(433) Elucubrare

E passano i giorni e io lì sempre presa in rimurgini e smacchinamenti babsiani che mi perdono per strada mille volte tanto da rendere il mio Iperuranio un posto ostile e minaccioso. Ancora giorni che passano e il ponderare e riflettere (che sono sinonimi, ma non nelle sfumature) e sistemarmi in ipotetici nuovi Iperurani soltanto per ammettere che non ci starei neppure troppo comoda e quindi è meglio stare dove sto. E ancora giorni (perché i giorni – se sei fortunato – non finiscono troppo in fretta) dove il pensiero diventa nenia e ti rende disgustoso anche il solo fatto che stai ancora impelagata nel fondale melmoso di quella palude che non sai neppure come ci sei finita lì dentro, ma ne cominci ad avere abbastanza perché manca l’aria. Eppure ci sono ancora giorni, e giorni, e giorni…

giorni…

giorni…

e poi ti stanchi. Decidi che ti dai una ripulita, spazzoli di qua e di là quell’Iperuranio che tutto sommato non è poi così malvagio e le cose cambiano. Vedi proprio che le cose cambiano. Non te lo stai immaginando, le cose cambiano sotto i tuoi occhi e non sei più abituata a quel movimento, ti gira la testa, hai la nausea, hai quasi voglia della palude – maledetta – ma sei troppo stanca per riprendere gli smacchinamenti tormentosi e ti guardi mentre implori una tregua.

Ti fermi a fare le coccole alla tua gattina che se ne frega dei dettagli perché sono comunque dettagli che non la riguardano e la osservi ammirata. Perché non ti assomiglio un po’ di più, Mei? Insegnami a non entrare nella palude se non per acchiappare una preda e scappare agile e soddisfatta. Dai.

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(399) Malavoglia

Se potessi trovare il modo di non fare MAI le cose di malavoglia, avrei risolto tutti i miei problemi in un colpo solo. Odio fare le cose malvolentieri. Quelle cose che sono un fastidio che non riesci a digerire e che per quanto tu possa provare a guardarle con altri occhi non cambia un tubo. Restano una spina nel fianco, a pain in the ass – come dicono perfettamente gli americani.

Mille volte al giorno, cose piccole e grandi, che mi capitano tra i piedi e mi vengono imposte: dalla situazione, da chi mi sta attorno, da-cosa-diavolo-non-so e che non posso schivare. Mille volte al giorno sono troppe per chiunque, ammettiamolo serenamente, santiddio!

Bene, mi ritrovo sempre al punto di partenza: le faccio, rosicando, quindi per forza, odiando me stessa per essere stata incastrata di nuovo e il resto del mondo che trama 24/7 contro di me (e vince pure). Che vita grama, che grama vita!

Certo che so sfoderare il mio più lucente vaffanculo, con una certa maestria lo confesso, ma non posso usarlo mille volte al giorno. Anche se non si trattasse di buonsenso o di buongusto sarebbe comunque una questione di poca intelligenza e morte sicura. Uno su mille, quello più incazzoso, c’è sempre, pronto a spaccarti il muso, eh!

Fatto sta che non ci sono festivi né feriali che tengano, mille volte al giorno per tutti i giorni dell’anno. Può darsi che la mia soglia di tolleranza con l’avanzare dell’età si sia abbassata drasticamente – non lo nego – eppure la sensazione di essere una calamita per i fastidi e le zecche mi rimane.

Di malavoglia. Lo faccio, va bene, ma di malavoglia. Sia chiaro. A tutti.

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(365) Trecentosessantacinque

365: i *Giorni Così* che ho scritto, i giorni che ho vissuto, i giorni che sono passati da quel 28 settembre 2016 in cui ho voluto iniziare questa piccola cosa senza senso. Fa impressione, no?

Devo ammettere che non è la prima cosa senza senso che ho fatto, e che le precedenti son durate parecchio, però questa ha un elemento che la rende inaccessibile a qualsiasi altro genio volesse farmi concorrenza: è completamente e assolutamente inutile. Non solo: non viene minimamente pubblicizzata né da me né da alcuno. Provate a fare di meglio se ci riuscite!

La confessione scoop che oggi voglio offrire a chi si fermasse qui per festeggiare è che *Giorni Così* è il mio egoistico modo per tenere traccia di me. Lo faccio già sul cartaceo, è vero, ma lì le cose diventano più psicoanalisi da lettino: dico cosa ho fatto durante la giornata, dico cosa mi ha fatto girare le palle, dico cosa mi propongo di fare il giorno seguente. Una noia da guinness dei primati. Invece, qui sul diario virtuale, mi impongo di parlare d’altro. Parlare di tutto quello di cui di solito non voglio parlare perché mi sembra che sia ovvio, visto che lo penso.

