(1100) BITSTOP – nuova partenza

Se sei arrivato ora, soltanto ora, mi dispiace ma sei arrivo troppo tardi. Questo blog è stato un viaggio lungo tre anni e si è concluso perché così era stato deciso sin dall’inizio. Tutto rimarrà intatto in questo luogo, così come è avvenuto. Puoi leggere a ritroso (da questo al primo post) o puoi iniziare dal principio e sceglierti il passo che vuoi. Puoi anche saltare di qua e di là. Puoi addirittura andartene via senza leggere nulla. Ma per favore non sbattere la porta, non sarebbe gentile.

(Barbara Favaro – l’autrice)

 

Me ne sono inventata un’altra. Sì, inevitabile come un’escremento di piccione che ti cade in faccia in Piazza San Marco a Venezia. Mi dispiace.

Un blog che è un punto di ristoro, ecco l’idea. Prende ispirazione dal Pitstop che nel mondo delle corse è quella pausa di rifornimento necessaria a chi corre a perdifiato in pista per arrivare primo.

Noi tutti corriamo e corriamo in pista tutti i santi giorni, per questo abbiamo bisogno di un pitstop ogni tanto. Magari a metà settimana. Magari per godersi qualcosa di bello e inaspettato. Magari qualcosa che sia gratuito e che non abbia controindicazioni. Qualcosa così.

Ogni mercoledì, a partire dal 9 ottobre 2019, fermatevi un po’ qui da me: BitStop.

Un Bit per fare un bel respiro e poi tornare in pista per arrivare primi.

Io vi aspetto e… passate parola se vi va.

 

 

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(1099) MENTRE – il pentimento

In tutte le storie che funzionano a un certo punto c’è un baratro che si apre e gli eroi ci finiscono dentro. Infatti, io e il mio team (vedi post precedente) a un certo punto ci siamo visti risucchiare da un vortice di morte. 

Non volevo scrivere. Mi sembrava inutile. Mi sembrava stupido. Mi sembrava troppo faticoso. Scrivevo altro, scrivevo per lavoro, scrivevo per uno scopo più concreto. Scrivere i ***Giorni Così*** mi sembrava soltanto una perdita di tempo. Certo che continuavo a farlo, ma con la certezza che avrei fatto meglio a smettere. Non me li rileggevo neppure, li pubblicavo e basta.

Facevo anche fatica a trovare un topic nuovo (pensare a quante parole esistono nel dizionario della lingua italiana e io lì che non riuscivo a sceglierne una per scrivere qualche pensiero… era allucinante). Per esempio: il mio post 998 si intitola “Ineluttabile” e ottantasette giorni dopo ho pubblicato il 1085 titolato “Ineluttabilità”. E non me ne sono accorta. Ok, una volta in tre anni può capitare, è vero. Allora eccovi un altro esempio: il 27-10-2018 ho scritto “Via” e il 01-05-2019 ho scritto “Vie”. Addirittura ridicolo, concordo.

Non ho mollato soltanto perché avevo dato la mia parola: tre anni, tutti i giorni, senza perdere un colpo. E ogni volta che ci pensavo mi pentivo amaramente: ma come cazzo m’è venuto in mente?! E non c’era nessuno che mi diceva “dai, scrivi!” perché giustamente a nessuno interessava. Giustamente. Davvero.

Un giorno mi sono fermata a guardarmi mentre brancolavo come una patetica ubriaca in cerca di un argomento di cui parlare e mi sono messa a ridere. Che diavolo di melodramma stavo portando in scena? A che scopo? Era una lamentela fine a sé stessa perché avrei potuto tranquillamente mollare. Ma non lo facevo non solo per aver preso un impegno, lo facevo anche perché in fin dei conti ci credevo. Credevo che alla fine ne sarei stata contenta. Alla fine avrei capito un po’ più di me stessa e della mia scrittura. Alla fine avrei potuto darmi una pacchetta sulla spalla e dichiarare senza paura di essere smentita che ce l’avevo fatta.

