Inutile fare quelli che “tanto non mi riguarda”, ci siamo tutti dentro. E anche un bel po’. Non ci stacchiamo, e se lo facciamo ci diamo tempo limitato. La FOMO tocca tutti, ma proprio tutti.
FOMO è l’acronimo inglese di Fear Of Missing Out, che in italiano significa “paura di essere tagliati fuori” o “paura di perdersi qualcosa”. È una forma di ansia sociale legata al timore di essere esclusi da esperienze gratificanti che altri stanno vivendo, un fenomeno amplificato dalla costante connessione ai social media. La FOMO si manifesta con il bisogno compulsivo di controllare le notifiche, la frustrazione nel non essere presenti ad un evento e può portare a stanchezza, stress e persino a forme di ansia sociale.
Caratteristiche principali: ansia sociale – il timore di essere esclusi da eventi o attività interessanti; connessione digitale – si manifesta soprattutto nel contesto dei social network, dove si ha la percezione che gli altri stiano vivendo esperienze più appaganti; comportamenti compulsivi – controllo frequente dello smartphone, aggiornamento continuo dei feed e desiderio di rimanere sempre connessi.
La questione è che chi fa il mio mestiere non è che può inventarsi grandi scappatoie, può solo rendersene conto e prendere le distanze. Ovvio che mi perderò sempre qualcosa, ovvio che la mia vita ha pochi glitters e molte ombre, ovvio che se non c’è campo per un giorno intero sento un certo disagio… ma è nell’ordine delle cose. Va comunque bene. Non morirò a causa di quell’ansia o di quel disagio, perché so che l’origine di questo malessere sta lì (nella dipendenza tecnologica) e – a meno che io non cambi lavoro – me la devo digerire senza farla troppo lunga.
Avendo comunque mezzo secolo di vita, posso anche dichiarare qui e ora che tutta ‘st’ansia di esserci mi sta passando, penso addirittura che l’overdose obbligata di questi anni mi abbia fatto bene: il non-me-ne-frega-niente si è impossessato di me. Persino lo scrivere qui sul blog (il MIO AMATO BLOG) non è più collegato all’ansia. Ho ripreso il piacere di farlo, perché mi va e perché mi capita di avere qualcosa da dire e dirlo qui mi sembra il luogo migliore. Ecco, a me sembra un onorevole up-grade evolutivo. No?
Detto questo, credo che dobbiamo trovare il modo di aggiustarci dentro certi contesti per non esserne vittime e mantenerci “variabili non controllabili” finché e findove possiamo. Lo stesso concetto che applichiamo quando decidiamo di non farci le vasche la domenica pomeriggio in centro o sul lungolago per evitarci le code allucinanti ovunque. Oppure quando ci prendiamo una vacanza a giugno o settembre piuttosto che in piena estate, cose così…
Quello che davvero mi mette ansia è sentirmi ripetere che siamo condannati a subire, rosicchiati dallo stress, inaciditi dall’insofferenza e incattiviti dal cinismo difensivo. Mi mettono ansia le etichette che vogliono delineare i confini della tua espansione perché il solo pensiero che potresti evadere diventa un fastidio. La cosa assurda è che anche quando le etichette nascono con l’obiettivo di liberare, nascondono legacci maledetti. Neanche mezzo secolo fa non si era costretti a far sapere al mondo come ci sentivamo o come ci vedevamo o come avremmo voluto essere, erano fatti privati e non metri con cui farsi valutare da emeriti sconosciuti.
Essere nudi in piazza, se la piazza ti punta gli occhi addosso scansionando ogni millimetro di te, non piace neppure ai nudisti. Lo sguardo che indaga, soppesa, graffia e condanna non ci deve trovare indifesi. Mai.
Ho fatto tardi oggi, il lavoro non mi ha dato tregua, ma non volevo saltare il mio giorno di pubblicazione perché per me è un momento che mi dedico e che condivido con grande con piacere. Se mi leggerete il martedì, il mercoledì o anche la prossima settimana andrà bene lo stesso.
Comunque sia…
buon lunedì!
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