(902) Buonumore

Stamattina mi sono svegliata di buonumore. Ignoro il perché. Lo voglio ignorare. Comunque sia è una cosa bella. 

Ho addirittura affrontato la coda in tangenziale col sorriso, mentre ero persa nei miei pensieri. Ho riascoltato per la duecentomillesima volta in due giorni la voce di George Michael scivolare sulle note rivisitate di Roxanne, di Miss Sarajevo, di Secret Love… che voce indimenticabile.

Consapevole che la giornata, molto probabilmente, si sarebbe potuta guastare per un milione di motivi diversi, non ci ho dato peso. Il sole brillava, le cose da fare sono sempre tante, e come diceva Aristotele:

Il piacere nello svolgere il tuo lavoro mette perfezione al lavoro.

E scrivo tutto questo perché ci sono anche Giorni Così, così insensatamente gioiosi, che anche se non liberi palloncini colorati nel cielo, i palloncini colorati ce li hai in testa. E potrebbe non essere un bene, ma finché non c’è nessuno che te li scoppia facendoti tuonare le orecchie, male non fanno.

Non lo so, a volte ho degli istanti di lucidità, dove guardo davvero le cose per quello che sono e sono, tutto sommato, interessanti e anche divertenti. Magari non bellissime, ma divertenti sì, perché fatte di niente. Un niente che puoi soffiare via soltanto se lo vuoi, soltanto se le vedi nude. 

Le cose vanno e vengono, come pare a loro, e ti insegnano che non ci devi far conto, devi trovare il centro in altro. In te. Tutto molto banale, certo, ormai siamo assuefatti dalla New Age Spirituale, che fa un mescolone di tutto e sminuzza in aforismi concetti che hanno radici mica da poco. Ma tant’è…

E ci sono giornate come questa, dove tocco il mio centro e mi sembra proprio solido. E guardo le cose per quello che sono, trovandole interessanti. Divertenti. Magari non tutte belle, ma la bellezza è un fatto soggettivo. 

A me basta questo. Oggi.

 

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(901) Sceneggiatura

C’era una coppia seduta al tavolo davanti al mio. Un’altra al tavolo accanto, un’altra due tavoli più in là. Età diverse, diverse energie. Un paio di loro si parlavano, gli occhi un po’ al cibo e un po’ andavano qua e là nella sala. Una coppia è stata praticamente per oltre un’ora in silenzio. Mangiavano in silenzio.

M’è scesa addosso una tristezza abissale. Ho pensato: “Ma se ti stai scazzando, se la persona che hai accanto ti annoia, ti spegne, perché diavolo ci stai?”. Le risposte possono essere diverse, ma è evidente che loro ignorano la domanda e pure tutte le risposte annesse e connesse.

Nessun sguardo complice, nessun tocco, nessun sorriso. Niente.

I loro corpi avrebbero voluto correre via, e non nella stessa direzione. Le loro voci si trascinavano in discorsi che parevano scritti da uno sceneggiatore di serie D: ritmo inesistente, appeal da bara. E c’era arrabbiatura nell’aria, c’era qualcosa di non detto, c’era qualcosa che ti tirava giù.

Ok, va bene, molto probabilmente mi sono fatta il mio film, del tutto lontano dalla realtà, ma l’energia non mente. L’energia non puoi ricamarla come pare a te, quella si fa presente per com’è senza bisogno di chiedere permesso.

Mi rendo conto che la vita non è una tarantella, che la vita di coppia non è fatta di troppi alti ma di troppi bassi, ma la passione mica te la puoi mettere in un cassetto. Se non sei interessato a entrare negli occhi della persona che dici di amare… fatti una domanda. Se non senti il bisogno di sfiorare la sua mano mentre ti racconta di sé… fatti una domanda. Se mentre la guardi non ti soffermi sulla sua bocca neppure un istante e ti fai scivolare via… fatti una domanda.

Fattela davvero una domanda. Basta una. Quella giusta.

E se ti viene il sospetto che sei lì ma non vorresti esserci, che sei lì ma non te ne frega niente, che sei lì ma sei con la persona sbagliata, allora lasciala libera. Liberala di te e falle trovare la persona giusta, che non sei tu. Non sei tu. Smettetela di darvi infelicità reciproca come se non ci fosse altra soluzione. Smettetela di sommergervi di menzogne con la giustificazione di una promessa, di un impegno, di un futuro che ormai ha perso senso e gioia da tempo.

Che razza di vita vi state cucendo addosso? Vi ingozzate di storie d’amore su Netflix per vivere un quotidiano di mortificazioni e stanchezze?

Ma il detto “Meglio soli che male accompagnati” l’avete mai preso in considerazione? Secondo me dovreste.

Davvero.

 

 

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(900) News

Ogni tanto ci sono delle novità che mi lasciano perplessa. Novità che mi riguardano e che mi spuntano fuori come fossero belle sorprese. Sono molto sospettosa con le belle sorprese, è giusto che lo dica. Credo che le belle sorprese non siano mai al 100% belle, alcune di queste – nel passato – si sono rivelate essere marce per un buon 80%. Tipo le fragole che ti vendono al supermercato nelle vaschette vedo-non vedo: il 20% di loro è bello e – se sei fortunata – anche buono, il resto lo devi buttare. Ecco così sono le belle sorprese per me.

Tendo, quindi, ad affrontare le sorprese con estrema riluttanza. Le novità hanno su di me  un effetto simile, non proprio uguale, ma simile. Dovrei fare di secondo nome “riluttanza”, ora che ci penso.

Ok, ritorniamo alle novità: ne ho scoperte un paio nelle ultime settimane e come è facile immaginare non mi hanno fatto saltare di gioia. Riluttanza, ovvio. Un giorno magari scriverò un post con questo titolo, mi sembra doveroso a questo punto. Comunque, ho scoperto ‘ste due news che mi riguardano e, in tutta sincerità, avrei preferito evitare.