Ho scoperto che quello che penso non è ovvio neppure per me stessa. Una scoperta sconvolgente e nel contempo affascinante, ve lo assicuro. Significa che finché non lo scrivo non so che lo sto pensando. Il che la dice lunga sulla mia presenza mentale in questa dimensione terrestre, ma anche su un altro aspetto della mia persona che viene spesso giudicata malamente.

Mi spiego: quando parto per la tangente e mi infervoro su un concetto, la gente spesso si infastidisce, o si spaventa, perché pensa che io mi voglia mettere in cattedra per fare lezione. Ergo, la gente mi pensa una presuntuosa-a-tratti-arrogante che crede di avere la verità in mano e vuole imporla al resto del mondo. Non dico che non sia così, perlamordelcielo, dico solo che ragionando ad alta voce il pensiero prende una forma che riesco a vedere, che riesco a riconoscere, che riesco a tenere in mano per rigirarmelo per bene e capire un po’ di più. Più trovo davanti a me contrapposizione di veduta e più il pensiero è stimolato a farsi solido, a farsi specifico, a farsi spesso anche ingombrante. E io capisco meglio. Da lì inizio un percorso a ritroso, molto intimo, in cui mi faccio domande pungenti e imbarazzanti (Perché la pensi così? Perché t’incazzi così? Perché parli troppo? E via dicendo… ) e vengo a capo un po’ del mistero che sono.

Ecco, questa cosa qui non ho mai avuto la possibilità di dirla a nessuno. Nessuno me l’ha mai chiesto e nessuno ha mai pensato che al di là di ciò che si vede e si sente può esserci una me piuttosto diversa. Piuttosto in bilico, piuttosto in ricerca, piuttosto vulnerabile. E non è che sia così importante che nessuno se lo chieda, diventa invece di vitale importanza per me perché io ho il dovere di chiedermelo e di non scappare davanti alla risposta. Le risposte che riproducono la realtà delle cose, fanno risultare il mistero che sono meno mostruoso. Più umano. Non per gli altri, no, ma per me stessa sì.

Buon primo anniversario *Giorni Così*!!!

 

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(324) Calendario

Li guardo passare e li sto vivendo, ma li sento lontani. I giorni non si fermano – grazie al cielo – sono io che mi fermo ogni giorno a guardare il calendario. 

Primo pensiero del mattino: che giorno è?

Secondo pensiero del mattino: cosa devo fare?

Terzo pensiero del mattino: quanto posso ancora dormire?

E mi alzo per far iniziare la giornata, per rispetto al calendario, per restare al passo con la vita – la mia? – o soltanto per non essere calpestata dalla vita degli altri. Sono prigioniera anche quando il calendario urla vacanza. Ci sarebbe da riderne, ma è venerdì e il proverbio recita:

Chi ride di venerdì piange per tre dì.

Che trappola mortale.

 

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(28) Ritmo

Credo che la vita sia una questione di ritmo. Non è che si parte con un boogie e si finisce con un boogie, il ritmo non è per forza un andare a manetta. Il ritmo può cambiare, è sano che il ritmo cambi. Soprattutto se la musica cambia, perché il ritmo è una questione complicata:

Il ritmo è una successione di eventi sonori con inerenti durate ed eventuali pause, intervallate nel dominio del tempo (da pochi decimi di secondo a qualche secondo), che seguono, di solito, (ma non obbligatoriamente) uno o più modelli ciclici.

Gestisco il ritmo all’interno delle mie giornate abbastanza bene, molto meglio da quando sono il boss di me stessa. Che qualcun altro decretasse il ritmo delle mie giornate mi faceva prudere le mani. Ero obbligata a fare brutte pieghe, e alla lunga le brutte pieghe si pagano. Ovvio che autogestirsi ritmi e melodie non è automatico, non è che ti programmi corpo e cervello e non ci pensi più. Ci pensi tutto il giorno, tutti i giorni e non ci sono vacanze e non ci sono tentennamenti.

Se ci sono dubbi e ripensamenti, allora perdi il ritmo e sembra che sia la fine del mondo.

No, non lo è.

Sono ancora qui e il mondo sta andandosene in giro-girotondo senza calcolarmi di striscio. Da una parte mi sento sollevata, dall’altro sono infastidita. Direi quasi offesa: ma come? Io perdo il passo e tu manco ti giri a guardare dove sto, come sto e perché?

Va bene, fa niente, non ti preoccupare. Adesso recupero.

Puf puf pant pant… [gergo disneyano]

b__

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