(1038) Freschezza

La ricerca della freschezza sembra essere diventata un’ossessione di massa. E non mi riferisco alla cura per scampare alla calura estiva, ma a quella cosa che non ha sostanza e forse non ha modo di spiegarsi a sufficienza. È un dato di fatto che ci si inventa di tutto per vendere quella sensazione di freschezza che ci può risolvere la giornata: dal chewing gum al profumo, dal deodorante per ambienti alla maglietta di cotone. 

Mi sto domandando da settimane il perché senza venirne a capo. Bypassando le ovvietà, non riesco a capirne l’origine. E sono in questo tunnel – per il momento senza uscita – grazie a un collega avanti di mille miglia rispetto a me che mi ha buttato lì sul piatto la freschezza della comunicazione a cui bisogna puntare. Mettendo da parte il fatto che in quell’ambito pare io sia riuscita a dargli soddisfazione (un sollievo pazzesco), questa cosa qui si è propagata in ogni angolo del mio cervello e ho perso il controllo.

Cos’è questa stramaledetta sensazione di freschezza?

Il brivido di freddo che ti inebria? O un pensiero che ti racconta di un nirvana piuttosto inverosimile e quanto mai lontano da ogni immagine che uno si potrebbe immaginare nello spazio-tempo che comprende tutto l’immaginabile da qui alla fine del mondo? Mah.

La freschezza di un sorriso, la freschezza di un incontro, la freschezza di una storia… devo continuare? Francamente, a me viene in mente il Chilly (e dio-solo-sa-quanto-odio-il-chilly) e la questione del brivido-a-tutti-i-costi mi perplime parecchio. 

Va bene, ora che ho ammorbato tutti con questo inutile pensiero (ma pieno di freschezza, ammettetelo), credo me ne andrò a letto. E dichiaro che la frescura del temporale che ha appena attraversato il lago e sollevato tutti dall’afa è la benvenuta. A prescindere.

‘notte

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(891) Nirvana

Diamo per scontato che è cosa per pochi. Non è certo cosa per me. Sono talmente lontana dal concetto che non è neppure un’utopia, è proprio una barzelletta. E col tempo ha smesso di farmi ridere. Apologia dell’assurdo.

L’ammissione ufficiale è: sono peggiorata.

M’è rimasto un margine ridottissimo di tolleranza. Proprio un niente. E questo limite viene messo costantemente alla prova dal resto del mondo. Perché il mondo lo sa. Non so come sia potuto arrivarci prima di me, ma il mondo lo sapeva ben prima che a me fosse chiaro e ha spinto le cose affinché io me ne rendessi conto. Ora lo so, lo sa pure il mondo: siamo pari. Forse è giusto dire al mondo che non serve più sfidare i pochi grammi di tolleranza che stanno sul fondo, possiamo lavorare su altro. Ok?

Distogliamo per un istante l’attenzione da tutto quello che riesce a farmi incazzare soltanto perché esiste, cerchiamo – oh, mondo – di focalizzarci su tutto quello che non mi fa incazzare. Perché anche lì c’è l’imbarazzo della scelta, anche lì ti puoi divertire. Scegliendo le carte a caso dal mazzo “cose innocue” puoi davvero rallegrarmi la giornata. Io non è che mi diverta a incazzarmi, lo faccio perché oggettivamente parlando sono programmata per reagire in quel modo. Non è che posso inventarmi altro. Ci ho provato, non funziona. 

Quindi, lezione capita (“sono peggiorata, rischio di diventare una vecchia scorbutica che parla da sola spingendo un carrello della spesa con quattro stracci dentro diretta al rifugio sotto il ponte”). Passiamo oltre.

Adesso voglio imparare la lezione “sono una persona amorevole e il resto del mondo mi ama a prescindere”.

Saprò essere riconoscente. Giuro.

 

 

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(707) Traffico

Il mio personale traffico mentale spesso sovrasta ogni cosa che mi riguarda. Mi impone l’immobilità più che estatica attonita. Guardo i pensieri che si tagliano la strada senza curarsi della segnaletica e mi domando: “Com’è possibile che ancora non si sia verificato il più grande e catastrofico crash della storia stradale planetaria all’interno del mio umile cervello?!”.

Niente, sembra che tutto abbia un suo senso che viaggia in concerto con il senso degli altri e anche se alcuni sensi unici si risolvono in nulla, ad un certo punto, come se niente fosse, arriva l’Epifania. Mi appare l’immagine o il concetto o l’idea che non solo è soluzione, è addirittura soluzione efficace e definitiva. Con una logica, con una solidità, con una ricchezza di contenuto che mi lascia senza parole… come se fossi una piccola Einstein che si ridesta dopo secoli di pensiero obnubilato. Non so se rendo: è una sensazione particolarmente vicina a quella che si può provare quando ti chiudi un dito nella portiera dell’auto. Stelle e cosmogonia in un istante ti si palesano come fossero sempre state lì – solo per te – ad aspettare quel momento con la tua stessa trepidazione. Commovente.

