(559) Vintage

Il gusto di un passato che ti manca perché quello stile, quella qualità, quel sapore ormai si è perso. Tu lo rivuoi nel tuo presente e te lo vai a cercare. Se non lo trovi in originale cerchi di riprodurlo. Lecito? Sì, lecito.

Solo che come ogni cosa che parte bene, se la spingi all’inverosimile finisce male. Finisce che la buona intenzione si trasforma in baracconata e il buongusto va a farsi benedire. Va bene che si recuperi ciò che aveva valore, ma ci sono milioni di cose del passato che non avevano valore al tempo e men che meno adesso. Ce ne rendiamo conto?

Il pensiero vintage del “moglie e buoi dei paesi tuoi” – dando per scontato che in questo concetto manca chiarezza (tipo: quanti paesi uno deve avere? Se i paesi sono più di uno, va da sé che la doppia/triplice cittadinanza comporti una serie di mogli e di buoi variegata, no?) perché dovrebbe essere “moglie e buoi del paese tuo” – era idiota un secolo fa come lo è tutt’ora. 

Gli abiti anni ’80 erano ridicoli – spesso osceni (lo dico con cognizione di causa visto che in quegli anni ero adolescente) – già allora, pensare che siano ripristinate le maglie con maniche a pippistrello e i capelli cotonati mi riempie di scoramento. Progresso, oh progresso, perché non c’è rispetto per te, progresso?

Mi rendo conto di essere ripetitiva, ma se ci mettiamo in tasca il buonsenso e il buongusto è ovvio che le cose ci si rivoltino contro, no? E non c’è moda che tenga, non c’è snobberia che giustichi se stessa, non c’è proprio niente di buono in questo precipitare del pensiero. Il vintage è un modo intelligente per non buttare ciò che è ancora bello, ancora utile, ancora solido. Ma se una tazzina da caffé è sbeccata, a meno che non diventi un pezzo da museo, non è vintage è da buttare!

E se va bene il riciclo, c’è anche da dire che un oggetto logoro e rotto può anche essere gettato via senza per questo sentirsi una brutta persona. Possiamo, per favore, concentrarci sulla parte intelligente delle cose? Un po’ d’impegno dai!

 

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(336) Cosmopolita

È sempre stata la mia massima ambizione: essere parte del mondo. Non solo per diritto di nascita, in quanto Essere Umano, ma riuscire a comunicare con chiunque, in ogni nazione sotto ogni cielo che si possa contemplare.

Andare in Germania e poter parlare tedesco come fosse la mia lingua, andare in Francia e parlare francese, andare in Olanda e parlare l’olandese, andare in Kenya e parlare lo Swahili…

O-V-U-N-Q-U-E poter comunicare con C-H-I-U-N-Q-U-E!

Mi piacerebbe imparare il linguaggio dei segni, mi piacerebbe imparare il Braille, mi piacerebbe avere questa magica porta spalancata davanti a me e saperla varcare con educazione, con grazia e rispetto (con il solito insano entusiasmo per le cose da scoprire che mi caratterizza) e tutto questo sarebbe meravigliosamente più intenso usando la lingua locale.

Nella realtà non mi è andata malissimo perché l’inglese, il francese e lo spagnolo li ho studiati, e digeriti abbastanza da renderli accessibili, e mi rendo conto che la mia predisposizione a sintonizzarmi con i suoni mi ha aiutata moltissimo, ma cosa dire del portoghese e del giapponese e dell’arabo e del russo e dell’inuit… sì, una vita non mi basterebbe!!!

Quindi, per quanto mi riguarda, chiunque veda nello straniero [estero, estraneo, strano, invasore, nemico] un pericolo, per me è pianeta troppo lontano per azzardare un qualsiasi tipo di comunicazione. Mi chiamo Barbara, che deriva dal greco e in origine designava il balbettare di chi greco non era (e si trovava in una condizione di schiavitù), in poche parole significa S-T-R-A-N-I-E-R-A. Questo ha un peso, ha un enorme peso in tutto quello che penso e che faccio. Anche quando mi capita, se sono sotto esame o se sono stanca o super stressata, di incespicare nelle parole come se non mi appartenessero nonostante io stia usando la mia amata lingua d’origine.

Sì, sono sempre io e ne vado fiera.

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