(849) Fuoco

Il fuoco ci insegna la giusta misura: riscalda e brucia. Il giusto fa bene, il troppo stroppia. Per l’acqua è lo stesso, per l’aria pure. Di terra, invece, sembra non ce ne sia mai abbastanza… quella ti sparisce sotto i piedi che è una meraviglia appena ti distrai un attimo. Gli elementi della natura cercano di riportarci a quelle leggi che ci governano – nonostante quello che ci raccontiamo – e che noi puntualmente sfanculiamo [il termine potrebbe risultare volgare, ma nel contesto non saprei infilarci uno migliore, il concetto rimane: ce ne fottiamo allegramente di quello che dovremmo invece mai dimenticare]

Il fuoco è associato alla passione. Avere il fuoco dentro è un’espressione che rende bene, no? Ti dà proprio l’idea che quel fuoco ti nutre, ti motiva, ti emoziona… ti infiamma (giustamente, che altro potrebbe fare?). L’idea è sbagliata. O per lo meno è parziale. 

Il fuoco deve essere alimentato, deve essere monitorato, deve essere convogliato. Non lo fa da solo, ha bisogno di una mente pensante che lo gestisce in modo che faccia quel bene che sa fare e non finisca col distruggere tutto. Questo metterci il discernimento in un concetto che d’istinto lo si sente come selvaggio, puro, esaltante, abbassa la temperatura drasticamente. Sauna finlandese. Eh. Allora facciamo così: mettiamo il cervello in salamoia e bruciamo tutto. Alé.

E lo si fa bene se hai quindici anni, ma se ne hai cinquanta le cose cambiano. La ricerca spasmodica del fuoco bruciante, tanto per sentire qualcosa, è profondamente grottesca. Uno scempio di possibilità, di potenzialità, di visione. Fammi capire: sei sopravvissuto per cinquant’anni e ora pensi di bruciare selvaggiamente di passione come non hai mai fatto neppure da adolescente? Se non l’hai fatto quand’era il tempo giusto, parti male, sei destinato al fallimento. Se l’hai fatto già, per quanto tu faccia non sarà mai la stessa cosa. Ti salirà l’amarezza e sarà lei a seppellirti.

Il fuoco.

Se ce l’hai, usalo bene santiddddddio!  [se non ce l’hai… vedi tu]

 

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(435) Lavoro

Oggi rientrando dal lavoro mi sono sentita felice. Felice del lavoro svolto in giornata, durante la settimana, negli ultimi mesi. Ho un lavoro. Ho un lavoro pagato, ho un lavoro che amo, ho un lavoro che mi fa imparare cose che ho bisogno di imparare come professionista e come Essere Umano, ho un lavoro che mi permette di coltivare le mie passioni per trasformarle in prestazioni all’altezza delle aspettative, ho un lavoro che non è facile e neppure comodo e neppure ovvio e questo mi rende la fatica ma anche la soddisfazione di portarlo avanti con tenacia e dedizione. Ho un lavoro che mi aiuta a sentirmi a posto con me stessa e con chi ho accanto. Ho un lavoro che mi ha permesso di riacquistare quella dignità che mi stava scivolando via – mio malgrado. Ho un lavoro che posso coltivare assieme a delle persone che sono come me e che credono in quello che stanno facendo. Ho un lavoro che mi sono guadagnata pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, senza troppi regali e con tante bastonate, ma che mi ha fatto guardare la vita come una meraviglia da accudire e non come una litania di sacrifici e rinunce. 

Ci sono giorni in cui rientro a casa mortificata, triste, scontenta, perché il mio lavoro dà anche questo. Ci sono giorni in cui sono talmente stanca che anche l’ultimo neurone rimasto mi dà forfait e mi sento finita, letteralmente finita, perché il mio lavoro ti fa combattere e quando lo fai da tanto tempo le forze possono venire meno e hai soltanto bisogno e voglia di dormire e stare al riparo da tutti e tutto. Non ho detto che mi sono scelta un lavoro tranquillo, non ho mai detto di volere un lavoro tranquillo visto che io tranquilla non lo sono mai.

Eppure, per mille giorni di lacrime attraversati poi arriva un giorno di felicità – pura leggera evanescente. Lo auguro a tutti, perché un lavoro che ti riempia e ti sostenga e ti motivi e ti faccia incazzare, come il mio sa fare, dovrebbe essere un diritto di tutti. Non per fortuna, ma per merito sì.

 

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