1095 giorni di scrittura quotidiana. Pensavo che ogni mese avrei potuto scrivere due righe a me stessa monitorando il lavoro mentre lo stavo svolgendo. Una sorta di resoconto del work in progress. Ho resistito soltanto qualche mese, mi sono ben presto resa conto che non potevo sostenere una lucidità che non avevo. E non potevo averla perché ero troppo coinvolta, quindi ho lasciato perdere. In fin dei conti già stavo facendo del mio meglio per aprire ogni giorno il blog e tentare di scrivere qualcosa che avesse un senso.

Chi altro può dire di aver fatto lo stesso nel suo blog? Non lo so, magari qualcuno sì, ma ben pochi. Ecco, io sì.

E allora? Niente. Le cose che contano nella vita sono ben altre, me ne rendo conto, ma onorare un impegno preso (soprattutto se preso con me stessa) è una di quelle cose a cui tengo. Danno la misura della persona che sono. E mi piace essere questo tipo di persona. Nel bene e nel male. Mi piace.

Quindi mi sono pentita di aver ceduto al baratro e esserci finita dentro per settimane. Non era necessario, me lo sarei potuta evitare. Avrei potuto usare un po’ di ironia, di autoironia, e bypassare il baratro con una certa agilità. Non l’ho fatto. Non so perché, ma non l’ho fatto. E la cosa peggiore è che di tanto in tanto lo faccio, anziché schivare la morte della gioia ingoio il veleno e metto in discussione tutto. Non è una mossa intelligente, ma non riesco ad evitare di ricascarci. Il mio lato oscuro.

E quindi, a parte essere dispiaciuta per aver dato retta all’oscurità, posso dire con una certa dose di orgoglio che ho saputo affrontarla e l’ho saputa sconfiggere perché la sfida l’ho vinta e nessuno mi potrà togliere quanto fatto.

Mentre il mondo andava avanti io me lo riscrivevo guardandolo da angoli privati, in silenzio, senza clamore. Con una mug di caffè fumante davanti a me e le mani sulla tastiera. Con gli occhi sul monitor e ogni tanto oltre la finestra. Sempre io, sempre la solita. Mentre il mondo cambiava forse sono cambiata anche io, ma riconosco ancora i miei tratti, non mi sono lasciata sopraffare.

Paura superata.

Davvero.

Wow.

 

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(1098) MENTRE – la concentrazione

Mentre tenacia e entusiasmo sedato facevano il loro lavoro, io dovevo fare i conti con la signora concentrazione. Che è difficile da domare ed è ben più che difficile da motivare.

La stanchezza della giornata, la stanchezza per me stessa, la stanchezza per le cose da fare, la stanchezza pura e semplice. Insomma, la nemica della signora concentrazione, la signorina stanchezza, si palesava ogni volta che mi ci mettevo. Chiamavo a rapporto la signora concentrazione e la signorina stanchezza le saltava addosso come un’adolescente indiavolata intenzionata ad ucciderla.

Non me l’aspettavo. Sinceramente.

Avevo dato per scontato che due righe due, alla sera o alla mattina, fossero la cosa più naturale e indolore che potessi immaginare per me stessa. Lo faccio comunque sulla mia moleskine da quando avevo 15 anni, che sarà mai? Ebbene, il mio impegno veniva letto dalla signorina stanchezza come una tonnellata di cemento armato che andava a gettarsi su di lei, che già di carico ne aveva abbastanza, e non ci stava. Non ci stava proprio.

Quindi stai lì a convincerla che poi ne sarebbe stata sollevata, che anche se l’ora della collassata a letto sarebbe slittata di mezz’ora non sarebbe stata la fine del mondo, che un pensiero uno – se lasciava in pace la signora concentrazione – sarebbe uscito e sarebbe anche stato piacevole… niente. La signorina stanchezza vince su tutto. Eppure, la tenacia e l’entusiasmo testimoni della mia lotta sono sempre riusciti a intervenire in tempo e, supportando la signora concentrazione con cori da stadio, a farmi sviluppare il piccolo timido pensiero che lottava per farsi ascoltare. Sempre.

Una grande grande grande vittoria. 

