(433) Elucubrare

E passano i giorni e io lì sempre presa in rimurgini e smacchinamenti babsiani che mi perdono per strada mille volte tanto da rendere il mio Iperuranio un posto ostile e minaccioso. Ancora giorni che passano e il ponderare e riflettere (che sono sinonimi, ma non nelle sfumature) e sistemarmi in ipotetici nuovi Iperurani soltanto per ammettere che non ci starei neppure troppo comoda e quindi è meglio stare dove sto. E ancora giorni (perché i giorni – se sei fortunato – non finiscono troppo in fretta) dove il pensiero diventa nenia e ti rende disgustoso anche il solo fatto che stai ancora impelagata nel fondale melmoso di quella palude che non sai neppure come ci sei finita lì dentro, ma ne cominci ad avere abbastanza perché manca l’aria. Eppure ci sono ancora giorni, e giorni, e giorni…

giorni…

giorni…

e poi ti stanchi. Decidi che ti dai una ripulita, spazzoli di qua e di là quell’Iperuranio che tutto sommato non è poi così malvagio e le cose cambiano. Vedi proprio che le cose cambiano. Non te lo stai immaginando, le cose cambiano sotto i tuoi occhi e non sei più abituata a quel movimento, ti gira la testa, hai la nausea, hai quasi voglia della palude – maledetta – ma sei troppo stanca per riprendere gli smacchinamenti tormentosi e ti guardi mentre implori una tregua.

Ti fermi a fare le coccole alla tua gattina che se ne frega dei dettagli perché sono comunque dettagli che non la riguardano e la osservi ammirata. Perché non ti assomiglio un po’ di più, Mei? Insegnami a non entrare nella palude se non per acchiappare una preda e scappare agile e soddisfatta. Dai.

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(244) Quadro

Avere il quadro della situazione non è cosa ovvia né immediata. Mi ci vuole tempo. Anche troppo, spesso. Probabilmente non sono così arguta come dovrei, oppure sono troppo pedante riguardo i dettagli e mi ci perdo.

Dipingere un quadro non è cosa da un giorno, i quadri migliori sono il risultato di ore e ore di lavoro-energia-tormentonellaricerca. Faccio così anch’io quando una situazione ha bisogno di essere analizzata per farsi capire: ore e ore di energia-tormento-lavoro. Ne vale la pena.

Appena il quadro si può dire completato lo si fa asciugare. Si sceglie una cornice e lo si appende a una parete: eccola lì la situazione, decidi tu se tenerla o buttarla. Io non butto via, metto da parte.

Devo trovare il modo di alleggerire le mie pareti. La confusione non mi aiuta a pensare.

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(219) Ozio

Ci ho provato, non ci riesco. Anche quando non sto facendo niente sto facendo un sacco di cose – tutte nella mia testa eppure concretissime. Sempre stata così, fin da piccola, nessuno mi ha mai sentito lamentare riguardo al non sapere cosa fare del mio tempo.

Il saper oziare credo sia un’arte. Voglio dire che se lo sai fare bene arrivi all’essenza della vita. Quello che l’uomo primitivo provava tra un pasto e l’altro, immagino. Ecco, provo invidia.

Dopo tre minuti che non sto facendo niente mi sale un tormento che non so neppure descrivere. Come se quel tempo fosse uno sputare in faccia al tempo che mi mancherà il giorno dopo. No, non so neppure come spiegarlo, è un sentimento orribile.

L’ozio è il padre dei vizi, io mi sento orfana.

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