(915) Difetti

Anche tagliare i propri difetti può essere pericoloso. Non si sa mai qual è il difetto che tiene in piedi il nostro intero edificio.

(Clarice Lispector)

Non me la sento di darti torto, Clarice, come potrei? Ho sempre pensato che le persone siano fatte di incastri, se vai lì e sposti, togli, aggiungi, come puoi pensare che la struttura non crolli?

In questo senso, temo che un professionista (psicologo, analista, psichiatra ecc.) per quanto sia bravo non può permettersi di forzare nulla. Non si tratta di riprogrammazione (quella la si fa con i computer), al massimo puoi rendere un po’ meno oscuri certi meccanismi, far luce su pezzetti che erano stati trascurati. Tutto lì.

Rifarsi nuovi, neppure con i bisturi porta a nulla. Partire dal presupposto che siamo sbagliati così come siamo può essere letale. E chi vorresti essere, santidddddddio? Chi ti immagini di poter essere per poter essere felice? La Grande Illusione porta prematuramente alla tomba.

Ci potremmo scrivere liste della spesa lunghe quanto un romanzo prima di venirne a capo, ma sarebbe meglio giocare d’anticipo: prima di cadere nel tunnel dell’autocommiserazione, aprirsi all’accoglienza dei propri difetti. Non perché non si possano mitigare, ma perché sarebbe inutile criminalizzarli. Che fai? Ti sbatti in prigione finché non ti redimi? Tutti in convento, si’ore e si’ori, perché si sa che il convento è la casa della Felicità.

Ma per favore!

Allora, se tolgo un difetto ed è quello che mi fa stare in piedi, poi dove mi metto? Se tolgo il difetto che ti dà ai nervi, divento un po’ meno imperfetta, tu riuscirai a stare al passo? Se tolgo il difetto meno pesante, che differenza farà nella dinamica che regola il mio Essere? Non mi conviene tenermelo? Sarebbe fatica sprecata, no?

Facciamo che io accetto i tuoi finché posso, tu accetti i miei finché reggi, e quando non ne possiamo più ci salutiamo e ognuno va per la sua strada? Dai, facciamo così che altrimenti mi viene il mal di testa e lo sappiamo tutti come va a finire. Ok?

 

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(662) Tolleranza

tollerare v. tr. [dal lat. tolerare, affine a tollĕre “levare”] (io tòllero, ecc.). – 1. a. [mostrare pazienza e rassegnazione di fronte a fatti o situazioni spiacevoli: t. un’ingiustizia] ≈ accettare, (fam.) mandare giù, (fam.) sciropparsi, sopportare, (non com.) sorbettare. ↑ arrendersi (a), cedere (a), rassegnarsi (a), subire. ‖ consentire, permettere. ↔ insorgere (contro), opporsi (a), reagire (a), respingere, ribellarsi (a), rifiutare. b. [con riferimento a persona, accettare a malincuore la sua presenza] ≈ (fam.) mandare giù, reggere, (fam.) sciropparsi, sopportare. ↔ apprezzare, gradire. c. [considerare con indulgenza punti di vista, comportamenti e sim. diversi dai propri] ≈ accettare, accogliere, ammettere, comprendere. ↔ contrastare, opporsi (a), respingere, rifiutare. d. [non essere contrario all’uso di qualcosa e sim.: t. l’uso di droghe] ≈ ammettere, autorizzare, consentire, permettere. ↔ interdire, proibire, punire, vietare. 2. (estens.) [mostrare una buona resistenza a disagi fisici o materiali: t. il caldo] ≈ reggere, resistere (a), sopportare. ↔ patire, soffrire. 3. (estens.) [considerare la possibilità di uno scarto da quanto precedentemente fissato: t. un piccolo ritardo] ≈ ammettere, consentire. ↑ (fam.) chiudere un occhio (su), passare sopra (a). ‖ giustificare, scusare. [⍈ CAPIRE]

Tollerare è un verbo che non mi convince. In certe occasioni lo trovo appena inevitabile, ma quando si tratta di “mandare giù” o di “sopportare” credo sia pericoloso. Se ti imponi di accettare, non è accoglienza, è un countdown che finisce nello sbrocco – quello brutto per di più. Diventi una pentola a pressione e il risultato è già scritto.

In più di un’occasione ho abbracciato la tecnica della tolleranza e non è mai finita bene. Non so fingere, neppure per mio tornaconto. Se una cosa non mi va giù, non mi va giù e basta. Metti anche il caso che mi sia infognata nelle ragioni sbagliate, non migliora la situazione se ingoio il rospo e faccio buon viso a cattivo gioco. Rimando soltanto il momento della verità. Il che è peggio perché nel frattempo ho covato malessere.