Forse perché l’idea di non farlo anche solo saltando un post sarebbe stato un fallimento della mia sfida, e questa cosa più passava il tempo più mi era insopportabile. Non esiste che mollo, si va fino in fondo senza se e senza ma. Fu così che l’autodisciplina scese in campo dando man forte ai ***Giorni Così*** che riempivano piano piano questo blog e… sapete cos’è successo?

Nel mentre avevo iniziato a lavorare in un’agenzia di comunicazione, all’interno di un team che condivideva lo stesso open space. Ok, dopo decenni di lavoro solitario ritrovarmi a scrivere in mezzo al casino totale non è stato facile. Però, la mia capacità di domare le bizze della signora concentrazione anche in quel contesto si è amplificata a dismisura. Tutto il giorno la curavo affinché non mi abbandonasse nel bel mezzo della necessità, professionalmente parlando, e la sera le chiedevo un ulteriore sforzo nonostante la signorina stanchezza fosse pronta a ucciderla appena sbucava fuori.

O iniziavo a trattarla bene o non avevo scampo. Quindi mi ci sono messa d’impegno per imparare a curarmi di lei. Ho imparato. La signora concentrazione sa essere grata delle attenzioni che riceve, lo garantisco. Quindi è iniziato un nuovo periodo per noi, un training mica da ridere. I risultati ora li posso tenere in mano, una sicurezza impagabile.

Il mio esperimento era nato anche perché volevo provare a me stessa che quello che andavo ripetendo da anni fosse ancora vero anche per me: la scrittura è autoterapia. Ti insegna a esserci, a pensare meglio, a conoscere in profondità le tue emozioni, a sondare meglio l’origine dei tuoi sentimenti, a concentrarti sul tema e rendere comprensibile soltanto con le parole quello che forse neppure con una fotografia sarebbe facile fare, ad abbracciare gli alti e i bassi perché parte della stessa melodia – che sei tu – e a trovare in te risorse che non immaginavi di avere. 

Così è. E così è ancora per me, nonostante gli anni e nonostante l’evoluzione che la mia scrittura ha sperimentato nel tempo. Così è ancora e così sarà per sempre.

Sollievo e giubilo.

A conti fatti si stava formando una gran folla dentro la mia testa: l’entusiasmo, la tenacia, la signora concentrazione, la signorina stanchezza, l’autodisciplina, la consapevolezza… mi stavano per mancare le sedie a forza di aggiungere un posto a tavola. Eh, caro Johnny Dorelli, fai presto a cantare tu, ma la realtà dei fatti è che le sedie costano se vuoi stare comodo, altrimenti comprando all’Ikea inizi ad avere problemi di sciatica. Difatti sono messa male. Ma sorvoliamo.

Tante lezioni imparate, che si ricordano anche facilmente. E tutto questo grazie a un’idea ascoltata al volo e messa a terra subito per non farla fuggire via. 

Carpe Diem

Mentre…

 

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(1097) MENTRE – l’entusiasmo

Perché sarebbe cosa buona e giusta partire subito con la progettazione di un’idea? Perché appena arriva, l’idea ti piomba addosso con potenza. Questa cosa le serve per far sì che tu ti accorga di lei, altrimenti distratto come sei dalle mille e mille cose che devi fare non te ne accorgeresti neppure che lei ti si sta palesando con tutti gli sberluccichii del caso.

Arrivandoti prepotentemente addosso tu che fai? Ti fermi, la guardi e dentro di te nasce qualcosa. Qualcosa di altrettanto potente e totalizzante che si chiama: entusiasmo. L’entusiasmo è quella emozione che ti fa saltare come un grillo e ti fa tuonare: E-U-R-E-K-A!

Perfetto. Da qui in poi è una discesa, pensereste voi, e invece no. Da qui in poi inizia la salita. Che non richiede entusiasmo, bensì tenacia. L’entusiasmo appena si vede arrivare addosso la montagna comincia a indietreggiare. Già non è più così sicuro che l’idea sia davvero una figata. A questo punto bisogna prendere l’entusiasmo per il collo e tenerlo lì fermo, inchiodato all’idea. Se fai lo sbaglio di fargli prendere aria non lo vedi più. Non devi lasciarti fuorviare dal suo sorriso rassicurante, sta solo pensando a come svignarsela in fretta. Non ha scrupoli, ti lascerà solo davanti alla montagna per fare altro se glielo lasci fare. Il segreto è: non lasciarglielo fare. Punto.

