(589) Interruzione

Già ‘sta cosa non la volevi fare, già t’è pesante la scadenza troppo a ridosso, già ti ci è voluto un secolo prima di trovare la forza di mettertici con impegno che, proprio quando i sei immersa per bene e stai andando avanti dritta – che il tempo quasi non ti è di peso – vieni interrotta.

Da qualsiasi cosa, proprio da qualsiasi cosa. Fosse Essere Respirante o sirena dei pompieri, quella interruzione spezza l’incantesimo e flop, t’accasci sulla tastiera.

Lo sai già che quel che ti aspetta non ti piacerà. Già senti che i piedi vogliono iniziare a marciare, tra i neuroni parte una canzone-martello degli anni ’80 che non ti dà tregua, e tu sei finita. Non c’è verso di riprendere il filo, non c’è possibilità di ricreare quell’atmosfera santa che ancora pochi minuti e ti avrebbe trasportata al traguardo per renderti libera.

Niente.

Il vuoto.

Anzi: il vuoto sfinente.

E finito.

Allora ti dici che lo lasci lì per un’ora e intanto fai altro. E infatti fai altro e, soltanto perché ti scoccia deluderti, dopo un’ora riprendi in mano quel lavoro e te lo guardi supplicante: “Dai, facciamola finita”, gli sussurri telepaticamente. E lui sembra capire, sembra avere compassione di te e del tuo stato deplorevole e si fa ripigliare in mano. Piano piano l’atmosfera sembra ricomporsi, delicata come un soffio è lì e tu ricominci a lavorare. La prima stesura è fatta, ora devi rivedere tutto e metterci un’intro e una chiusa, che ci vuole? Niente, tempo cinque minuti e vinci la sfida.

E qualcosa ti interrompe. Qualcosa che non puoi ignorare, qualcosa che è lì per restare finché non gli dai retta, qualcosa che ti è stata mandata dal diavolo in persona che vuole renderti la vita impossibile. Ti scappa un rosario di imprecazioni, molli tutto e cerchi di sbrigare l’imprevisto meglio che puoi perché devi, devi, DEVI finire quel dannato lavoro. DEVI!

E poi ti scoppia il mal di testa, allora pensi che mangiare qualcosa prima di prenderti un antiemicrania potrebbe essere la soluzione. Mangi e il mal di testa passa da solo, ti rilassi un attimo, così per prendere un respiro, e un abbiocco da guinness dei primati ti piomba addosso. Ma te ne accorgi, ti obblighi a reagire, ti metti di nuovo con le mani sulla tastiera e F-I-N-I-S-C-I quel maledetto lavoro.

ORA!

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(567) Teoria

In teoria chi fa bene merita bene e chi fa male merita male. Balle. In teoria quello per cui lavori – con passione e dedizione – prima o poi lo raggiungi. Balle. In teoria se vuoi veramente una cosa e ti avvii in quella direzione prima o poi la ottieni. Balle. Balleballeballeballeballe.

La teoria sa essere bastarda, non gliene frega nulla di venire sbugiardata perché si appella al peggio dell’umanità che è la causa di tutto. Francamente questa spiegazione non mi basta: se in teoria funziona allora in pratica si deve concretizzare, altrimenti che diavolo di teoria è?

Uno sta lì ad affinare il pensiero, a smussare ogni angolo teorico, e tutto si risolve in uno sfanculare l’analisi, lo studio, l’aggiustamento per frantumarsi contro un ostacolo qualsiasi. La teoria è sempre troppo vulnerabile davanti alla pratica, perché le diamo ancora credito? Non ci ha deluso abbastanza? Ecco, con lei non funziona così, a lei le si dà più possibilità, ci sono le contingenze e le circostanze e le pertinenze e cos’altro ancora?

In teoria tutta questa teoria che ci riempie la bocca va a disintegrarsi contro ogni sassolino che le capita sulla strada come se fosse un muro di cemento armato. La cosa incredibile che è un attimo a farne su un’altra per sostituirla, un attimo! Ma mettiamoci un po’ di più – santiddio – che magari la facciamo meno fragile, meno friabile… che magari duri un paio di giorni in più… che magari sappia affrontare qualche cunetta, che galleggi durante una tempesta o sappia ballare se c’è uno smottamento… insomma!

In teoria son bravi tutti. Nella pratica diventiamo un allevamento di microcefali. E non c’è più niente da aggiungere.

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