Detto questo: ci sono delle cose o delle persone che sanno essere profondamente fastidiose e andarci a patti è un diavolo di casino. Appurato ciò bisogna trovare il modo di sistemare le proprie posizioni senza dover per forza rinunciare alle nostre sacrosante ragioni. Quando si tratta di cose viene più facile, con le persone ci sono complicazioni e conseguenze a non finire. Con le persone bisogna tirar fuori risorse che ci costano fatica: comprensione, empatia, accoglienza. Grande fatica.

Non è mai, credo, una lotta contro l’altro, ma una lotta contro il fastidio che un comportamento o un’abitudine o un’indole ci scatenano. Il fatto che siamo comunque diversi, anche quando siamo fin troppo simili, non facilita di certo le cose. Eppure, sono sempre più convinta che tollerare il fastidio sia una certezza di rissa futura. Ci dobbiamo appellare, dunque, al concetto di tolleranza zero? Eh, mi viene da ridere. E se togliessimo come concetto quello proprio di tolleranza e lo sostituissimo con quello relativo a compromesso?

compromesso² s. m. [dal lat. compromissum]. – 1. (giur.) [accordo con cui le parti si impegnano a stipulare un futuro contratto, spec. di compravendita] ≈ (accordo) preliminare. 2. (estens.) a. [accordo in cui ciascuna delle parti rinuncia a qualcosa: venire, arrivare a un c.] ≈ accomodamento, transazione. b. [rinuncia ai propri principi: una vita di compromessi] ≈ cedimento, ripiego. 3. (fig.) [fusione di elementi diversi: un c. tra il vecchio e il nuovo] ≈ ibrido, (fam.) via di mezzo.

Sì, mi rendo conto ci siano dei rischi pure in questo caso, ma le cose possono cambiare, le persone raramente lo fanno… si aggiustano o si guastano del tutto, ma diverse non potranno mai esserlo. Esattamente come non potremmo essere noi diversi da noi stessi. Sarebbe buttarsi in braccio all’insanità mentale, no?

Ogni volta che ho pensato di poter tollerare senza esplicitare il mio malessere in proposito l’ho fatto per non ferire qualcuno o per non far scoppiare una situazione che già stava in bilico. Ho pensato che prendendomene il peso avrei evitato lo scatafascio, mi sbagliavo. Mi sono procurata ferite brutte in nome di una tolleranza forzata, ho buttato giù muri a suon di testate e potevo evitarmelo se non mi fossi data all’accettazione scellerata.

Il compromesso, quello buono, quello efficace, quello giusto, tiene conto di ogni parte in causa. Si preoccupa di distribuire il fastidio affinché non risulti insopportabile per nessuno. Impone delle regole che avvicinano alla convivenza e non allontanano gli animi facendoli rodere nel silenzio. In fin dei conti, siamo fatti per vivere uno accanto all’altro, non ci sono abbastanza picchi sull’Himalaya per accoglierci come eremiti… facciamocene una ragione.

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(200) Buddha

Budda (o Buddha) s. m. [dal vedico buddhá– «svegliato, illuminato», part. pass. di bódhati]. – 1. Epiteto del principe indiano Gautama (c. 560-480 a. C.), fondatore del buddismo. Con riferimento alla posizione in cui è rappresentato nell’iconografia ufficiale, sono com. le frasi stare seduto come un B., e sembrare un B., per indicare non solo la posizione a gambe incrociate ma anche, in genere, un atteggiamento di solenne e indolente immobilità, soprattutto di persona un po’ pingue. 

Mi trovo qui in posizione buddhica. Tra l’altro è Pasqua. Se qualcuno ora mi sta leggendo ci troverà zero senso in questo forzato collegamento mentale, ma il senso a volte scorre sopra o sotto o accanto e raramente troppo in superficie.

La mia indolenza è dovuta allo stato di sbigottimento per gli accadimenti politici che stanno coinvolgendo tutto il nostro benedetto pianeta. Nostro malgrado, ovviamente, perché non siamo noi a decidere. O meglio: quando possiamo decidere scegliamo gente votata alla distruzione di massa, non è che abbiamo il diritto di pretendere altro.

Fatto sta che l’atteggiamento solenne e indolente di immobilità che il Buddha ci presenta come alternativa, lo preferisco al parlare a vanvera e sparare a raffica idiozie senza conoscere in profondità argomentazioni e dinamiche.