Non so che farmene di loro, davvero. Voglio dire: bello, certo, tutto molto bello, ma non sono felice, non ho la gioia che mi solleva da terra, sono soltanto preoccupata e in ansia. In poche parole anche queste due belle novità mi si presentano con un abito luccicante, ma nascondono gli orli scuciti.

Ok, lo ammetto: non so da che parte guardarle, non so se riuscirò a maneggiarle, non so dove mi porteranno. Un’ansia che non so neppure spiegare. Avrei preferito scoprirne altre, magari quella dove sono diventata una donna-Zen, o quella dove sono diventata una donna-Zen-miliardaria, o quell’altra dove sono diventata donna-Zen-miliardaria-acapodelmondo. Ecco, queste news spaccherebbero davvero. Soprattutto la mia ansia. O mi prende un infarto o inizio a vivere bene, ma l’ansia sarebbe cosa del passato.

Vabbé, tra le tante enormi idiozie che mi stanno passando per la testa in questo momento, mi sembra opportuno tranquillizzare il mondo intero che posso farne a meno. Davvero, nel caso ti avanzassero delle news – oh, mondo intero – fammi stare fuori, ignorami come non hai fatto mai e dalle in mano ad altri. Ti garantisco che te ne sarò grata e saprò ricambiare al momento opportuno. Tu ignorami. Più forte che puoi.

No news for me.

Thanks.

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(899) Vecchiaia

Pensavo sarei invecchiata meglio. M’immaginavo sarei invecchiata meglio. Sorridente. Cos’è andato storto? 

Un paio di ipotesi magari le posso anche azzardare e non mirerei troppo lontano dal bersaglio, ma in realtà non sta lì il problema. Il punto focale della questione è capire cosa posso fare per porci rimedio.

Lo ignoro bellamente.

Non si tratta di fare una cosa piuttosto che l’altra, non si tratta di fare. E quando non si tratta di fare, la sottoscritta va in palla. Fare mi viene bene, pensare mi incasina. Penso tanto e male. Questo non posso cambiarlo. Posso cambiare l’azione del mio pensare male, ovvero penso-male e poi faccio il contrario (così funziona di solito), ma è il pensiero che condiziona l’invecchiamento.

Dovrei trovare il modo di invertire il senso, di provocare un cortocircuito alla rete neuronale in modo che qualcosa si sconvolga e la dinamica mia solita cambi. Si chiama elettroshock, ma mi spaventa. E se poi non mi riconoscessi più?

Rimane il fatto che questa amarezza mi spegne il sorriso e invecchiare così non va affatto bene. La mia ingenuità? Pensare che quell’essere giovane, quella voglia di abbracciare il mondo e conquistarlo, sarebbe durata in eterno. Non ero io a sentire, era la giovinezza a provare l’infuocarsi del sangue e la felicità che fa scoppiare il cuore soltanto perché ci sei e vivi.

Non ero io. Io sono quella che ne è rimasto. E a dirla tutta non è granché. Di questo mi dispiaccio. E con questo devo farci i conti, tutti i giorni. Soltanto perché ci sono e vivo.

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(898) Alleanze

Sotto ogni alleanza c’è una sorta di patto tacito: mi fido/ti fidi. Non ci si arriva per forza di cose, non è una concessione. Mi fido. Ti fidi. Reciprocità sostenuta da una visione comune, una condivisione di presupposti e di intenti. Un’alleanza si può costruire nel tempo oppure può nascere d’istinto, sulla scia di un entusiasmo che fa partire progetti (grandi, medi, piccoli/uno, alcuni, tanti, troppi).

Ti allei creando un ambiente dove lo scambio onesto di pensieri e di riflessioni non sia mai messo in discussione. Ci possono essere vedute differenti su questioni marginali, ma per il resto si va avanti insieme perché ci si è riconosciuti reciprocamente e su quella conoscenza si è fondato un micro-mondo dove ci si muove in libertà e nel pieno riguardo delle rispettive libertà.

Stima. Fiducia. Rispetto. Costruzione comune.

Così in famiglia, così in amicizia, così in amore, così in ambito lavorativo. Le alleanze ci sostengono e ci vincolano. Sostengono il nostro bisogno di non essere soli, allo sbando. Vincolano la nostra parola all’azione, un codice d’onore a cui non possiamo scampare. Ti ho guardato negli occhi e ci siamo capiti, soltanto quando finiremo di cercarci, di accoglierci, di capirci, la nostra alleanza smetterà di avere senso. Tutto il resto si può affrontare e risolvere. 

Mi fido. Ti fidi.

Ci credo. Ci credi.

Cos’altro serve? Eh. Servono le palle per esserci, per mantenere la parola e disciplinare la nostra azione. Serve coraggio, forza di volontà, pulizia, umilità, energia, fede. E tanto tanto altro. 

E impari che se la controparte non impegna lo stesso carico di sé stesso nell’alleanza, allora alleanza non è. Si tratta solo di comodità, di interesse, di superficialità mascherata con parole magnifiche e zero contenuto. 

Un’alleanza è un patto d’onore. Un patto d’amore. 

Mi fido, ti fidi?

Ci credo, ci credi?

Parliamone.

 

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(897) Lattina

Mi sono trovata spesso a dare un calcio alla lattina di turno, magari quella che conteneva riflessioni senza senso. Riflettere su questioni che si possono affrontare, meglio ancora risolvere, ha senso. Riflettere su quelle che devi prendere così come sono, e tanti saluti, è una perdita di tempo. 

Mentre sto lì a inquadrare la situazione per venirne a capo, calcio la mia lattina, forse sperando che qualcosa ne esca. Dopo un po’ mi stanco, tiro un calcio più forte e la faccio allontanare da me. So cosa fare, tirare dritta nonostante l’irrisolvibile. Si sopravvive comunque.

