(651) Purezza

Squarci di Essenza Celeste rimasti impigliati tra le maglie del nostro ipertrofico ego che riescono a farsi beffe di noi e sberluccicano in superficie: questa è la purezza per me. La si può trovare ovunque in giro, ma non troppo spesso sennò la si potrebbe considerare a buon mercato e perderebbe il suo effetto wow. Inutile lamentarsi che ce n’è troppa poca, che ne siamo carenti, inutile. Se ne avessimo di più la tratteremmo come ovvia, poco preziosa, roba da sprecare. Siamo fatti così noi. Non bene, ma siamo fatti così.

La cosa bella, secondo me, è che non la cogliamo in noi, ma negli altri. Credo sia notevole questo particolare perché è il fattore incontrollabile che ci avvicina ai nostri simili: rimani colpito da quello squarcio di purezza che cogli – a sorpresa – in un altro Essere Umano e sospendi per un istante il respiro e il pensiero. Bellissimo. Poi puoi anche ricominciare a odiare tutti, non importa, intanto il dubbio ti si è insinuato dentro e non vedi l’ora che ricapiti di nuovo. Starai più attento, sarai più in ascolto, perché speri che risucceda. Siamo fatti così noi. Malgrado i nostri sforzi, siamo ancora capaci di cose piccole e splendide.

Certo che è più probabile coglierla in un bimbo, la sacrosantapurezza, ma non è detto. Riesce a uscire allo scoperto quando le difese sono basse, quando un certo buonumore ci scorre dentro, quando un raggio di sole improvviso ci bacia in fronte. Scoperti e vulnerabili rendiamo palese un flebile candore ed è fatta. Da lì la meraviglia che consegniamo al mondo, inconsapevolmente, fa aumentare la possibilità che il mondo venga da noi – tutti noi – illuminato. 

Una questione di tenebre proprio. Che stai lì con la tua fida spada laser e fai del tuo meglio affinché l’innocenza del mondo venga difesa con onore. Come se fossimo stati sparati dentro Star Wars e fossimo tanti cloni di Luke Skywalker intenzionati a risollevare le sorti dell’Alleanza Ribelle. Proprio così.

La purezza di uno sguardo che coglie senza rubare. La purezza di un ascolto senza secondi fini. La purezza di un tocco che conforta senza pesare. La purezza di un sorso d’acqua che disseta e riporta in vita. La purezza di un respiro che fluidamente va e viene senza trattenere, senza sospendere, senza togliere. La purezza di un saluto che sorride, di una presenza che ti apre a un mondo che non conoscevi e ti fa felice, di un sussurro per non disturbare, di un silenzio che non invade, di un sospiro per non lasciare perdere e restare – ancora un po’. 

Mi piacciono questi squarci che mi abbagliano ogni tanto, non credo smetterò mai di cercarli. In ogni cosa, in ogni persona. Perché siamo così, perché sono così.

 

 

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(635) Calcio

Ci sono stati giorni in cui il calcio lo subivo allegramente, piaceva a tutti quelli che mi stavano attorno (ero bambina) e mi sembrava che piacesse anche a me. Magari anche mi piaceva perché ascoltando i commenti deliranti di mio padre e dei suoi amici, piano piano, iniziai a capire le cose principali: fallo, punizione, fuori gioco, calcio d’angolo, rimessa in gioco, arbitro cornuto… cose così.

Verso i vent’anni mi accorsi che non me ne poteva fregare di meno di quel gioco sopravvalutato e smisi di seguirlo. Senza ripensamenti.

Una volta che capisci che lo puoi fare, che puoi mollare le cose che non ti interessano più, è fatta. Non ritorni sui tuoi passi perché ormai sei andata oltre, ti sei resa conto che sei cambiata, che quella cosa non esercita più alcuna attrattiva su di te e va bene così. Mi sono lasciata alle spalle un milione di cose che ormai non mi interessano più, ma senza mai rinnegarle: sono state divertenti, sono state utili, mi hanno lasciato bei ricordi (e anche brutti), tornassi indietro massì le rifarei, ma basta grazie.

Quello che voglio dire è che pensare che qualcosa che adesso ti piace ti piacerà per sempre può diventare una gabbia scomoda per viverci. Funziona anche con le persone, in realtà. Non è una brutta cosa cambiare gusti, cambiare idea, cambiare interessi, cambiare in generale. Certo, sarebbe bene che il cambiamento comportasse un miglioramento, ma al di là di tutto è una valutazione che si può fare solo a posteriori. Col senno di poi son bravi tutti a sputare sentenze.

