Molti anni fa ho rinunciato al concetto di ovvio, ne avevo abbastanza di essere ingannata da quello che mi illudevo di intuire, dedurre, sapere. Dietro ogni ovvietà in cui mi andavo a rifugiare c’erano sorprese che avrei voluto evitare e che, invece, mi investivano senza pietà.

Mancavo di immaginazione, evidentemente. Quindi passo indietro, prendiamo in mano questo evidente gap cognitivo e cerchiamo di colmarlo in qualche modo, mi sono detta. All’inizio ho fatto fatica, perché era oggettivamente faticoso. Ora è diventato un esercizio rodato, l’ovvio è un concetto che si è cancellato dalla mia mente.

Non c’è nulla di così ingannevole come un fatto ovvio. (Sir Arthur Conan Doyle)

Qualche anno fa lessi un libro che oltre a divertirmi e affascinarmi si è rivelato utilissimo per l’operazione “ovvietà ingannevole” che stavo portando avanti in segreto (con chi parli di certe cose senza correre il rischio di farti considerare stramba?). Si tratta di “Mastermind” di Maria Konnikova e, molto probabilmente, ne ho già scritto in altro blog e altro contesto, ora l’ho ripreso in mano perché alla fine si gira in loop e ognuno di noi ha delle fisse sulle quali ritorna ciclicamente. Io non sono un’eccezione.

La scelta relativa all’attenzione (prestare attenzione a una cosa e ignorarne un’altra) rappresenta per la vita interiore ciò che la scelta d’azione rappresenta per quella esteriore. In entrambi i casi l’uomo è responsabile della sua scelta e deve accettarne le conseguenze.  (W.H. Auden)

Sopravvalutare la nostra capacità deduttiva non ci fa bene, perché noi siamo perennemente distratti e ben poco osservatori. Ci sfugge almeno il 70% di quello che ci sta attorno, non ci facciamo proprio caso, e in tutto quello che per noi non c’è risiede ciò che poi ci sorprende con uno sgambetto.

Al di là di questo, la comunicazione che mettiamo in scena e che ci rappresenta al 100% nel bene e nel male è fondata per la maggior parte su presupposti di visioni parziali e di pregiudizi/preconcetti altamente limitanti. La maggior parte delle volte parliamo a vanvera (come mi ripeteva spesso mia nonna), e lo facciamo con la faccia tosta di chi è competenti e autorevole.

 

L’ovvio è tutto ciò che noi diamo per scontato che sia così. Molte volte così non è. Però noi non ce ne curiamo a costo di marcirci nel torto.

L’ovvio al quale mi riferisco riguarda principalmente le questioni piccole, di poco conto. Quelle su cui si passa sopra velocemente perché abbiamo altro per la testa, cose più importanti di cui occuparci. Dietro una risposta ovvia, però, può nascondersi qualcosa che conta e che non si merita un’alzata di spalle.

Non è ovvio che quando parlo tu mi ascolti.

Non è ovvio che quello che dico ti sia comprensibile.

Non è ovvio che quello che faccio tu lo possa accettare, accogliere.

Non è ovvio che la tua risposta sia sincera, nonostante le buone intenzioni.

Non è ovvio che quello che ho adesso lo avrò anche domani.

… la lista può continuare all’infinito. E non è affatto un’ovvietà.

Il punto è che noi preferiamo vivere nell’inganno e stare tranquilli piuttosto che scavallare l’ovvietà e prendere contatto con quello che è reale e non così facile da maneggiare. La complessità ci infastidisce quando non ci appartiene, la nostra ce la teniamo stretta, però, perché ci rende speciali agli occhi del mondo.

L’apparenza non inganna, siamo noi che non sappiamo osservare l’apparenza e leggerla in modo corretto. Apparire è parte dell’essere.

Apprezzo sempre quando qualcuno intenzionato a conoscermi davvero mi pone qualche domanda, anche se scomoda, perché mi offre la possibilità di dare voce a pensieri che vanno a risistemare quell’apparenza che – mio malgrado – potrebbe essere letta in modo non corretto.

L’altro giorno la parrucchiera mi ha chiesto: “Ma tu credi in te stessa?”. Le ho risposto con qualche secondo di pausa perché non era affatto una domanda ovvia, non avevo a disposizione una risposta ovvia, e ho soltanto sorriso mentre gli occhi si lucidavano un po’ e non so neppure il perché.

Ci sto ancora riflettendo su.

Intrappolata in un’ovvietà ingannevole che mi era, evidentemente, sfuggita.

Damn!

 

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