La lattina del “fa-niente” faccio fatica a calciarla. Mi ritorna sempre indietro, un boomerang puntuale e affilato. Non riesco a mantenere quel fa-niente a distanza perché non sono geneticamente programmata per fottermene. Mi rendo conto, davvero mi rendo conto, che le cose si possono prendere in modo più leggero, si possono ridimensionare e maneggiare come se non ti riguardassero. Lo so, dannazione. Eppure non mi riesce. 

La lattina del “dove-vado” la calcio mano a mano che procedo. La direzione la scelgo io e mi son sempre trovata bene con questo metodo basic d’orientamento a breve termine. Sì, funziona solo con tragitti limitati, la lattina che lanci a piena forza si alza da terra ma non è detto che mantenga la direzione. Quindi bisogna calibrare la potenza nel tiro e far conto che la lattina non è tonda e che di Maradona ce n’è soltanto uno.

La lattina del “devo-fare” me la gioco con palleggio rasoterra perché devo temporeggiare per alcune cose e devo accelerare per altre. In poche parole combatto con la santa procrastinazione e con l’ansia di finire il prima possibile quel che devo. Per fare altro, ovviamente. Sì, è uno stress. Sono una che senza stress si annoia, anche questo deve essere messo in conto.

Insomma, le altre lattine lasciano il tempo che trovano. Le spargo un po’ di qua e un po’ di là, senza illudermi che non le incontrerò più, ma con la consapevolezza che calcio dopo calcio qualcuno si stancherà. Magari io, vero, ma magari no. Quindi, fingendo che sia tutto peeeeeeeeeeerfetto, si procede.

Di lattina in lattina. Di calcio in calcio. Di riflessione in riflessione.

Di stress in stress. 

Così.

 

 

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(896) Complice

Arriva un’immagine e pensi che sia lì per caso. Ti accorgi dopo qualche giorno che lei è sempre lì. Silenziosa, ma insistente. Pensi che tra un po’ se ne andrà così come è comparsa. Fai finta di niente, ma con la coda dell’occhio la tieni sotto controllo. L’immagine non fa una piega, rimane lì.

Ti fai un paio di domande caute: che cosa vuole da me? Per quanto ha intenzione di tormentarmi? Come faccio a mandarla via? Se glielo chiedo gentilmente se ne andrà da sola? Cose così.

Mentre ti fai le domande te la guardi meglio, ti fai un paio di pensate in più e inizi a interessarti a lei. Lei è ancora silenziosa, ostinata e silenziosa. Non dà neppure fastidio, non fa casino, si limita a esserci. Tu eri infastidita, ora ti stai abituando. Diciamo che è diventata parte del tuo quotidiano, una presenza se non ancora amica almeno d’ambiente. Non la senti pericolosa, inopportuna forse, ma non pericolosa. D’altro canto sei una persona pacifica, anche accogliente quando ti ci metti, e sicuramente adattabile – nei limiti – alle scomodità. Lei non occupa tanto spazio, non sporca, è educata, insomma dirle sciò ti sembra brutto.

E inizi a farci l’abitudine. A interagire con lei, piano piano. Uno sguardo tira l’altro, la fai avvicinare, la studi meglio. A un certo punto diventate intime. Come era naturale che fosse, lo sapevi che sarebbe finita così. Ormai è fatta. Non si torna più indietro. 

Diventa una compagna d’avventure. Condividete tutto ormai. E tu sai, sai perfettamente sai.

Stai diventando pazza.

E questo sarà il vostro segreto.

 

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(895) Bilico

Si sta così, in bilico. Tra quello che senti e quello che nascondi. Darsi in pasto ai lupi è da idioti, dicono. Quindi senti e taci. Ascolta e taci. Agisci e taci. Questo un saggio farebbe. E a un saggio questo risulterebbe naturale. Non si farebbe prendere dall’ansia, non farebbe fatica. Farebbe così e basta. Perfetto: i saggi rispetto a me son proprio un’altra cosa.

Il sentire e procedere con discernimento mi vien difficile.

Tirando il freno a mano ci si blocca. Sentendo qualsiasi dislivello emotivo possibile sulla faccia della terra, la tentazione di tirare il freno a mano ha la meglio. E poi mi blocco. Mi blocco in bilico. Non è che mi blocco in equilibrio, sia mai. In bilico. Dove basta un soffio e finisco in fondo al burrone. 

Il sentire e procedere con discernimento mi vien difficile, devo imparare.

L’alternativa è farsi guidare da quello che sento, senza freni. Pericoloso, lo so, ma mi fa comunque mantenere un equilibrio (seppur precario). Tipo quando vai in bicicletta: più forte vai e più stai dritta, è quando pedali piano piano piano che cadi. Ecco, finché ho potuto sono andata piuttosto forte, anche senza mani, e mi sono barcamenata piuttosto bene. Devo dire piuttosto bene anche se non proprio benissimo, ma questa è un’altra storia. Diamo per scontato che non è più tempo di pedalare come una scalmanata, mantenere l’equilibrio ora diventa arduo.

Il sentire e procedere con discernimento mi vien difficile, devo imparare, sarà dura.

Ho bisogno di trovare un equilibrio nello stare in bilico. Tutto qui. Rendermi conto che sono lì lì per precipitare, ma gestirmi come se manco un ciclone potesse buttarmi giù. Non si tratta solo di raccontarsela, ma di immergersi nell’occhio del ciclone, dove c’è il vuoto immobile, e restarmene lì finché quello che sento non si rassegna e si calma. 

Il sentire e procedere con discernimento mi vien difficile, devo imparare, sarà dura, ma ce la posso fare. 

Credici Babs.

Daje.

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(894) Riposo

Finché non è Eterno va bene. Eterno è un po’ troppo estremo, non mi va di pensarci ora, ma un giusto riposo tra un pezzo di vita e l’altra credo sia cosa da fare. Me lo continuo a ripetere: riposare non è un fermarsi per sempre. Poi si riparte, si riprende il ritmo, si va va va va finché non sei esaurita (magari anche un po’ prima) e poi ti ri-fermi un altro po’.

