(526) Perplessità

Da giovane ci mettevo due minuti a capire cosa pensavo di una cosa o dell’altra, mi facevo un’idea ascoltando o leggendo e in due minuti prendevo una posizione. Non riuscivo a stare nel mezzo, scansavo ogni perplessità per una sorta di estremismo giovanile. Ero veloce, non superficiale nella riflessione, solo veloce. Ovvio che le cose non mi apparivano in tutta la loro grandezza, mancavo di esperienza e di cultura, per cui farmi un’idea significava “sentire” con la pancia dove stava per me il buono. 

Veniamo al nocciolo: da giovane il buono e il non-buono mi apparivano chiari. Abbracciavo il buono, con qualche tentazione al non-buono che scansavo perché la pigrizia aveva puntualmente la meglio. Ok, oggi non è più così chiaro, oggi rimango davanti alle cose con la faccia a punto di domanda e prima di decidere da che parte mettermi ci metto un po’. Arrivo addirittura ai 15 minuti. Tormentatissimi quindici minuti – di analisi, di riflessione, di liste pro-contro. 

Sono diventata più lenta, è un dato di fatto, più aperta alle opzioni, più disponibile a mettere in discussione quello che penso di sapere e più cauta nel valutare tutto quello che non so. Più introspettiva, più cinica per alcuni versi, più comprensiva per altri versi, più pronta ai ribaltamenti di scena, più scettica nell’affidarmi a chi dice di saperla più lunga di tutti, più attrezzata nell’affrontare le delusioni.

La questione perplessità, invece, la sto sviscerando a piccole dosi. So che parte dallo stupore, transita in zona valutazione e si esplicita davanti alla realtà. Fondamentalmente la trovo positiva, ma temo che il soffermarmici troppo possa diventare controproducente. 

Va bene rallentare, ma lo stallo non potrei sopportarlo.

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(392) Quark

quarkkòok› s. ingl. [formato da qu[estion m]ark «punto interrogativo» e fig. «cosa ignota o inconoscibile», e usato come parola di significato indeterminato da J. Joyce nella frase three quarks for Muster Mark del romanzo (1939) Finnegans Wake] (pl. quarkskòoks›), usato in ital. al masch. (per lo più in forma invariata al plur., e con la pron. ‹qàrk›). – In fisica delle particelle, denominazione data (1964) dal fisico statunitense M. Gell-Mann ai costituenti fondamentali della materia adronica, cioè di tutte le particelle osservate che sono soggette alle interazioni forti; l’esistenza di tali costituenti è attestata da numerose evidenze sperimentali, per quanto non siano mai stati osservati quark isolati, nonostante i molti tentativi di rivelarli con tecniche diverse: tale circostanza ha portato a formulare una teoria delle interazioni forti (v. interazione, n. 1), detta cromodinamica quantistica (v. cromodinamica), che attribuisce il confinamento dei quark all’interno degli adroni osservati a meccanismi legati a un numero quantico interno, detto colore. In base alle proprietà osservate i quark sono fermioni (hanno cioè spin 1/2) e hanno carica frazionaria, pari a −1/3 o 2/3 della carica del protone; ogni tipo di quark è replicato in tre colori. I tipi (o sapori, come si dice per distinguere questo numero quantico da quello di colore) di quark finora individuati sono 6, indicati con le lettere u, d, s, c, b e t: i primi due (up e down) sono i costituenti dei protoni e dei neutroni, ossia della materia ordinaria; il terzo è presente nelle particelle strane (v. strano), il quarto in quelle dotate di charm (v.), il quinto, in gergo detto bottom o beauty, in quelle dotate di un numero quantico; il sesto quark, scoperto nel 1995 e detto top o truth, essendo molto pesante decade così rapidamente che non fa in tempo a formare particelle adroniche.

Un punto di domanda, un quark. Questa parola è deliziosa, mi fa sorridere. Se riuscissimo ad affrontare ogni evento della nostra vita come se andassimo incontro a una domanda che ti apre mille strade in risposta, sarebbe perfetto.

E la vita ci prova a farcelo capire che è tutta una questione di ricerca, di insondabile che deve essere sfidato ben sapendo che vincerà lui, di alternative che va a finire in un casino ogni volta perché non ce n’è una che calzi a pennello, nemmeno una mannaggia!

E poi le risposte che trovi sono sempre provvisorie perché siamo noi provvisori: nei desideri, nel nostro agire, nel nostro capire e nel nostro chiuderci e rimbalzare tutto. Provvisori e contradditori. Provvisori e pasticcioni. Provvisori e cialtroni. Noi, tutto insieme, a valanga fino a valle.

Il quark, però, ci riporta in pista. Noi pensiamo che lui non se ne accorga, ma sa esattamente dove porsi e con quanta forza opporsi alle nostre balengate. E combattiamo e ci incazziamo. Restando cialtroni, pasticcioni, contradditori e provvisori, ma non lo ammetteremo mai.

Il quark ride. Fossi in lui riderei anch’io.

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