Il calcio di adesso non mi piace, è una baracconata. Non ha la purezza del 1982, quando mio padre dalla felicità diede un pugno d’entusiasmo sulla piccola televisione in bianco e nero facendo saltare via la maschera… ma chi se ne frega, abbiamo vinto i mondiali! Campioni del mondo!

Certe volte, per non rovinare quelli che saranno ricordi inestimabili, bisogna allontanarsi altrimenti ti incattivisci. L’ho fatto con il calcio e l’ho fatto con altre cose ben più importanti.

In fin dei conti, ho un cuore da preservare, e ne ho uno soltanto.

 

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(503) Incanto

Non lo so se l’incanto – quello puro – sia cosa possibile soltanto quando si è bambini (o comunque molto giovani). Non lo so se la purezza del cuore influisce sulla purezza dell’incanto, ma forse è proprio così. So che per riportarmi a quell’incanto devo dimenticarmi di chi sono e del tempo che ho trascorso vivendo, e solo in quei frammenti di perdita totale di me stessa posso rivivere l’incanto. Non capita spesso, ma capita. Non capita facilmente, ma capita. Non capita per caso, ma capita. Il fatto che capiti mi permette di credere che capiterà ancora. Finché capita posso sollevarmi dal peso degli anni e sentirmi meno lontana da quella me bambina che sapeva volare incontro all’incanto appena le era possibile e senza paura.

Se raccontassi di quella volta che rimasi catturata per la primissima volta dall’incanto e trasportata in alto fino a toccare la felicità assoluta, consumerei una trentina di pagine. Molto probabilmente perché quell’incanto mi fu spazzato via troppo in fretta e ancora ne provo una nostalgia struggente. 

Chissà quali altri incanti ho attraversato e poi dimenticato, mi piacerebbe ricordarli tutti e infilarli come perle uno dopo l’altro per tenerli in ordine e contarli come avemarie, quando la fiducia nel presente vacilla e ho bisogno di un appiglio.

Un’altra cosa mi dispiace riguardo agli incanti: non si ripetono mai. Non ce n’è uno uguale all’altro, sono tutti unici. Non puoi prevedere quando succederà un nuovo incanto, o da che cosa sarà motivato. Non puoi e basta. E quello proprio bello, quello che vorresti rivivere, una volta andato è andato. Puoi solo fartene una ragione ripercorrendolo caramente con la memoria.

Con gli incanti va così, devi solo allenarti all’affidamento. Devi dare per scontato che accadrà e che la sorpresa gli darà la spinta giusta per lasciarti lì sospesa. E fluttuerai come una bolla di sapone. E finirai con appoggiarti qua o là e scoppierai precipitando al suolo. E ti ricorderai che il sapone è scivoloso solo dopo che il tuo passo avrà decretato l’atterraggio doloroso del tuo deretano. 

Ma ne vale la pena. Per un incanto, questo e altro.

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(205) Protezione

Che il cielo ti protegga!

E se non lo fa lui, chi ci pensa a te? Tu stesso. Dovresti pensarci tu. Dovremmo ormai aver imparato che aspettarsi la protezione da qualcuno che non siamo noi non sia il modo più intelligente di gestirci. Se capiti male, la protezione diventa un cappio, una lama, un proiettile.

Cosa abbiamo fatto? Abbiamo trasformato il bisogno più puro di tutti, quello con cui siamo nati, in un peccato, in una vergogna, in una condanna.

Proteggere significa prendersi cura, riparare qualcuno o qualcosa con lo scopo di difenderlo da tutto cio che potrebbe danneggiarlo. Si protegge chi non può farlo perché debole e indifeso, si protegge chi ami anche se non ne avrebbe bisogno… ma chi non ne ha bisogno? Chi?

Il bisogno non è una cosa sporca. La protezione non è qualcosa che si deve mendicare, fa capo all’amore e basta a se stessa. E che tu sia povero o ricco, felice o triste, buono o cattivo, non cambia nulla.

Protezione significa riparo, cura, difesa. Ha origine da un bisogno puro: di riceverne e di offrirne, senza lucro e senza interesse. Perché ce lo siamo dimenticato? Perché? Perché? Perché?

 

 

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