Si tratta di far subentrare la tenacia senza che l’entusiasmo se ne accorga. Tu la fai accomodare e la metti in moto prima ancora di far vedere all’entusiasmo la montagna. Non è facile ma si può fare. Quindi se inchiodi l’entusiasmo, di spalle alla montagna, e lo intorti con belle storie, nel mentre la tenacia inizia a scalare la montagna e guardando di tanto in tanto il bel faccione sorridente dell’entusiasmo si prende bene pure lei e fatica più volentieri.

Ho fatto così per iniziare a scrivere i miei ***Giorni Così*** e ha funzionato a lungo. Davvero a lungo. Sì, ci sono stati dei momenti in cui l’entusiasmo ha tentato di voltare la faccia e guardarsi la montagna che aveva alle spalle, ma sono riuscita a procrastinare quel momento finché si sono accumulati un bel pacco di ***Giorni Così*** e quando l’ho lasciato girarsi lui non si è più concentrato sulla montagna da scalare, ma sul percorso già scalato e sul risultato della fatica (ovvero i post già pubblicati). 

A quel punto l’entusiasmo si è dato una calmata, non mi saltava più da tutte le parti ma senza per questo deprimersi, s’è preso a braccetto la tenacia e hanno scalato insieme. La tenacia dal canto suo è stata contenta. Si è fatta accompagnare volentieri perché ha bisogno di sorrisi e di sostegno pure lei, anche se non lo fa presente e sa fare buon viso a cattivo gioco.

Io li guardavo compiaciuta e a volte commossa. 

Non ero sola.

Mentre…

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(1096) POI – dopo la fine

Uno pensa che dopo la fine non ci sia niente. Questo rende la fine spaventosa. Ecco perché tutti amiamo il to be continued che si coniuga in un prequel o in un sequel o in uno o più spin off. Va tutto bene purché non finisca. Ma siamo proprio sicuri che valga sempre la pena? Eh.

Io faccio così: appena una fine si avvicina mi preparo qualcosa che possa sostituire il posto occupato fino a quel momento dalla precedente occupazione. 

Horror Vacui. 

Mi funziona con le cose, con le attività, non con le persone. Non ho mai sostituito una persona con un’altra, il vuoto lasciato dalle persone che mi finiscono rimane vuoto e pesa come un macigno. 

Per sollevare un po’ la tensione dal concetto “fine” ho spostato l’attenzione su quello di “perpetuo”. Qualcosa che si ripete con costanza e che non intende finire in alcuni casi può essere rassicurante, ma in altri mi risuona come una condanna. Mi riferisco, ovviamente, sempre a cose e attività, non certo alle persone.

Pensare che tutti i giorni della mia vita io debba riproporre a me stessa le stesse attività non mi fa neppure alzare dal letto. No Way!

Che poi ci sia la compulsione ossessiva in me di fare sempre qualcosa di nuovo per mettermi alla prova, bé, questa cosa la discuterò in terapia appena avrò il tempo di iniziarne una. Mica posso fare tutto insieme.

Quindi il poi, quello che verrà, è in fase di progettazione. Suppongo non ci metterò molto a realizzare quello che ora è soltanto un’idea, ma non voglio ancora dare date o spoilerare quel che magari poi non sarà.

Il poi, in realtà, è proprio la fase di passaggio subito dopo il the end. Non è che sia facile scandagliare tutto quello che comporta, ci sono mille e più differenti sentimenti che si mescolano e si prendono gioco di te. Basta saperlo.

Ma non sono qui per parlare dei miei marasmi emotivi – zero interessanti – bensì del poi. Che per me non è prequelsequel e neppure uno spin off. Lo definirei un classico to be continued che però serve soltanto a evitare il precipizio del vuoto. Non so bene come fare, ma l’intento è di ritrarmi come il mare dopo che l’onda ha raggiunto la battigia. Però non allo stesso modo, un po’ diverso. Non lo so come, ma un po’ diverso. Mentre ci penso vi auguro buonanotte…

Mentre.

 

 

 

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