Perfetto. Non fa una grinza. Eppure quando lo faccio mi parte una saetta di senso di colpa che faccio fatica anche a raccontarlo. Una roba da non crederci.

Saranno i diecimila libri che mi stanno aspettando, le diecimiliardi di storie che voglio raccontare, i diecimilamilioni di posti che vorrei esplorare… non lo so. Mi urlano tutti quanti in coro: S-V-E-G-L-I-A-T-I!

Riposare così vien difficile no?

Una volta mi sono pure fatta una lista di tutte le cose che potrei fare mentre mi riposo… ci rendiamo conto? Non serve aggiungere altro.

Il punto è che davvero il corpo ha bisogno di riposo e anche la mente. Che quando sono in overdose mi sembra tutto più enorme e incombente di quel che è davvero. Mi sento debole e da buttare.

E allora perché non mi do pace? Neppure per un weekend?

Ecco, bella domanda. Bella bella bella domanda. Magari un giorno troverò la risposta. Posso al momento solo valutare che questo mio bisogno di rifletterci presuppone un bisogno più profondo: cambiare strategia. Anziché annientarsi di fatica (ritrovarsi col cervello obnubilato alla fine non è una gioia), sto valutando a delle opzioni diversificate, meno estreme. Meno da Eterno Riposo, ecco.

Non le ho ancora messe tutte bene in fila davanti a me per guardarmele meglio, ma arriverò a farlo e mi farò una bella ragionata e forse, dico forse, attuerò un cambiamento. Piccolo, neh, però sempre cambiamento sarà.

Augh!

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(893) Vita

Quello che ti aspetti da parte della vita, quando sei giovane, e quello che ricevi mentre vivi – il gap può lasciarti davvero con l’amaro in bocca. Ma come si fa a non aspettarsi nulla quando si è pieni zeppi di energia e sogni? Ad averlo saputo magari ci avrei provato, forse mi sarei rovinata tutto quello che di bello m’è arrivato e forse mi sarei difesa meglio ogni volta che il peggio si faceva presente. Non lo so.

E forse parlare di vita significa puntare troppo in alto. Non l’ho capita granché, come faccio quindi a scrivere di qualcosa che non ho ancora chiaro?

Ogni post di questi oltre due anni partono dal presupposto che sto parlando di qualcosa che vivo e quindi la mia versione, la mia traduzione, della questione è in qualche modo giustificata. Sono dettagli, solo dettagli. Quello che è, invece, l’argomento che comprende tutto (il titolo di questo post) è difficilmente affrontabile partendo da basi solide di ignoranza.

Pertanto temo che stasera mi limiterò a ribadire la mia incapacità a comprenderla, a gestirla, a renderla assolutamente mia. Ne prendo sempre e soltanto un pezzetto, il resto mi scivola via. Ne ho una percezione talmente bassa da sorprendermi di non essere ancora stata imbalsamata. Mummificata.

Quando sento la gente parlare di vivere-la-vita-pienamente, mi soffermo a pensare a quanto quel pienamente possa significare. Lo trovo un po’ vago, vorrei un po’ più di precisione. Se mi esorti a muovermi pienamente nella mia vita, pretendo almeno un paio di specifiche in più. A destra, a sinistra, in alto, in basso? Pienamente rispetto a chi o a che cosa? Stare sul vago è poco corretto, dai!

Non so se sarei capace di vivere pienamente comunque, secondo me è troppo. Come fa il mio cuore a tenere il passo? Pienamente è decisamente fuori dalla mia portata, siamo seri!

Posso forzarmi a vivere un po’ di più, questo posso. Ogni giorno un po’ di più. Finché il cuore reggerà. Ovviamente.

 

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(892) Top

La maggioranza delle persone ambisce a raggiungere una posizione dove la visibilità sembra giocare un ruolo fondamentale. Essere visibili è l’ossessione di quest’ultimo decennio. Non è importante il motivo per cui lo sei, l’importante è che lo sei. Devi essere il Top.

Una pressione non indifferente, devi inventartene una al giorno per riuscire a mantenere il tuo Top, perché la concorrenza è considerevole e anche sconsiderata.

Avere a che fare con persone che alimentano ambizioni come questa è sempre un gioco a perdere, bisogna passare la mano e farli giocare da soli. Almeno, io ho sempre fatto così e non me ne sono mai pentita. La questione non mi tocca particolarmente se non per il fatto che quando mi accorgo di essere presa nella rete devo ingegnarmi per sgattaiolare via. Un fastidio che subisco.

La visibilità è una brutta bestia, ti fa mettere da parte scrupoli e pudore e così nudo ti aggiri di quartiere in quartiere a mendicare attenzione. Povero te. Essere al Top, poi, è una di quelle partite di cui non puoi garantire il risultato: dipende dai giocatori in campo, dipende dalle tue condizioni fisiche e da quelle del tuo avversario, dipende dal meteo, dipende da quanto è tondo il pallone. Un calcolo delle probabilità approssimativo non risolve. Un terno al lotto, insomma.

Nella lista delle mie priorità, essere visibile a tutti ed essere al Top non ci sono mai state come voci da flaggare. Pigrizia? Modestia? Distrazione? Massì, mettiamoci sopra anche un chilo di patate e la spesa è completa. Condirei con un mezzo litro di disinteresse puro e archiviamo tutto.

Tirarmi da parte non è mai stato un problema, farlo sempre in tempo lo è stato (manco d’agilità, probabilmente). Ho imparato credo. Non benissimo, ma ho ancora margine di miglioramento. Prima di raggiungere il Top ne ho di scalinate da fare e non sono neppure convinta che le farò tutte. Appena vedo che ne ho abbastanza mi fermerò. Controllerò il vento. Guarderò l’orizzonte e riderò della visibilità che ho ottenuto, mentre volevo soltanto rifugiarmi in un angolo a scrivere.