Al di là di tutto questo, riprendendo il concetto di traffico mentale, voglio precisare che anche se le mie non sono in realtà delle genialate, il fatto che prima sia un casino e ad un tratto tutto sia chiaro, lucido, cristallino, rimane. Ripeto: prima un casino – che ti viene voglia di sbattere la testa contro il muro tanto per sincerarti che ci sei ancora – poi il Nirvana. Non è un episodio che sto sintetizzando, è la prassi. Cioè io vado da momenti in cui non so neppure come mi chiamo a istanti in cui il senso del tutto prende forma manifestandosi nella sua giustezza – senza fare una grinza – e mi permette di avanzare. Sarà pure solo un passo, ma intanto è un passo avanti e non indietro. Mica poco, no?

Arrivata alla fine della scorta di energia della giornata, posso concludere con un’affermazione pregna di significato (almeno per me): so solo io quanto sia impegnativo e snervante essere me stessa. Non lo auguro a nessuno.

Buonanotte.

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(630) Occupazione

Occupare non è un verbo che mi piace, ma avere un’occupazione mi piace. Mi piace pensare che avere un’occupazione – inteso come avere qualcosa che ti occupi il tempo per sollevarti dai pensieri – sia un grande privilegio. Avere niente da fare tutto il giorno sarebbe per me la galera. Durerei due giorni due, poi mi butterei dalla Rupe Tarpea.

Ho impegnato ogni giorno della mia vita tentando di occupare le mie giornate in modo che mi fossero di giovamento. Per questo ho fatto parecchi lavori diversi da ragazza, appena quell’occupazione diventava noiosa routine mi davo da fare per trovarmi un’altra situazione. Continuavo a scrivere, è vero, ed era la cosa migliore che potessi fare. Quindi mi sono tatuata nel cuore le parole di Italo Calvino:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Così ho fatto. Inseguendo il bene, attraversando l’Inferno di tutti.

Quello a cui pensavo stasera è che avere qualcosa che ti occupi la mente, qualcosa che ti doni gioia, per poi magari metterlo in atto e renderlo concreto, è un diritto di tutti. Chi lo scansa pensando che il fare-niente, il pensare-a-niente, sia la grande libertà, la liberazione da tutti i mali, si sta ingannando. E non lo so perché tanti si vogliono rifugiare in questo inganno, non so se sia per paura o per pigrizia, so soltanto che si tolgono il sale della vita. Stai sognando il niente, mentre potresti sognare di fare tutto. Tutto. Fare tutte quelle cose che la vita ti offre affinché tu possa superare ostacoli e limiti superabili, per stare bene. Soltanto per stare bene. Stare meglio.

Fare niente, non suona brutto? Il niente chiama il niente, è un dato di fatto. Il niente non ti riempie, non ti soddisfa, non ti fa arrivare prima al Nirvana. Il niente ti annienta. E mi domando: come puoi pretendere che persone che affrontano l’ignoto perché hanno fame di vita, una volta superato ogni limite possano resistere nel niente assoluto in attesa che qualcuno decida per loro? Tu lo faresti? Quel tipo di persone nel niente non ci stanno. Lo hanno dimostrato affrontando l’Inferno più atroce, non c’è bisogno di chiedere loro alcuna ulteriore prova. Si sono guadagnati la vita, definitivamente.

Oltre le apparenze, quella loro fame vale molto più del niente anelato da chi ha tanto, fin troppo. Molto di più di chi sogna quel niente lamentandosi di quel troppo che ha.

Occupare la tua mente, le tue mani, le tue gambe con i desideri che alimentano la tua vita: non pensi che debba essere e che sia una benedizione dal Cielo? Io sì.

 

Share
   Invia l'articolo in formato PDF   

(173) Calma

Ho fama di essere una molto calma. Vorrei, ora e qui, sfatare il mito: mi obbligo alla calma, non lo sono affatto. Sono un’ansiosa cronica. Mi scoccia essere ansiosa, mi scoccia essere quella che si preoccupa sempre di tutto e di tutti, quindi m’impongo un certo contegno. In poche parole: fingo.

Non è una finzione atta a mettere nel sacco il mio prossimo, bensì me stessa.

La teoria che sta alla base di questa mia posizione è semplice: se fingo bene bene bene di non essere ansiosa, la calma entrerà in me e s’impossesserà della mia mente per sempre. Divento zen per autoconvinzione fingendo di esserlo già, in pratica.

Non voglio dubitare neppure per un istante che non sarà così, pertanto continuo a fingere e continuo ad aspettarmi grandi risultati da questo mio estenuante esercizio. Dovrei forse lasciare che il panico abbia la meglio? Nossignore! Accompagno il panico alla porta e mi pongo se non sorridente almeno presentabile agli occhi del mondo.

L’unico momento in cui vengo smascherata in modo vergognoso, però, è durante una seduta di meditazione guidata di gruppo. Lì m’infastidisce tutto e tutti. Non riesco neppure per un nanosecondo a estraniarmi e a percepire il benessere di quella luce bianca o rosa o azzurrina che una volta che ti avvolge ti trasporta lassù ad abbracciare il tuo nirvana. La calma che so fingere perfettamente va a farsi benedire, il mondo mi scopre per quella che sono e si ricomincia daccapo.

Rifuggo le suddette situazioni, ben inteso, passata da lì una volta mi sono ripromessa mai più. Ho intenzione di perpetrare la mia attività di calma apparente finché questa non si piegherà al mio volere e io, anche se non abbraccerò il mio nirvana come si suppone io faccia – prima o poi – almeno potrò salutarlo da una posizione più comoda. Con vista lago.

 

Share
   Invia l'articolo in formato PDF