(919) Interferenza

La quiete. Proprio calma piatta. Non si muove niente e tu fai in modo che niente si muova, tanto sei altrove. Tutto perfetto.

Ma fare niente-niente-niente, mentre vivi, è davvero difficile. Anche quando dormi fai qualcosa, quindi per fare niente-niente-niente dovresti proprio impegnarti tanto, concentrarti tanto, insomma faresti comunque qualcosa perché il niente non viene spontaneo a chi respira.

Detto questo, è una palese giustificazione sia chiaro, tu provi a fare niente ma qualcosa fai. E non sai mai se quel qualcosa – piccolo, inutile, banale, da nulla – ti provocherà qualcosa. Lo fai perché qualcosa comunque devi fare, quindi lo fai. Ecco. Non si tratta di consapevolezza, si tratta di per-forza-di-cose. Bon.

Tu fai quelle cose da nulla e una di queste mette in circolo un disturbo. Un disturbo che parte da lontano, non te ne accorgi perché sei sovrappensiero tutta impegnata a non fare nulla. E quel disturbo trova una strada sua: prima attraversa il tuo deserto, poi attraversa le tue foreste pluviali, e poi – fatalmente sopravvissuto – arriva in tangenziale. Quando è lì è troppo tardi.

Questo fastidio s’è fatto i muscoli, e quando ti si para davanti non è che uno spintone basti. Dovresti estrarre la katana. Ma dove diavolo l’hai messa? Nella tua quiete, nella tua dannata calma piatta non ti serviva. Dove te la sei dimenticata? Non ce l’hai sottomano, quindi guardi quei muscoli e pensi sono-fottuta. Ma non lo dici. Maledetta interferenza, pensi, ma non lo dici. Dirlo sarebbe debolezza esplicita. Prima si muore e poi ci si arrende, tanto per inciso.

Fatto sta che questa muscolosa interferenza sta mandando in corto tutto il tuo sistema, ormai la quiete è ben lontana e ti sei giocata da tempo l’illusione che il fare niente ti avrebbe messo in salvo da tutto. 

Idiota.

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(796) Superficie

La mia superficie è quieta. Molto quieta. Questo trae in inganno le ignare gocce che picchiettano con gran foga sulla mia superficie pensando che la quiete assorbirà qualsiasi riverbero e qualsiasi propagazione di movimento. Si sbagliano. La quieta non assorbe, al massimo attutisce e quindi ha più tenuta rispetto ai colpetti che riceve, ma non può durare per sempre. A lungo, sì, anche molto a lungo, ma non per sempre.

Il mio a-lungo sta per esaurirsi.

Questo è più che un avvertimento, è proprio un dato di fatto. Lo si può notare nel mio non nascondere l’esasperazione, nel mio silenzio denso, nel mio negare risposte per sfanculare le discussioni. Perché la quiete ne ha abbastanza e in superficie si dovrà pur notare qualcosa.

Strano che nessuno abbia notato qualcosa.

Preoccupante il fatto che piuttosto di modificare il proprio picchiettare, le gocce fingano di non sentire l’aria frizzare. Probabilmente le gocce si aspettano un gesto eclatante, un terremoto apocalittico o qualcosa del genere. Eh no. Non sarebbe nel mio stile. Perché anche se profondamente esasperata mi impongo comunque una tenuta nervi sufficiente per non scivolare in cafonate – anche se la tentazione è enorme. Basta un attimo di distrazione e il lavoro di anni va a pallino. Non ho intenzione di rischiare. Quindi, sto cercando nuove modalità per gestire questo irritante picchiare sulla mia superficie come se la mia quiete non fosse lì che per questo: per essere spezzata continuamente.

Si va per priorità, giusto? Ok, faccio una lista e implacabilmente depennerò.

Augh.

 

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(466) Quiete

Un’aspirazione più che una possibilità. Quello stato d’animo che ti fa dire “massì, va bene così”, senza morderti le labbra, senza sospirare, senza bisogno di voltare il viso per non far trapelare l’amarezza. Ecco, quella cosa lì mi piacerebbe. Certe persone possono, sanno, io no. Il mio vabenecosì è amaro, è umiliato, è triste. Peggio di quello cantato da Vasco, peggio. Ma si può? Eh, sì.

E a vent’anni non ci avrei creduto che finivo così, ma poi le cose sono precipitate. Certo che la vita ti impone un fantastilione di vabenecosì, ma bisognerebbe anche che ti desse modo di digerirli meglio. Ma come si fa? Non lo so.

La mia quiete nasconde la tempesta, non la precede e non la segue, l’accompagna. La mia quiete alimenta un fuoco, una fame, un’ambizione che si fa presto a dire vabenecosì, non va proprio bene così. Perché il fuoco ti brucia lo stomaco, la fame ti sgomenta il cervello, l’ambizione fa di te un fantoccio. Non va proprio bene così. Andrebbe bene, invece, la tranquilla accettazione, la sorridente arrendevolezza di chi non cerca altro. Andrebbe bene sedersi senza far ballare le ginocchia come se stessi morendo dal freddo. Andrebbe bene guardare l’oggi e respirarne il sollievo senza la tachicardica angoscia che strozza la voce. Andrebbe bene anche soltanto darsi un tempo, breve, per godersi il fatto di esistere – in qualche modo, con alti e bassi, senza illusioni.

La quiete, quella autentica, ti rincuora da tutto. Ti ripaga di tutto. Credo, però, sia troppo tardi per me: ho conosciuto il fuoco, la fame, la febbre. Che non si dimenticano, che non si lasciano. La quiete è seduta laggiù e mi guarda sorridendo: “Vabenecosì,” sembra dire, “vabenecosì”.

Le devo credere?

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(412) Uragano

Forse, in certi frangenti, lo sono stata. Distruttiva, intendo. Magari senza volerlo, soltanto per troppa vita. Boh. La questione è che ormai rifuggo gli uragani emotivi, proprio me ne guardo bene dall’esserne coinvolta.

Per certi versi è un peccato, è come perdersi un pezzo di vita, un pezzo di me. Per altri versi benedico questa mia scelta ogni giorno. Sono una dislocata mentale, ormai lo si è capito.

Virtualmente parlando l’uragano porta in sé potenza e furore, è ipnotico e devastante, ti dà il carico d’adrenalina e in certi periodi della mia esistenza ne avevo bisogno – anche come sorta di autopunizione o giù di lì. A pensarci ora, però, mi domando: ma cosa diavolo mi era preso? Perché mi sono messa in quella stramaledetta cosa? Pensavo forse di essere Wonder Woman?

Sì. O comunque non me ne fregava niente di essere devastata e portata via. Dato di fatto, poco felice ma vero. Mi sono anche chiesta per chi io sia stata un uragano, quanti danni io abbia fatto vivendo, quanti cocci mi sono lasciata alle spalle e se qualcuno ne è rimasto ferito. Facendo qualche calcolo: qualche volta. Non tantissime, ma alcune sì. Mi dispiace? In tutta sincerità, poco. Per un paio di queste proprio per nulla. Sono una brutta persona, lo so.

A mia discolpa posso dire che il mio essere emotivamente un uragano silente ha tratto in inganno anche me stessa, non me lo immaginavo di esserlo fino a poco tempo fa. Questo la dice lunga sulla mia presenza scenica nello spettacolo della mia vita, ma forse questo argomento lo affronterò in un altro dei miei Giorni Così e non ora.

Se l’uragano distrugge, aggiungo, la quiete può uccidere. Vorrei non morire di quiete, sarebbe un finale davvero deprimente. Un fallimento. A volte la vita non ti dà scelta, figuriamoci la morte. Eh.

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