(567) Teoria

In teoria chi fa bene merita bene e chi fa male merita male. Balle. In teoria quello per cui lavori – con passione e dedizione – prima o poi lo raggiungi. Balle. In teoria se vuoi veramente una cosa e ti avvii in quella direzione prima o poi la ottieni. Balle. Balleballeballeballeballe.

La teoria sa essere bastarda, non gliene frega nulla di venire sbugiardata perché si appella al peggio dell’umanità che è la causa di tutto. Francamente questa spiegazione non mi basta: se in teoria funziona allora in pratica si deve concretizzare, altrimenti che diavolo di teoria è?

Uno sta lì ad affinare il pensiero, a smussare ogni angolo teorico, e tutto si risolve in uno sfanculare l’analisi, lo studio, l’aggiustamento per frantumarsi contro un ostacolo qualsiasi. La teoria è sempre troppo vulnerabile davanti alla pratica, perché le diamo ancora credito? Non ci ha deluso abbastanza? Ecco, con lei non funziona così, a lei le si dà più possibilità, ci sono le contingenze e le circostanze e le pertinenze e cos’altro ancora?

In teoria tutta questa teoria che ci riempie la bocca va a disintegrarsi contro ogni sassolino che le capita sulla strada come se fosse un muro di cemento armato. La cosa incredibile che è un attimo a farne su un’altra per sostituirla, un attimo! Ma mettiamoci un po’ di più – santiddio – che magari la facciamo meno fragile, meno friabile… che magari duri un paio di giorni in più… che magari sappia affrontare qualche cunetta, che galleggi durante una tempesta o sappia ballare se c’è uno smottamento… insomma!

In teoria son bravi tutti. Nella pratica diventiamo un allevamento di microcefali. E non c’è più niente da aggiungere.

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(526) Perplessità

Da giovane ci mettevo due minuti a capire cosa pensavo di una cosa o dell’altra, mi facevo un’idea ascoltando o leggendo e in due minuti prendevo una posizione. Non riuscivo a stare nel mezzo, scansavo ogni perplessità per una sorta di estremismo giovanile. Ero veloce, non superficiale nella riflessione, solo veloce. Ovvio che le cose non mi apparivano in tutta la loro grandezza, mancavo di esperienza e di cultura, per cui farmi un’idea significava “sentire” con la pancia dove stava per me il buono. 

Veniamo al nocciolo: da giovane il buono e il non-buono mi apparivano chiari. Abbracciavo il buono, con qualche tentazione al non-buono che scansavo perché la pigrizia aveva puntualmente la meglio. Ok, oggi non è più così chiaro, oggi rimango davanti alle cose con la faccia a punto di domanda e prima di decidere da che parte mettermi ci metto un po’. Arrivo addirittura ai 15 minuti. Tormentatissimi quindici minuti – di analisi, di riflessione, di liste pro-contro. 

Sono diventata più lenta, è un dato di fatto, più aperta alle opzioni, più disponibile a mettere in discussione quello che penso di sapere e più cauta nel valutare tutto quello che non so. Più introspettiva, più cinica per alcuni versi, più comprensiva per altri versi, più pronta ai ribaltamenti di scena, più scettica nell’affidarmi a chi dice di saperla più lunga di tutti, più attrezzata nell’affrontare le delusioni.

La questione perplessità, invece, la sto sviscerando a piccole dosi. So che parte dallo stupore, transita in zona valutazione e si esplicita davanti alla realtà. Fondamentalmente la trovo positiva, ma temo che il soffermarmici troppo possa diventare controproducente. 

Va bene rallentare, ma lo stallo non potrei sopportarlo.

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