici fino a ottobre) è comunque un’agonia lunga e crudele.

Niente, non è che a lamentarsi cambi qualcosa, ma stasera non ho un pensiero uno che non si sia sciolto miseramente prima ancora di raggiungere la tastiera e in tutta sincerità anche tenere il PC acceso comporta un’aumento della temperatura nella stanza che mi risulta vagamente intollerabile… quindi facciamo che questo post ormai si tiene così com’è e mettiamoci una pietra sopra.

Domani parlerò delle maledette vespe che mi attaccano per uccidermi. No, non vi spoilero nulla, ma sappiate che non è uno scherzo.

‘notte.

 

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(1005) Notte

Quando la notte scende la testa mi rallenta. È come se riconoscesse questa dimensione come il suo luogo, dove espandersi e mettersi comoda. Va, indipendentemente da me, dove vuole andare e trova esattamente quello che le serve per sostenersi e sostenermi durante il giorno. Questo quando è in stato di veglia, una volta addormentata non so che fine faccia e dove si vada a cacciare. Preferisco quasi non saperlo, evitiamo di incrementare l’ansia, per favore.

La mia notte ideale parla di energie assopite che si risvegliano, di sguardi che si fanno più lucidi, di vicinanze che se ne infischiano dei confini e cose così. La mia notte ideale non fa casino, assorbe significati e brilla di luce calda.

C’è chi approfitta della notte per uscire allo scoperto, io preferisco nascondermi con lei. Di giorno è tutto troppo pieno, la luce acceca. Di notte la vista si concentra sulla percezione più che sulla forma. L’intensità della sostanza, anche quella più impalpabile, si palesa senza bisogno di forzarla.

Ci sono sottili trame che aspettano nella notte. Ci sono suoni che vibrano suadenti nella notte. Ci sono anime che si fanno trasportare dai sogni di chi non le può toccare, non temendo trappole.

E ci sono io. Che vago senza meta. Ma questa è un’altra storia. E per nulla interessante.

 

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(1004) Modellare

È difficile immaginarci come sarebbe andata se non avessimo detto o non avessimo fatto, o se avessimo detto e fatto anziché starcene immobili o andarcene nel momento in cui dovevamo restare. Si prende la via di Sliding Doors e si viaggia di fantasia. Poteva succedere di tutto, ci diciamo, per giustificarci (scampato pericolo) o per scusarci (mancanza di coraggio). Poteva.

Quel che facciamo è una manipolazione della nostra esistenza che perpetriamo con una certa nonchalance, come se non contasse nulla. Anziché prendere coscienza di come stiamo modellando il nostro oggi e il nostro domani ci rendiamo autori di un ieri che non volevamo e non vogliamo. E lo trattiamo come se non fossimo stati noi a decidere, a fare o non fare, dire o non dire.

Eravamo noi. Magari diversi da quello che siamo oggi, ma eravamo noi. Noi lì a modellare incoscientemente quel che poi sarebbe restato a testimonianza del nostro passaggio nel tempo.

Modellare significa dare forma. Dare una forma ci permette di riconoscere quel che stiamo creando come un’espressione del nostro volere e della nostra capacità di rendere concrete certe idee, certi pensieri.

Modellare quel che abbiamo tra le mani significa avere un’idea su quello che sarà il suo scopo, la sua utilità, foss’anche soltanto qualcosa di bello da guardare. Perché la Bellezza fino ad ora non è riuscita a salvare il mondo, ma lo tiene a galla. Onorevolmente, considerato che è rimasta sola a combattere la battaglia, lei sola a crederci.

Modellare è nelle nostre possibilità, è nelle nostre corde, sappiamo come fare e sappiamo anche farlo bene quando ci impegniamo. Dovremmo forse impegnarci più spesso. Se fossimo concentrati sul nostro modellare la nostra esistenza saremmo meno focalizzati sul disturbare o distruggere il lavoro di chi lo sta facendo, magari anche bene, magari anche meglio di noi.

Ma si sa, siamo qui per crearci fastidio l’un l’altro, siamo qui per rovinare quello che di bello ci è stato dato in dotazione nell’istante in cui abbiamo fatto il primo respiro. E pensiamo di averne il diritto, siamo tutti così annoiati dal nostro vivere.

Qualcuno, poco tempo fa, mi ha detto: meritiamo di estinguerci. E ho sentito una stretta allo stomaco rendendomi conto che è quello che ci meritiamo davvero. Poi ho continuato il pensiero per vedere dove mi stava portando e il pensiero si è preso cura di me ricordandomi che a molti sbagli si può porre rimedio e che a modellare un po’ meglio si fa sempre in tempo.

Bisogna soltanto credere che ne valga la pena.

Ne vale la pena?

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