Eh. Per come va la vita, certe volte, ci sarebbe da tirare giù le ostie.

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(891) Nirvana

Diamo per scontato che è cosa per pochi. Non è certo cosa per me. Sono talmente lontana dal concetto che non è neppure un’utopia, è proprio una barzelletta. E col tempo ha smesso di farmi ridere. Apologia dell’assurdo.

L’ammissione ufficiale è: sono peggiorata.

M’è rimasto un margine ridottissimo di tolleranza. Proprio un niente. E questo limite viene messo costantemente alla prova dal resto del mondo. Perché il mondo lo sa. Non so come sia potuto arrivarci prima di me, ma il mondo lo sapeva ben prima che a me fosse chiaro e ha spinto le cose affinché io me ne rendessi conto. Ora lo so, lo sa pure il mondo: siamo pari. Forse è giusto dire al mondo che non serve più sfidare i pochi grammi di tolleranza che stanno sul fondo, possiamo lavorare su altro. Ok?

Distogliamo per un istante l’attenzione da tutto quello che riesce a farmi incazzare soltanto perché esiste, cerchiamo – oh, mondo – di focalizzarci su tutto quello che non mi fa incazzare. Perché anche lì c’è l’imbarazzo della scelta, anche lì ti puoi divertire. Scegliendo le carte a caso dal mazzo “cose innocue” puoi davvero rallegrarmi la giornata. Io non è che mi diverta a incazzarmi, lo faccio perché oggettivamente parlando sono programmata per reagire in quel modo. Non è che posso inventarmi altro. Ci ho provato, non funziona. 

Quindi, lezione capita (“sono peggiorata, rischio di diventare una vecchia scorbutica che parla da sola spingendo un carrello della spesa con quattro stracci dentro diretta al rifugio sotto il ponte”). Passiamo oltre.

Adesso voglio imparare la lezione “sono una persona amorevole e il resto del mondo mi ama a prescindere”.

Saprò essere riconoscente. Giuro.

 

 

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(890) Mostri

Bisognerebbe fottersene. Tutto quello che ci fa paura bisognerebbe metterlo in una scatola e basta. Una volta che hai individuato i tuoi mostri li metti al sicuro. Li convinci a starsene lì, tanto mica li puoi distruggere, quelli non se ne vanno. Quindi li metti al riparo. Uno scarto logico, nient’altro che un escamotage per non vivere nell’ossessione del adesso-muoio-nel-modo-peggiore-mai-immaginato-da-un-essere-umano-nei-secoli-dei-secoli-amen. 

No, non sto inneggiando a fare lo struzzo nascondendo la testa nella sabbia. Questa è un’altra cosa. Si tratta soltanto di razionalizzare la situazione e ottimizzare l’energia. 

In questo momento sto lottando contro un mio mostro, tiratomi fuori a forza dalle viscere da una persona. Cioè, non posso neppure scriverlo. Non ci posso credere di esserci cascata. Non riesco a capire perché sto dedicandoci energia e perché mi sento succhiare via la gioia da questa persona. Si tratta di un Essere Umano miserevole. Sul serio. Una persona che usa mezzi disonesti per raggiungere i propri obiettivi, passando sopra agli altri, è davvero miserevole. Ovvio che si andrà a schiantare da sola da qualche parte, farà tutto lei, non ci sarà bisogno di aiutarla. Andrà incontro a quel che si merita: il deserto. Ok, lo so, va bene, facciamo fare alla Giustizia il lavoro che è solo suo. Ottimo.

Il problema, però, non è la persona che mi sta causando l’ira funesta, il problema sono io che mi faccio prendere dall’ira funesta – santiddddio! Il problema è il potere che sto dando a questa persona, un potere che mi toglie la serenità. Allora mi chiedo: che mostro mi stai facendo uscire da ogni poro? Come lo devo battezzare? Se-mi-tagli-la-strada-ti-spacco-le-ossa? Passami-sopra-un’-altra-volta-e-ti-defenestro? Stammi-lontano-o-non-rispondo-più-di-me? 

Perché una volta che nomini il mostro, il mostro perde forza. Si umanizza. Un dato di fatto, succede così e basta. Quindi si tratta solo di trovare il nome giusto.

Ci vuole strategia e buonsenso, quindi: bisogna ribaltare la questione, cambiare punto di vista, stravolgere la dinamica. E la cosa peggiore è che o lo faccio io o non lo farà nessuno. La miseria umana rimane miseria umana, da qualsiasi parte la si prenda, quindi da lì non si passa. Bisogna guardare altrove. Dove? Dentro. Me.

Riproviamoci. Mostro io ti battezzo: anche-se-ci-provi-con-tutte-le-tue-forze-non-avrai-la-meglio-vinco-io-perché-il-fair-play-non-è-un’-opzione-è-l’-unica-scelta. 

Ok, nome un po’ lungo, ma esplicativo. E piuttosto esaustivo. Mi piace. 

E, come dice il vecchio Jack Burton in situazioni come queste: “Basta, adesso”.  [cit. “Grosso guaio a Chinatown”]

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(889) Vento

Ogni tanto lo sentite anche voi il vento che soffia da dentro? Come se volesse farvi sollevare per trasportarvi altrove. Lo sentite? Io lo sento, ogni tanto lo sento. Difficile da spiegare, ma c’è. Inizia a farsi sentire quando c’è bisogno di staccare (per mille ragioni e magari non tutte buone).

Se la Terra non fosse battuta dai venti (e ce ne sono un’infinità) sarebbe un luogo invivibile. Il freddo e il caldo farebbe di tutti gli Esseri Viventi carne da macello, buono a sapersi direi. L’ho letto anni fa in un libro molto interessante dedicato al vento, con all’interno una miriade di aneddoti spaventosi sulla sua potenza e su quello che può combinare. Sottovalutare il vento non è cosa intelligente.