Il bel tacer che non fu mai scritto mi è molto caro, per svariati motivi, ma più invecchio e più lo vedo come unica salvezza quando il mondo esplode.

L’immobilità non è passività, non come la intende il Buddha. L’indolenza non è supponenza per il Buddha. La posizione, per me scomodissima, è comunque eretta e di accoglienza. Senza che un capello si muova, con il sorriso sulle labbra. Non di derisione, ma di accettazione.

Tutto questo ha senso, ma scorre in profondità e se stai urlando e bestemmiando, se ti stai agitando come un ossesso per infierire contro chi ti appare vulnerabile e pertanto bersaglio ideale, questa profondità ti è negata.

Il mio sguardo si abbassa, per vedere meglio. Non fuori, ma dentro di me. Poi vedrò cosa fare. Non ora, poi. E anche Gesù la pensava così, per morire e poi risorgere doveva per forza pensarla così. Il cerchio si chiude. No?

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(149) Segreti

Non sono una fan dei segreti, penso che meno ne hai e meglio dormi. Mi sono accorta, però, che ho sempre dato a questa parola un significato pari a mancanza di chiarezza/onestà. Forse le ho fatto un torto.

Mi è successo sovente di essere stata fraintesa nonostante il mio cercare di attenermi alla chiarezza, nei rapporti umani che intessevo. La chiarezza, in questo ambito, è diventata per me con il tempo una solida utopia.

Riprendendo in mano il concetto di cui sopra, non credo più che avere degli angoli segreti dentro di te – dove riporre le cose più preziose – sia correlato alla mancanza di onestà. Credo sia, invece, un buon modo per proteggersi dalle burrasche incontrollabili, quelle causate dalle reazioni di chi ti sta attorno quando, anziché comprendere, vuole giudicare.

Non ho mai forzato la porta di una stanza segreta altrui, penso sia un luogo che deve rimanermi inaccessibile. Non mi fido della mia capacità di accettazione. Voglio evitarmi di cadere nella trappola del facile giudizio sparato lì solo perché lì c’è qualcosa di delicato che si mostra.

Pretendo sia questa la posizione di chi vuole starmi accanto. Lo chiamo rispetto ed è sacro.

 

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(67) Nome

Ho fatto pace con il mio nome. Me ne sono accorta oggi: 4 dicembre = Santa Barbara. No, non perché io mi senta una santa (anche se a volte la mia pazienza mi sorprende, scherzo!) forse soltanto perché ormai è un nome che mi rappresenta.

Ho imparato a conoscerlo, a comprenderlo, a farlo mio. Credo che sia anche merito suo se sono così oggi. Voglio dire: straniera. Essere straniera è una condizione profondamente interessante: lo sei prima di tutto nei confronti di te stessa perciò ti conviene tenerti d’occhio per capire chi sei.

Un insegnamento importante, questo, perché guardi gli altri come “ovviamente stranieri” (se lo sei tu stessa nei tuoi stessi confronti, figurati gli altri) e presti loro più attenzione perché sai che l’attenzione che ti imponi ti aiuterà a conoscere mondi che potrebbero esserti alieni per sempre se non ti ci metti d’impegno.

Un’altra cosa importante: dai per scontato che tu agli altri risulti straniera (se lo sei tu stessa nei tuoi stessi confronti, figurati come gli altri possono “sentirti”) e porti pazienza quando sei guardata con evidente sospetto, magari sei oggetto di rifiuto o fastidio o sei vittima di pregiudizi/preconcetti.

Barbara è solo questo e tutto questo: straniera. Che può essere letto come “strana” e come “estranea”.

Da come mi guardi mi guardi, resterò esattamente così: estranea, strana, straniera. Credo sia consolante, dopottutto. Azzarderei un “rassicurante”. Almeno sai cosa ti aspetta.

Devo questo nome a mio padre, al suo essere stato un artigliere, un alpino. E quando mi è stato imposto (durante le lezioni di stenografia) di venire a patti col mio nome, non mi rendevo conto di quale lezione fondamentale mi venisse chiesto di imparare. Ci ho messo un po’ di tempo, ma non sono mai veloce nell’imparare le lezioni, purtroppo.

Però, una volta che l’ho imparata non la dimentico più. Una volta che l’ho imparata è mia e la posso anche condividere.

Credo che iniziare dal proprio nome sia un bel modo per avvicinarsi a noi stessi.

Parola di straniera.

b__

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