Anche quello che ci attraversa il sangue, non è da prendere sotto gamba. Potrebbe portarci ben lontani e farci perdere la strada di casa. 

Il vento solleva i veli per farti scoprire cosa c’è sotto, magari l’avevi nascosto lì e te ne eri dimenticata. Capita. Ecco, al vento ‘sta cosa non piace, appena può ti ricorda di guardare dove non guardavi più da tempo. Fastidioso? Può darsi, ma per lui è necessario. Te la devi far andare bene anche se bene non ti va.

Il vento ti spinge o ti respinge dipende se ti soffia contro o a favore. Cambia tutto ovviamente. Ci sono state situazioni in cui per quanto piegassi la schiena per fare massa, non c’era verso di contrastarlo. Due passi avanti (faticosissimi) e dieci passi indietro di volata. Frustrante a manetta. 

M’è successo anche, almeno una decina di volte (epocali) di essere spinta dal vento a favore in braccio (letteralmente) a una situazione che mi ha cambiato la vita. E un paio di volte sono catapultata con forza verso una circostanza che avrei dovuto (secondo il vento) necessariamente abbracciare. Imbarazzante, ma me la sono dovuta giocare anche se mi tremavano le gambe.

Insomma, per farla breve… il vento è qui. Non so che piani abbia, ma lo sento deciso, intenzionato a fare danni. Sì, un po’ sto iniziando a preoccuparmi. Diavolo.

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(888) Venezia

Ognuno di noi ha una sua Venezia dentro il cuore. Con i canali, tanta acqua, palazzi che fanno sognare un tempo passato un po’ più felice (forse) e… tanti turisti che rompono le palle sparsi in giro.

Il tuo luogo non è mai incontaminato. I turisti sono ovunque. E la cosa peggiore è che tu sei il turista nel luogo speciale di qualcun altro. Noi Esseri Umani siamo nati per darci il reciproco tormento. Innegabile.

Sto divagando, ero partita col pensiero che una Venezia sia per forza di cose irriproducibile (nonostante ci abbiano provato anche con risultati notevoli), perché quella malinconia sognante che puoi grattare giù dai muri, raccogliere da ogni pietra, acchiappare al volo dalle gocce d’acqua che schizzano al passaggio di un traghetto, quella cosa lì non la si può inventare. Non la si può ricreare. Non la si può dimenticare, una volta che l’hai incontrata.

Come certe persone che sono passate attraverso di te, che le hai sentite con tutto il corpo e che per quanto tu faccia non le potrai mai sostituire, le puoi solo ricordare con struggente nostalgia.

E ci sono cose che davvero non ritornano e cose che ti si presentano davanti con abito nuovo, ma sono sempre le stesse, e tu non sai se abbracciarle o mandarle al diavolo.

Sono spesso presa dallo Spleen, un tormento che ti parla di quello che non c’è mai stato e che si continua a desiderare perché lo si immagina perfetto. Lo so, un’enorme perdita di tempo, ma neppure me ne accorgo. Ci casco dentro e bon, ci rimango per un po’, finché non mi stanco e ricomincio. Un’autoindulgenza che fa poco bene, ma anche poco male, e allora chissenefrega. Di qualcosa dovrò pur morire e non morirò di certo di Spleen.

Ho Venezia stasera che mi luccica dentro. No, non mi sta facendo bene, ma neppure troppo male. Quindi chissenefrega.

Buonanotte.

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(887) Partire

Ammetto che, a volte e sottolineo a volte, partire per la tangente mi viene facile. Me ne accorgo tardi, quando già sono in viaggio, e tirare il freno a mano diventa pericoloso. Un testacoda letale.

Devo quindi monitorarmi quando i primi sintomi si fanno sentire. Io li riconosco, ma non sempre ho voglia di fermarli. Un maledetto diavolo me lo impedisce. Mi sussurra: “Dai, vediamo dove ti andrà a far sbattere la testa questa volta!”. Lui si diverte, io un po’ meno, ma la curiosità mi rimane. Quindi due volte su tre parto.

Pessima idea. Ma parto.

Durante il viaggio può davvero succedere di tutto, ma una cosa è certa: che io abbia torto o ragione il risultato non cambia. Per rimettermi in piedi mi ci vogliono almeno due/tre settimane buone. Non sto scherzando. La ripresa si è allungata a dismisura con l’età avanzata. Un dato che dovrebbe obbligarmi a usare un po’ di discernimento e a tirare quel dannato freno a mano. Sì, consapevolezza onorevole e del tutto fuori luogo con me. Sono senza speranze.

La curiosità di dove andrò a sbattere, di volta in volta, il naso è troppa. E non mi chiedo mai se ne valga la pena, se non sia uno spreco di tempo ed energia, se non sarebbe forse il caso di trovarmi un innocuo hobby su cui concentrarmi. Mai. Partire rimane sempre la cosa più interessante a cui riesco a pensare. E la tangente, bé, quella non è mai la stessa pertanto il panorama cambia. A volte è una superstrada, altre un vicoletto chiuso, ma la sorpresa qui e là la trovo sempre.

Sì, l’ho già detto, sono senza speranze di rinsavimento prima dei novant’anni.

E poi si vedrà.

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(886) Tormentone

Vivo di tormentoni. Che quelli di agosto alla radio mi fanno un baffo. Potrei fare diecimila esempi di come ci siano cose da cui mi faccio ossessionare, contenta di esserne ossessionata per di più. Da non crederci.

Fatto sta che a un certo punto mi rompo e quindi elimino totalmente il tormentone dalla mia vita. Tanto da disconoscerlo a 360°. Se qualcuno me lo ricordasse – povero lui/lei – sarei pronta anche a negare l’evidenza. Una volta fuori dalla mia vita il tormentone perde ogni potere e diventa niente. Zero.

Non lo so se sia normale. Voglio dire che non oso neppure chiederlo a chi mi sta vicino se vive la questione “tormentoni” così come la vivo io, una sorta di pudore me lo impedisce. Forse anche il timore di essere ricoverata alla neuro. Ora ne scrivo perché probabilmente ho bisogno di un po’ di adrenalina e se il post vi finisse strambamente all’improvviso davanti agli occhi significa che sono venuti a prendermi.

Il tormentone di cui mi approprio, nella fattispecie, accompagna un periodo della mia esistenza con le sue vibrazioni. Per esempio: sto male e mi ossessiono con una canzone triste all’inverosimile, sto bene e scelgo una che mi fa volare. Questa più che un’abitudine è diventata la regola per quanto riguarda la musica. Ci sono però delle cose che stanno con me perché senza mi sento male. La MIA mug, per dirne una. E non è soltanto una, cambia a seconda di come sto. O del luogo in cui mi trovo. Se sono a casa ne ho parecchie tra cui scegliere, se sono al lavoro posso contare su un paio (o per la tisana/tè o per il caffè). Insomma, se dovessi approfondire la questione della sostanza del tormentone in essere potrei torturare chiunque con storielle molto stupide e inutili, quindi preferisco vivermi queste ossessioni nel mio intimo.

Certe volte, però, ho bisogno di farle uscire. Come stasera. Non so perché, forse perché sto per scegliere proprio quella canzone e sto bevendo tisana bollente da quella MIA mug. Sì, insomma. Normale normale proprio non dev’essere. Me lo confermate?

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(885) Subire

subire v. tr. [dal lat. subire, der. di ire “andare”, col pref. sub– “sotto”, propr. “andare sotto” e quindi “sopportare”] (io subisco, tu subisci, ecc.). – 1. a. [ricevere una cosa non voluta né gradita, anche assol.: s. un torto] ≈ patire, soffrire. ↓ (fam.) incassare, sopportare, tollerare. b. [accettare senza reagire] ≈ (fam.) digerire, (fam.) mandare giù, (fam.) sorbire, tollerare. 2. [dover far fronte a qualcosa di spiacevole: s. un interrogatorio] ≈ affrontare, sostenere. ↔ evitare, fuggire, rifuggire, schivare.

Già solo leggere il significato del verbo subire mi fa ribollire il sangue. La nostra esistenza è una lista pressocché infinita di cose che dobbiamo mandare giù, con cui dobbiamo avere a che fare nostro malgrado, che non possiamo schivare e non possiamo risolvere. Frustrazione a mille e voglia di spaccare tutto.

Eccoci qui. Tutti d’accordo. Spacchiamo tutto.

Andiamo oltre però. Quando subisci significa che sei convinto, dentro di te, di non essere nel posto giusto. Torto o ragione? Torto. Ti senti dalla parte del torto. Ti pensi in difetto, ti vedi debole, ti credi non degno. Subire è arrendersi. Ti arrendi all’evidenza che tu non puoi o tu non sei o tu non hai o tu non vali/meriti niente. Sbang.

La normale sopportazione, la normale tolleranza, la normale sofferenza, nessuno ce le toglie. Son quelle e basta. Quando si va oltre, però, non va bene più. Ci sono mille modi per non arrivare a quel “oltre” che ti impallina senza scampo, bisogna solo farci attenzione in tempo. Far andare oltre le cose significa subire. Rassegnarsi al non-fare, non-dire, non-pensare, non-agire, non-credere, non-sperare. Morire.

Si muore un po’ dentro. Pezzo per pezzo si spengono le lucine e rimaniamo al buio. Al buio ci si sente ancora più piccoli, vulnerabili, fragili, miserabili. No?

Diventa importante captare i segnali e fermare la valanga prima che il normale si stroppi, direi vitale. Nessuno può farlo al nostro posto. Sappiamo noi quanto è normale quello che stiamo sopportando e quanto è troppo. E quando è troppo, se rimaniamo lì senza dire-fare-pensare-lettera-testamento, manchiamo di coraggio. Non abbiamo scuse. Siamo noi a decidere. Ogni sacrosanto minuto della nostra maledetta/benedetta esistenza. Che ci piaccia oppure no.

Ma forse l’ho già detto. Ho idea che sto andando in loop. Perdono.

 

 

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(884) Pezzo

Non capisco mai tutto insieme. Capisco un pezzo per volta. So per certo che esistono persone che capiscono tutto insieme. Quando capiscono, capiscono l’intero e capiscono la sostanza e magari anche i dettagli. Tutti interi. Eh.

Io capisco i pezzettini. Capisco i dettagli. Poi quando ne accumulo un po’ li metto insieme e compongo l’intero. Maledizione, mi ci vuole un tempo lunghissimo per arrivare all’intero. Lunghissimo. Intanto la vita se ne è già fatta tanta di strada e io arrivo, dopo. Esausta. Ma con l’intero in testa e in mano (almeno quello). 

Non è che questo processo sia necessariamente sbagliato, ho i neuroni che ho mica posso fingere altro, ma capire l’intero in un colpo solo credo sarebbe bellissimo. Bellissimo. Non sempre magari, ma qualche volta sì. Maledizione qualche volta sì!

Negli anni ho accelerato i tempi, perché un po’ più furba sono diventata, almeno so dove iniziare a guardare per venirne a capo, ma mai abbastanza. 

Però. Però a volte intuisco. Da un pezzettino intuisco come andrà a finire. E lì, in quell’intuizione non ho rivali. M’arriva come un fulmine che scarica sul mio neurone più sveglio una bella scossettina e… zak! So come finirà il film. Siamo soltanto alla prima scena, forse alla seconda, e io so già come finirà. Magari senza prove, magari senza giustificazioni plausibilissime, magari a volte con sensazioni sgangherate, è vero lo ammetto. Ma ci azzecco.

A questo punto la domanda: dirlo o non dirlo?

Cassandra, per quanto facesse, non veniva ascoltata, non veniva creduta. Cassandra sapeva, oltre che intuire lei sapeva, e parlava e non veniva minimamente considerata. Anzi, veniva giudicata da tutti una che le sfighe le chiama per nome e se le porta a letto. Benissimo. L’ho scritto con cognizione di causa (permettetemi l’azzardo, lo faccio spesso). Valutando la mia condizione il “dire” non è mai indolore. Prendo quella via del “vaffanculo” con tornanti a 90° a doppio senso che arrivano al picco del “ti butto giù/mi butto giù”  (mai troppo comodo stare lassù in bilico).

Quindi tacere? Eh. Cassandra non ci riusciva. Ce la metteva tutta, ma non ci riusciva. Ecco, chiamatemi pure Cassandra, ma io non penso che tutto sia scritto, per questo non starò zitta. Mai. 

 

 

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(883) Tranquillità

Non è che è gratis, te la devi proprio guadagnare. Costruirsi uno spazio dentro di noi dove poter stare tranquilli è cosa di pochi. Lo devi proprio volere con tutte le tue forze e lo devi anche saper difendere e riconquistare ogni volta che ti viene espugnato. Sì, è una guerra. Ma il premio è la tranquillità. A conti fatti ne dovrebbe valere la pena.

Devi però ricordarti come si fa a stare tranquillo. Cioé, a forza di combattere prendi quell’abitudine e ti vien difficile anche solo immaginarti in uno stato rilassato – che assomiglia molto alla pace interiore. Ti rimane dentro quella cosa che ti soffrigge lo stomaco, stai in una sorta di guardinga allerta, ti aspetti da un momento all’altro che la tua tranquillità venga presa d’assalto da un nemico qualsiasi. Il più delle volte è così, quindi il nemico vince anche quando non c’è o quando è lontano o quando ancora non si è accorto di te. Assurdo.

Sì, l’abitudine alla guerra è una bestia maledetta.

L’unica cosa da fare è rimanere concentrati sull’obiettivo: rimanere tranquilli nonostante la maledetta imperversi in ogni dove. Un modo per proteggere il fortino è di non farla entrare in casa. Prevenire è meglio che curare (sarà poco originale ma è sempre vero). Ci sono situazioni che sai già ti manderanno a remengo tutto, lo sai già. Ecco, tirarsi indietro, girarsi dall’altra parte, in questi casi ti salva dalla catastrofe. Non apri la porta all’Apocalisse. La saluti dallo stipite e te ne torni dentro. Semplicemente.

Qualcuno se la prenderà a male? Pazienza. La vita è difficile per tutti. 

Il pericolo è che, a forza di combattere, tu stesso inizi a pensare che la vita sia tutta lì. Se cadi in questo black hole tutto quello che ti accade si trasformerà in un’impresa sfiancante, senza neppure che tu te ne accorga. La prendi male già da prima, la vedi già come una cosa che ti rovinerà le giornate, la vivi male a prescindere. Questo, la bestia maledetta, può fare. Bisogna farci attenzione.

Detto questo: mi sto aggrappando alle mie parole per ripristinare in me un approccio sano all’esistenza. Una guerra maledetta contro il già vissuto e il già visto che mi si è tatuato addosso negli anni.

Ecco, ci sono ricascata: non sei in guerra, diamine, non sei in guerra Babs!

 

 

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(882) Gente

Tanta, ovunque, sempre. Trovare un luogo dove non ce ne sia almeno una manciata è un’utopia. Siamo in tanti. Tantissimi. 

Facciamo di tutto per ritagliarci il nostro piccolo spazio nel mondo e va a finire che non è mai solo nostro, c’è sempre qualcuno tra i piedi. Ovvio che ti viene il nervoso e inizi a sbottare sul fatto che ti senti invaso. C’è un’invasione di Esseri Umani! 

Allora ti verrebbe voglia di prendere il primo treno per casa-di-dio e fermarti lì a goderti… il nulla. Il nulla. Certo, ci potrà essere la Natura attorno a te, e il nulla. Ci potranno essere animali attorno a te, e il nulla. Il nulla ci sarà sempre. A meno che tu non accogli nel tuo spazio un altro Essere Umano. Il nulla si riempirebbe di un significato che solo tra simili è possibile cogliere. Il nulla scompare se un Essere Umano si connette con un altro Essere Umano. 

Come si fa per crearsi una connessione con Madre Natura? Si entra in una dimensione che non è la nostra, è la sua. Perfetto. Entri nel suo mondo, dominato da una logica che non riuscirai mai a comprendere davvero fino in fondo, e ti lasci trasportare. Come ci si connette con gli altri Esseri Viventi  (animali, insetti ecc.)? Dimenticandoci di chi siamo, della nostra modalità di pensiero e d’azione. Ci modelliamo seguendo la loro natura per azzardare un contatto. Perfetto. Ci dimentichiamo per qualche istante di noi perdendoci in un transfert che riteniamo utile affinché si possa creare una sorta di empatia simpatica, sperando vada dritta. D’altro canto sono sempre Esseri Altri rispetto a noi. 

Come si fa, invece, tra noi Esseri Umani? Si va in presa diretta, il confronto non ha altre strade se non quelle che il nostro pensiero ci propone solitamente. E il feedback che riceviamo percorre le stesse vie. Sembra che non ci sia fatica in questo darsi senza filtri. Ci guardiamo negli occhi e ci diciamo silenziosamente: “Certo che sei tu, sei come me, ti riconosco”. Perfetto. 

Eppure è faticoso, è pericoloso, è una lotta. Eppure abbiamo bisogno di staccarci, di allontanarci, di renderci estraneo qualsiasi umano sulla faccia della Terra per ritrovarci e smettere di confonderci con i nostri simili. Ci allontaniamo per cercare Madre Natura, e il suo sostegno, in poche parole. Eh.

Giro giro tondo, casca il mondo, casca la Terra… e tutti giù per terra.

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